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Storie con gli ormoni ..Episodio uno

Episodio uno

All’uscita dal mio liceo sul lungotevere, passavamo dal cortile interno alla nobile Via Giulia attraverso una volta che dava sulla parte amministrativa del Virgilio.

Il mio Guazzoni Mattacross aveva una marmitta a spillo col diametro doppio di quello delle marmitte che si compravano già fatte. Smanettando con la rabbia di un adolescente che era stato chiuso in aula per 4, 5, 6 ore comprendendo quelle di latino e greco che valgono quasi doppio, il disco rotante era in grado di produrre un frastuono talmente assurdo che mi meravigliavo ogni giorno come me lo lasciassero fare.

Le antiche finestre di Via Giulia tremavano, e fin quando giravo per salire al lungotevere la progressione delle marce era inesorabile. Un bandito. Del resto all’epoca capivo tre cose, ed una era la moto. Le altre due in realtà non le ho mai capite fino in fondo per cui non le accenno neanche. All’epoca del Guazzoni, quindici anni, da scuola si andava più o meno dritti a casa. Ma già l’anno successivo si indugiava al Bar Biancaneve, che poi forse si è sempre chiamato “la mela stregata”, non altrettanto immediato.

Ma è già la prossima storia. Questa prosegue un giorno in modo non del tutto inconsueto ma non comune, accompagnando un amico a casa. Lontano dalla scuola e da casa mia, ma la cosa più importante era stare in sella. Vicino a casa di Gianni, che poi è nei pressi di un cavalcavia dove avrebbero girato pochi anni dopo il mitico “brutti, sporchi e cattivi” con un gigantesco Nino Manfredi, c’era un prato incolto. Pochi metri quadri di cicoria, ortica, cocci vari. Spazzatura, dicasi monnezza, ancora non usava perché se ne faceva poca, e molto biodegradabile.

Un piccolo spazio che per gli ormoni di un adolescente, che non si allenava più al Pentathlon Moderno ma era passato al rugby, diventava un campo da cross. Gianni scende, io parto come dal cancello del Mondiale 500 di cross, manetta aperta finché ce n’è, il mio amico urlava qualcosa che lo spillo della marmitta spazza via lontano.

Sento una gran botta sulla faccia e mi trovo per terra. C’era un filo spinato ad altezza di ragazzone in piedi sul motorino che mi aveva preso sul naso, e chissà per quale chance la spina di metallo era coincisa appunto col naso e non con gli occhi.

Torno a casa sanguinante e uso l’arte di “buttarla in caciara”: ho fatto a botte con… diciamo la controparte (così nessuno si sente tradito), questa sarà la mia versione dei fatti. In fondo era il periodo del ’68, più probabile darsele a scuola tra opposte fazioni che farsi male in una estemporanea esibizione di cross cittadino.

Tanto la litigata con mamma era comunque assicurata (lei era dalla parte della controparte), quindi almeno rivestendo il tutto di dignità di lotta studentesca le critiche alla moto ne restavano fuori. Che vigliacco. E che imbecille: di lì a poco telefonò Gianni per sapere come stavo, raccontando ovviamente come erano andate le cose.

Bella figura di merda. E neanche la prima.

Ugo Passerini
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