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Quel rumoraccio brutto a piazza der Gesù

Piazza del Gesù
 
Un giovedì come altri di luglio.
Quel caldo afoso che pensi ok, proprio bella Bangkok.
Pure se stai sul lungotevere.
E tu sei allegro ed hai un secondo casco legato sulla sella del passeggero.
Destinazione Colosseo.
Perché lì c'è una ragazza che del Colosseo si sta prendendo cura.
 
Ti piace.
Decisamente ti piace.
 
Questa cosa che ci sia qualcuno che si prende cura di qualcosa di vecchio.
Che poi come per magia diventa antico.
Solo dopo che qualcuno gli ha dedicato le cure necessarie,
mentre gli altri lo ignoravano.
C'è un che di romantico nello spendere del tempo a sistemare qualcosa che converrebbe abbattere e ricostruire. O semplicemente cambiare.
 
Poi pensi che abbattere il Colosseo sarebbe una minchiata pazzesca.
E tu dovresti andare al Mare.
Perché alcune tue riflessioni sono da spostato e basta.
 
Pensi a questo mentre superi largo Argentina, quando si sente uno scoppio sordo, sinistro, metallico, ferro contro ferro.
E proviene dalla testata del Boxer.
 
La moto si spegne.
 
Silenzio.
Roma è immobile.
 
Il tassinaro al tuo fianco ti guarda, faccia tiratissima e sentenzia: "ammazza che brutto rumore", continuando con uno di quei silenzi che a Roma vonno di' più de mille parole.

 
Nello stesso momento, nello stesso preciso istante,
a mille chilometri da lì,
in piena Baviera,
in un capannone industriale più pulito di una sala operatoria,
un ingegnere vestito con un impeccabile camice bianco,
mentre sovraintende ai lavori di una catena di montaggio di moto bellissime,
ha un mancamento.
Come una fitta in pieno petto.
E per un attimo, per una frazione di secondo, perde quella sicurezza, quella incrollabile, granitica sicurezza tutta tedesca, e glielo leggi negli occhi che anche loro, qualche volta, conoscono la paura, il dubbio, la sconfitta.
 
Si siede,
e a qualcuno che non è lì, sibila:
UBER ALLES.
UBER ALLES.
 
Un qualcosa a metà tra una preghiera e una scusa.
Un rivolo di sangue gli cola dal naso e gli macchia il camice, si guarda intorno sperso, l'unica cosa che prova è vergogna, un samurai senza più onore.
Si alza, si toglie il camice con il logo bianco blu, lo appoggia con una delicatezza imbarazzante ad una sedia e a testa bassa,
se ne va.
Roma intorno, ha ripreso a fluire.
Ti riprendi.
Alzi il telefono:
 
"Mela, non arriverò, sono rimasto a piedi a piazza del Gesù".
"Vale'... Quanno senti un rumore come de macedonia de ferro è grave?" "...A Die' è difficile da dire ar telefono..."
"Rantax, ho rotto tutto, da chi la porto?" "Da Pino. Portala ar volo da Pino"
Non fai in tempo a pensare: "ma chi cazzo è Pino?" che chiama anche il Sor Hugh da Bologna:
"Portala da Pino, sulla Tiburtina."
 
Grandi gli amici.
 
Che quanno c'è bisogno se fanno trova' presenti.
Pure a chilometri de distanza.
 
Se si fidano loro, mi fido anch'io.
 
"Pronto Pino? Così e così."
"Portala qui e vediamo, che finché non la vedo stiamo parlando di niente".
Concreto.
Già me piace 'sto Pino.
 
Chiami il carro attrezzi e gli fai: puoi portarla da Boxer Service per favore? e il tipo ti fa: "sei nella ztl, o esci o passo a prenderti alle 20".
Sono le 17.
Ok, decidi che la spingerai fino alla bocca della verità.
 
38,5 gradi.
Stai per iniziare a spingere il bisonte quanto senti sul collo la carezza di due labbra.
Ti volti
 
e Lei è lì.
Sorride.
 
E Tu pensi: è proprio una splendida giornata.
 
Camminate fianco a fianco con il GS tra voi, in una strana processione che vede una ragazza bellissima che sorride a quel che resta di un uomo che in un bagno di sudore, cerca di fare lo splendido mentre spinge i 250 kg di ferro e magnesio bavarese su per la salita dell'Aracoeli.
 
Il silenzio che ogni tanto si crea non è romanticismo, ma debito di ossigeno.
 
Superi il relitto di un Sh di cui è rimasto solo il telaio.
Pensi che forse sarebbe più facile così.
Buttare via tutto.
 
Invece di spingere 'sta moto sotto il sole.
Ma poi pensi a quante volte ti ha portato in giro lei.
Tante.
 
E pensi che a Pino non stai portando solo una moto, gli stai portando la Tua moto.
E con lei i ricordi e le mille avventure passate insieme.
Gli stai portando tutte le sere in cui non riuscivi a dormire e hai girato senza meta fino a che non sei rientrato all'alba sfranto e un po' meno irrequieto.
Gli stai portando il fresco dei passi dolomitici d'estate, il freddo penetrante delle mattine d'inverno, i colori dell'Abruzzo in autunno, il buio di certi giorni e la luce accecante della campagna Toscana in piena estate.
Le volte in cui ti ha portato sulla spiaggia e quella volta che si è arenata su una duna.
Troppo pesante dicevano. Avevano ragione. Ma intanto lì su, a sentire il rumore del vento, ti ci ha portato. Tu e la tua moto. Mentre gli altri erano al bar.
Gli stai portando tutto il tempo speso sotto i cavalcavia quando il cielo d'estate fa la voce grossa e gioca a gavettoni.
 
Gli stai portando la prima volta in cui hai portato al Mare Lei, che ora ti accompagna con gli occhi mentre spingi la moto sotto il sole, che ancora conosci poco, ma vorresti conoscere di più; e siete venuti via dalla spiaggia che era sera, ma quando stavate per salire in moto hai alzato lo sguardo e hai visto un cielo pieno di stelle.
E lei sorrideva.
Roba da togliere il fiato.
Ti ha fissato con quegli occhi lì e ha sorriso.
E tu hai pensato che la vita è fatta di piccoli momenti, che però sono immensi.
 
Quando siete ripartiti, era già notte fonda.
A Pino porti i rientri con un GS che sfreccia in piena notte sulla strada per Casa e porta due ragazzi abbracciati, con la pelle che sa di Mare e mentre Lei dorme, sembra quasi che Lui sorrida.
 
Quando torni a prendere la tua moto Pino ti fa: "sei un ragazzo fortunato, si era staccato il corpo farfallato, niente di grave".
 
E Tu ripensi a quanto pesa un GS quando lo devi spingere.
E a tutto quello a cui pensi mentre spingi.
A chi ti accompagna mentre lo spingi.
E si,
pensi di essere proprio un ragazzo fortunato.
 
Su una spiaggia tailandese, un uomo sulla cinquantina, tratti mitteleuropei, sta sorseggiando l'ennesima birra. Una prosperosa ragazza bionda gli si avvicina: "Hi Man, were are you from?"

Il tipo sembra quasi non accorgersene, posa la birra sul tavolo, lo sguardo perso nel vuoto. La bionda si allontana sculettando stizzita.

È già troppo lontana per sentire, quel filo di voce sussurrare:

UBER ALLES.

E poi esplodere in una sonora risata.

 
 
Diego Luis Morey

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