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L’Africa a ruote basse

L’Africa a ruote basse

Ci risiamo, un vespista che viaggia in Africa con il suo scooter italiano. E saranno racconti struggenti e avventurosi, racchiusi in un libro imperdibile.

Diciamoci la verità: a noi i viaggiatori stanno simpatici a prescindere. Se poi viaggiano con mezzi atipici ed in solitaria, allora entrano di diritto nella nostra Hall of Fame. Oggi abbiamo fatto due chiacchiere con Stefano Medvedich, autore del libro: "Soli in Africa, io e la mia Vespa".
Stefano è da sempre un amante dei grandi viaggi, a diciassette anni partiva per Londra e Parigi in autostop per fare la stagione come ristoratore. Crescendo la passione per i viaggi non lo ha abbandonato. Nel 1987 con un cinquantino si fa 7.500 km tra Danimarca, Belgio e Nord Europa. Ad un tratto, come spesso accade, rimane abbagliato dall'Africa. La prima volta ci va con una vecchia Fiat Regata. Non esattamente il mezzo perfetto per le dune. Si rifarà anni dopo girandola in lungo ed in largo con una Land Rover. Nel 2004 con il figlio diciassettenne parte in Vespa per 15.000 km lungo l'Africa occidentale. Il grande Giorgio Bettinelli e il suo Brum Brum avevano fatto proseliti. Arriviamo al 2007.

- Stefano cosa ti è venuto in mente?
“Volevo tornare in Africa, dopo tanti deserti, volevo vedere la parte che mi mancava: l'Africa Nera. Avevo deciso di partire zaino in spalla, ma 50 chili sulle spalle a cinquant'anni e in zone sub equatoriali può essere una scelta azzardata. E allora ho pensato che avevo bisogno di una compagna di viaggio: ancora la mia Vespa PX 150.

- Perché una Vespa per andare in Africa?
“Perché mi piace l'idea di viaggiare leggero, ma soprattutto lentamente, per avere tempo e modo di metabolizzare tutto lo spettacolo che mi circonda.”

- Come l'hai attrezzata e con cosa sei partito?
“Portapacchi anteriore e posteriore rinforzati, mai abbastanza in Africa, e nonostante questo sono stati risaldati più volte; tenda, indispensabile per ripararsi da zanzare e insetti vari, ma soprattutto per avere un po' di intimità su una chiatta con 500 persone a bordo in cui tu sei l'unico europeo.”

- Quanto tempo prima hai iniziato a preparare il tuo viaggio?
“Un viaggio così non si improvvisa, ho iniziato a prepararlo quasi cinque mesi prima e nonostante questo l'Afrique c'est l'Afrique: per quanto tu possa progettare tutto, difficilmente lei non vorrà dire la sua lungo il percorso. Imprevisti, cambiamenti, sono all'ordine del giorno, e il viaggio ci insegna anche a saperli affrontare. Per intenderci: avevo preventivato un viaggio di quattro mesi, ne sono stato fuori sette.”

- Regalaci due immagini indimenticabili.
“Ce ne sarebbero migliaia, sicuramente le più belle sono legate ai paesaggi africani, ai tramonti che tolgono il respiro e che da soli sono in grado di riappacificarti con il mondo intero, facendo percepire l’assoluta bellezza, la violenza e l'importanza della Natura. Un'altra immagine, tra le altre che non dimenticherò mai, è quando passando in una zona di guerra, al calare della notte, ho dovuto montare la tenda proprio lì dove era sconsigliabile. Ecco, lì capisci che per viaggiare da solo devi imparare a conoscerti a fondo e controllare le tue paure affinché non prendano mai il sopravvento, perché sei solo e nessuno può aiutarti. Essere assalito dal panico è un lusso che il viaggiatore solitario non può permettersi mai; addormentarmi è stata un'impresa ardua quella notte...”

- Cosa diresti a chi volesse intraprendere un'avventura come la tua?
“Partite. Non permettete che la paura vi fermi. E il viaggio vi ripagherà, sempre.”
Se come noi vi siete fatti rapire dal racconto di Stefano e ad un tratto avete iniziato a sentirvi irrequieti, contattatelo alla sua mail e richiedete direttamente a lui una copia di "Soli in Africa, io e la mia Vespa".

A noi, come sempre, non resta che augurarvi Buon Viaggio.

L'avventura di Stefano, potete richiederla a: stefanomedvedich@libero.it

Intervista di: Diego Luis Morey

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