Adventure4You Shop



La sabbia del Touquet

La sabbia del Touquet

La sabbia del Touquet

È fredda, umida e pesante. Si appiccica addosso come fosse impastata col Vinavil. Prima non lo sapevo, ora non lo dimentico più.

Sapevo però, perché me lo avevano detto i soliti ben informati, che è impossibile fare la carburazione prima della gara, il mitico Enduro del Touquet, a casa. Perché le condizioni di freddo, umido e altitudine zero erano irriproducibili per me italiano peninsulare,  a quell’epoca, ed era il 1989. Bisogna arrivare il giorno prima, anche per fare le verifiche, e si fa avanti e indietro sulla spiaggia a provare, montando dei getti che si sono sforacchiati al massimo ed oltre, perché di già pronti così grandi non ne esistono.

La moto sarà sempre troppo magra. Da cui derivano i consumi da pochi chilometri al litro, per me erano più o meno 4, insieme al fatto che la moto si deve fare strada di continuo nella sabbia, a gas tutto aperto. Dopo la moto si porta al parco chiuso nel giardino del Municipio, da dove si parte tutti in gruppo la domenica per raggiungere la spiaggia.

In quell’occasione conosco Meoni, che ha vinto il titolo italiano enduro junior, ed ha ambizioni di vittoria, giustamente. Ha un serbatoio che gli permetterà di fare tre giri, in pratica fermarsi approssimativamente solo due volte, perché in genere si fanno sui nove giri. Io ho il serbatoio di serie della mia Husqvarna 250 2T che forse ce la farebbe pure a farmi finire due giri, ma tanto sono io che non avrò fiato sufficiente.

La domenica avviene l’impensabile. Si attraversa Le Touquet dal Municipio alla spiaggia, in una gran ressa di moto da cross impennanti e spernacchianti. Per uno come me che guida quotidianamente nel casino di Roma è come invitare un’oca a bere, svicolare è l’unica cosa che so fare veramente e per cui sono allenato.

Quando si entra sullo spiaggione ognuno si allinea come vuole ma più o meno è in ordine d’arrivo, dietro a dei tavoloni di legno che fungono da cancelletto. Morale della favola: mi ritrovo a partire in prima fila! Ma non è una scelta voluta, mi ci sono ritrovato. Non sono capace di fare cross sulla sabbia, ma di infilarmi nel casino del traffico sì. Terrore.

A destra e a sinistra, e soprattutto dietro, ho dei crossisti veri, io qui in mezzo che ci faccio? E il peggio deve ancora succedere. I muri di legno cadono, tutti ci lanciamo a gas aperto in avanti verso non so bene cosa, non si sente il proprio motore e non si vede un accidente, 1500 moto da enduro-cross stanno accelerando nella bruma dello spiaggione oceanico. Prima, seconda, terza, marce lunghissime e manetta sempre e solo tutta aperta… all’improvviso “bloooooooorp” il motore si spegne.

Sono fermo nel giro di pochissimi metri, piantato con un ombrellone abbandonato nel posto sbagliato, mi stanno arrivando addosso centinaia di supergasati fuoristradisti di tutta Europa che si sono pompati a dovere per resistere tre ore ininterrotte a guidare. E si stanno appena sfogando sul primo rettilineo in piena tempesta ormonale e con l’adrenalina oltre la soglia del raziocinio. La sabbia alzata dalle ruote resta nell’aria fino ad un metro oltre di me, sono un bersaglio immobile e invisibile. Mi vengono in mente i film di cow boy, quando mettevano i carri in cerchio per proteggersi un poco dagli attacchi dei pellerossa, così metto la moto di traverso e io mi puntello contro di lei.

Se qualcuno è in rotta di collisione almeno prima prende la moto, dopo me. Dopo dei secondi interminabili torno a vedere il cielo, passa ancora qualche sparuto endurista che guida più o meno come farei io, sono più tranquillo. Risalgo, pedivella, qualche calcio, il motore riparte. Via a manetta verso l’infernale strettoia che dalla spiaggia porta alle zone delle dune. Quando arrivo è un’altra scena da girone dantesco: un “bouchon”, un tappo di gente che spinge, si insabbia, cade, si incastra, fumo e sabbia che si alzano per aria insieme alle imprecazioni in tutte le lingue nordeuropee più qualcosa anche in romanesco.

Di chiudere il gas non ci penso per niente, punto dritto all’esterno del sabba infernale, al massimo della velocità mi lancio in salita sulla duna che fa da sponda a tutte le anime dannate del Touquet, il pubblico intuisce e si lancia dove può per togliermisi di mezzo. All’uscita dell’imbuto avrò riguadagnato qualche centinaio di posizioni. Di lì a poco mi si prospetta davanti il bivio pista-paddock. Non ci penso due volte ed entro ai box, vago nel campeggio sulla spiaggia che ospita le assistenze fin quando non trovo la mia macchina. I compagni di viaggio danno da bere alla moto, io mi attacco ad una bottiglia d’acqua, non esistevano ancora i Camel back.

Rientro per senso del dovere, ma quando mi si riapre lo spiaggione davanti qualche momento di gloria e di soddisfazione me lo ricordo. In compenso la parte guidata tra le dune è un calvario, la guido tutta vicino alle reti di recinzione per non essere investito dietro qualche salto da quelli che sanno quello che stanno facendo, e ogni tanto, quando mi fermo per riprendere fiato, i francesi mi strattonano da tutte le parti urlando “probléme, probléme?”. Ma fatti i ca…zzi tuoi, che sono troppo impegnato a sopravvivere per avere pure la preoccupazione di spiegare a te che cosa sto vivendo. Faccio tre giri, alla fine risulterò a metà classifica, e penso che mi sia andata bene, sono vivo. Arrivo alla Pensione dove avevo la stanza, lascio la moto poggiata ad un muro e quando tornerò giù ci troverò un mazzo di fiori di plastica (orrendi).

La proprietaria mi dirà “una moto che finisce il Touquet merita i fiori”. Ecco, lei sì, io un po’ meno. Incontro Meoni che ha degli occhi rossi come il fuoco: alla partenza si sono riempiti di sabbia ed ha guidato tre ore senza. Mi chiede se può sciacquarsi la faccia in camera, il bagno del suo camper è rotto (dalla partenza dall’Italia). “Ma fatti una doccia”, dico, mi sembra il minimo e non ripartirei per il viaggio verso l’Italia in quelle condizioni neanche se mi inseguisse l’ispettore Clouseau. “Grazie, basta una sciacquata alla faccia”, risponde. Dakariani si nasce. E io non lo nacqui.

Io e i miei compagni di avventura ci ripromettiamo di partire per le 5, facciamo le 6, del mattino dopo, perché uscire dal paese il lunedì dopo la gara è un problema per il gran traffico. Infatti partiamo alle 7 e ci troviamo in fila indiana per uscire da Le Toquet. Secondo bouchon da affrontare in meno di 24 ore. Fino a Parigi è già un piccolo viaggio, in più ci arrivo già praticamente in trance da fatica post-gara, liscio l’ultima uscita per aggirare la capitale francese e me ne accorgo 50 metri troppo tardi, quando sono già in fila nell’ora di punta. Il terzo bouchon naturalmente dura tutta Parigi in senso trasversale, ma l’acido lattico nelle gambe insieme all’autonomia della Peugeot 205 con carrello e Husqy mi permetterà di crearmi il problema di sgranchirmi quando ormai siamo quasi in Italia.

L’avventura del resto non era partita meglio. Parto per tempo il venerdì mattina da Roma per recuperare gli altri due a Bologna. Loro vengono da Forlì. Ad Attigliano, sulla A1, dopo 100 km da casa, metto una mano distratta nella borsa sul sedile di destra, tocco un passaporto e già al tatto mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. Non è il mio ma quello di mia moglie.

Magari al confine con la Francia non mi guardano neanche ma se poi non mi fanno uscire dall’Italia che faccio? Un week end sulle Alpi con l’Husqy sul carrello? E io non scio neanche. Torno indietro. Arriverò a Bologna con qualche ora di ritardo, e non esistevano i cellulari all’epoca per avvertire, così all’appuntamento non trovo nessuno.

Poi la comitiva si riunirà comunque per proseguire “in salita” un week end di sabbia e bouchon.

Ugo Passerini 


 Segui "La sabbia nelle mutande" su Facebook 

Lascia un commento

Letta l'informativa sul trattamento dei dati personali,

  • Alle attività di marketing

    Alle attività di marketing:
    Ovvero all’elaborazione e al trattamento dei dati da parte di Adventure4You per le finalità di marketing di cui al punto b) del paragrafo Finalità del Trattamento, con le modalità di trattamento previste, cartacee, automatizzate e telematiche, a mezzo posta ordinaria od elettronica, telefono e qualsiasi altro canale informatico.

  • Alle attività di profilazione

    Alle attività di profilazione:
    Ovvero all’elaborazione e al trattamento dei dati da parte di Adventure4You per le finalità di profilazione di cui al punto c) del paragrafo Finalità del Trattamento, relative - a titolo esemplificativo e non esaustivo - alle abitudini e propensioni al consumo, comportamento, consultazione e utilizzo del sito web.

  • Alla comunicazione a terzi per fini di marketing

    Alla comunicazione a terzi per fini di marketing:
    Ovvero alla comunicazione dei dati a società connesse o collegate a Adventure4You nonché a società partner delle stesse che li potranno trattare per le finalità di marketing di cui al punto d) del paragrafo Finalità del Trattamento, con le modalità di trattamento previste, cartacee, automatizzate e telematiche, a mezzo posta ordinaria od elettronica, telefono e qualsiasi altro canale informatico.

Cliccando sul pulsante di invio, confermo la richiesta del servizio indicato al punto a) dell’informativa, il consenso al trattamento dei dati per le finalità del servizio e con le modalità di trattamento previste nell’informativa medesima, incluso l’eventuale trattamento in Paesi membri dell’UE o in Paesi extra UE.

Invia il tuo commento

con i tuoi dati prima di inviare il commento.


Sei un organizzatore di viaggi avventura? Desideri essere visibile e inserire i tuoi viaggi nel portale Adventure4You? Registrati ora!