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In Moto dal Marocco al Senegal 1° parte

Fagot
  • Diario di bordo di Fagot Inserito il 29-04-2012
  • Destinazione Marocco, Mauritania, Senegal
  • Quando Dal 26-12-2011 al 25-01-2012
  • Avventura in: Moto
TANGERI - BANANI

Ricordo ancora, avrò avuto 9 o 10 anni, era una domenica pomeriggio di quelle noiose da passare in oratorio, alla “Azzurro…” per capirci: lezione di catechismo, 2 tiri al pallone con gli amici, poi i film di Bud Spencer e Terence Hill da vedere con la bottiglia di gassosa e la stringa di liquirizia annegata.
Quel giorno però alla lezione c’era un missionario tornato per un periodo di riposo dal centro Africa, cinavrebbe parlato di quello che faceva laggiù: della sua missione, delle popolazioni e ovviamente delmessaggio di evangelizzazione che portava. Per farlo cominciò mostrandoci delle diapositive meravigliose:savana, foreste, villaggi africani, animali selvatici, la gente del posto ripresa nei lavori domestici e agricoli. Il mio cuore si mise a battere a 1000 e quando alla fine ci chiese chi volesse fare il missionario, senza esitazione, la mia mano si alzò. La mia voglia d’Africa è nata in quell’istante.

Visto che la mia era una vocazione tardiva (a Bergamo preti si “nasce” a 5-6 anni) in famiglia si decise, su consiglio del missionario, di attendere la fine della scuola per verificare che fosse “sincera e profonda”. Ovvio che nel giro di un paio di mesi svanì, sostituita non ricordo se dalla raccolta di figurine Panini o dalla collezione di Tex Willer.
La voglia di visitare quei luoghi, invece, ci mise molto più tempo ad andarsene. Spesso tornava nelle mie fantasie prepotente come un colpo di vento che sbatte la finestra, altre volte si insinuava attraverso un’immagine, un profumo, una musica che, subdolamente, mi riportavano in mente quel sogno. Piano piano, col passare degli anni sembrava svanita: il lavoro, altri interessi e passioni, la famiglia e i figli. Poi, quando sei anni fa mi ripresi la moto dopo un lungo periodo di “astinenza”, il desiderio di andare in Africa e soprattutto di andarci su due ruote si fece di colpo più tangibile e palpitante. Cominciai a piccoli passi ad “imparare” a portare la moto e a visitare il Maghreb: Tunisia, Libia, Marocco, non mi sembravano mai abbastanza vicini a quello che avevo visto quella domenica nelle diapositive. E così, a partire dalla primavera scorsa, iniziai a progettare seriamente il “viaggio”.
Il paese che più si avvicinava all’idea di Africa che avevo e che potevo raggiungere da solo, era per me il Mali. E quando dici Mali, non puoi fare a meno che pensare a Tombouctou: la meta irraggiungibile, il luogo mitico di arrivo delle carovane di cammelli che attraversando il Sahara giungevano dal Marocco dopo 52 giorni, il sogno per ogni motociclista viaggiatore che si rispetti. Ok, quindi meta finale TBT! Ma, a fine novembre, le notizie che giungono da lì non sono confortanti: tre motociclisti rapiti, uno ucciso a sangue freddo e 200 km più sotto a Hombori due geologi francesi uccisi in un albergo. I dettagli sono scarsi e non permettono di capire quale sia il quadro preciso della situazione, per cui decido che mi fermerò un po’ prima.
Alla ricerca di informazioni utili, parlo con Ivan che è già sceso per portare le moto di Bike 4 Africa e mi dice che potrei fare qualcosa per Bambini Nel Deserto (una Onlus di Modena). Così nel giro di qualche giorno mi accordo con loro per fare un sopralluogo nei Pays Dogon, dove hanno in corso alcuni progetti. In un batter d’occhio la destinazione finale diviene Banani, minuscolo villaggio adagiato sotto la falesia, dove BND sta realizzando due pozzi per l’acqua.
Da allora è solo un susseguirsi di preparativi: visti, vaccinazioni, ricerca di ricambi per la moto, contatti, tracce e quante più informazioni sia possibile avere. Dai primi di dicembre sono pronto, non resta che contare i giorni che mancano alla partenza e soprattutto convincere Franca e i ragazzi, che non sarà un viaggio semplice e volendolo fare da solo, cercherò di evitare rischi inutili e di prendere più precauzioni possibili nel corso della sua durata.
Finalmente arriva il giorno atteso per anni. Joesimpson e Bimboo decidono di scortarmi fino a Genova, si sa mai che mi perda per strada o cambi idea. La cosa mi fa, ovviamente, un piacere immenso.

1° giorno:

Dopo due giorni di traghetto interminabili allietati solo dalla conoscenza di una coppia di motociclisti aretini e di Fabio, un futuro spero Maiale nel Fango con alle spalle chilometri e chilometri di piste nordafricane, appena sbarcato di volata mi dirigo a Larache per trascorrere la prima notte in Africa.
Tramonto sul mare a Tangeri Med La mattina seguente, salutato Fabio, via di corsa in autostrada fino ad El Jadida da dove una bella statale tra campi verdi mi porta velocemente
a Essaouira. Lì Luca e il suo amico Federico mi aspettano in compagnia di due rumeni per una birra. Con calma verso sera ci trasferiamo in un campeggio poco lontano.

2° giorno:

 Tutti insieme prendiamo la bella strada costiera che da Essaouira scende fino ad Agadir: villaggi sul mare, scogliere e spiagge infinite per surfisti.
Nel primo pomeriggio io, Luca e Federico prendiamo una pista spettacolare un po’ sabbiosa che dall’alto della scogliera ci regala panorami bellissimi.
Una ventina di km sufficienti per sfogare la voglia di off che ci pervade....
Sull’asfalto ritroviamo i rumeni e con loro facciamo rotta su Legzira, una spiaggia di circa 2 chilometri con due archi naturali che si gettano nel mare. La tentazione è forte e, sebbene sia vietato, non resistiamo. In
attimo ci buttiamo con le moto per percorrerla tutta e soprattutto passare sotto quegli archi, una meraviglia! Tornati sull’asfalto via di nuovo verso sud e sul calar della sera, ancora qualche emozione percorrendo al buio gli ultimi 12 chilometri di pista che ci portano al camping-hotel di Fort Bou Jerif.

3° giorno:

Di buon’ora facciamo una scappata al forte della Legione Straniera che si trova a poche centinaia di metri per scattare qualche foto.
Ripreso l’asfalto direzione sud ovest per trovare l’inizio della Plage Blanche: all’inizio della pista un pastore ci offre un delizioso tè in casa sua e scopriamo così che non c’è possibilità di far benzina per altri 80/100 km.
Ritorniamo al villaggio precedente dove troviamo qualche tanica da 5 litri, l’intenzione è quella di dare tanto gas sulla sabbia e non vogliamo rinunciarci per paura di restare a secco.
Alle 11.00 eccola lì: distesa verso il mare, nascosta dietro alcune dunette e con l’accesso a fianco di un oued.  La marea è bassa, il fondo duro con qualche piccolo tratto più tenero, larga circa 200 metri e lunga 30
chilometri….. 1°- 2°- 3°- 4°- 5° una dietro l’altra e in attimo mi ritrovo a sfrecciare a 120 sul bagnasciuga coi gabbiani che si alzano appena mi sentono arrivare.
Vorresti non finisse mai.
Arrivati alla fine dove si trova l’uscita più comoda decidiamo di continuare ancora. Ma dopo pochi chilometri la spiaggia inizia a stringersi e la marea inizia a salire. Torniamo indietro quindi, più facile a dirsi che a farsi. A turno ci insabbiamo nel tentativo di girare le moto sulla battigia ridotta a 20 mt.: prima caviamo la mia, ma
quando riparto Luca rimane piantato nell’acqua, torno indietro gli do una mano e mi insabbio di nuovo.
Insomma le comiche… Finalmente riesco a ripartire e ritrovare la parte più dura e guadagnare così l’uscita, ma gli altri tardano.
Dopo 10 minuti arrivano trafelati, Luca trovando una parte più molle è finito nelle mie tracce ed ha cappottato a velocità sostenuta. Fortunatamente nessun danno, ma un gran spavento e soprattutto la voglia
di abbandonare la spiaggia al più presto. La salita verso la scogliera è una lingua di sabbia lunga 500/600 mt: Luca con i tasselli sale zampettando, io mi fermo a metà e poi torno giù a dare una spinta a Federico
che con il Tiger stradale fa più fatica. Poi con calma e trotterellando guadagno anch’io la sommità dove inizia la pista dura. In un’ora siamo sulla statale e appena presa incontriamo Smontic e Lucia con il loro Unimog,
sono reduci da un giro nel sud e stanno risalendo verso l’Antiatlante. Due chiacchiere, qualche foto e poi via di corsa verso Tan Tan dove ci fermiamo a lavare le moto dalla sabbia e dall’acqua di mare. Da quando ho abbandonato la pista la spia dell’alternatore rimane accesa: un’onda lunga che mi ha lavato completamente ha fatto saltare un fusibile. Per fortuna una volta cambiato tutto torna a funzionare regolarmente.
L’idea è quella di arrivare a Tarfaya per sera, ma uscendo da Tan Tan Plage una coppia di gendarmi col laser mi becca a 120 km/h…. Li convinco che ho sbagliato guardando la velocità rilevata del GPS e mi fanno un
“cadeaux” visto che è l’ultimo giorno dell’anno. A quel punto Luca e Federico decidono di tornare indietro, l’indomani devono cominciare la risalita verso Tangeri. Dopo averli salutati mi rimetto in strada per Tarfaya, dove arrivo a sera inoltrata. L’appuntamento coi rumeni era lì, ma quando chiedo informazioni all’albergo mi dicono che hanno deciso di trascorre la notte in tenda su una spiaggia. Pazienza, capodanno solitario in un paesino di pescatori anonimo. Alle
22.00 sono già a letto.

4° giorno:

Mi piace viaggiare verso sud. La mattina presto il sole fa capolino sulla tua sinistra e riscalda l’aria frizzante. L’ombra netta sulla tua destra sembra la copia esatta di un compagno motociclista che ti sta accanto. La strada è noiosa: un nastro di asfalto che corre per centinaia di chilometri in mezzo al deserto piatto. Non fosse per i saluti con i pochi camionisti che incontri in senso inverso, ci sarebbe da chiedersi se c’è vita dove stai andando.
A Boujdour la scogliera a picco sul mare è stupenda e restituisce per un attimo il senso di tutto quello che stai facendo.
Fino a Dakhla soltanto un paio di posti dove fermarsi a prendere un tè e vedere così un canadese che in bicicletta si sta facendo la Parigi-Dakar.
E poi dicono che sono io il fuori di testa a far certe cose da solo! Lì sono 300 km di nulla da un abitato all’altro….. Da Dakhla il panorama cambia completamente: la penisola bianca col riverbero del sole, le dune di sabbia finissima e chiara, il mare azzurro….
Cerco il cartello del Tropico del Cancro, ma niente sembra svanita: ai fatidici 22° 50’ non c’è alcuna traccia.
Nel frattempo le ombre tornano a farmi compagnia.
il sole che tramonta verso ovest non mi dà fastidio e prima di sera sono al confine, già chiuso, dove passo la notte aspettando la mattina per poterlo varcare.

5° giorno:

Alle 8.00 sono in coda con tutti i mezzi arrivati durante la notte.
Il poliziotto mi fa avanzare e così nel giro di un paio d’ore riesco a passare le due dogane e a prendere la strada per Nouakchott, giusto in tempo per vedere il treno più lungo del mondo. Si tratta del convoglio che da Atar nell’est della Mauritania trasporta il materiale estratto dalle miniere di ferro verso ovest fino a Nouadhibou: 2 motrici e 240 vagoni, qualcosa come 2,5/3 chilometri di lunghezza. La polvere sollevata è così ampia che all’inizio pensavo si trattasse di una tempesta di sabbia che si avvicinava.
Nei primi 150 chilometri il vento che soffia dal deserto è forte e mi costringe a viaggiare piegato. Dune a barcane con sabbia che sfiora l’asfalto, poi inizia la zona più piatta e desolata con piccoli gruppi di case sparsi lungo la strada.
A metà strada l’unico distributore e punto di ristoro è la Gare du Nord.
Mauritania la via di mezzo: non più Maghreb, non ancora Africa vera….
A pochi chilometri da NKC incontro Mirco Bettini e il suo gruppo che sta facendo la Rimini-Dakar: tra di loro c’è anche Werter del Fossom Team. C’est l’Afrique! Decido quindi di accodarmi e di passare con loro la notte nella capitale mauritana, anche se il Tfelia non è proprio il mio genere di albergo. Una volta arrivati mi metto a cambiare le gomme nel parcheggio dell’hotel e il buon Werter si offre subito di darmi una mano. Trovare un “endurista vero” a 3000 chilometri da casa che ha voglia di sporcarsi le mani dopo una giornata in moto non è cosa da tutti i giorni….. gli devo ancora una birra!

6° giorno:

Ci vuole un’ora per uscire dalla caotica NKC e imboccare la statale verso sud. I controlli dei militari sono frequenti e dopo 120 chilometri ritrovo Mirco e il gruppo che sono partiti all’alba: vorrebbero prendere una pista lungo il mare, ma visto il numero di moto e il rischio di trovare sabbia, insieme decidiamo di continuare ancora sull’asfalto.
Al successivo check-point il gendarme mi dice che dopo 100 mt. inizia una pista che si collega a quella che avevo in mente di percorrere e così Mirco va a fare un giro di ricognizione per valutarne la fattibilità. Si può fare e così vado avanti in modo da avvisarli se per caso ci fosse sabbia.
La pista è ben segnata, a tratti qualche buca coperta di fech fech, ma niente di insuperabile fino ad un gruppo di dunette di 300-350 mt.
Scendo e trovo a piedi il percorso migliore, poi una volta passato mi fermo con un’escavatorista che sta preparando il materiale di fondo per la strada in costruzione a poca distanza. Mi offre un tè e dopo esserci fumata una sigaretta insieme, visto che il gruppo non arriva vado avanti fino al villaggio sull’argine del fiume Senegal. Qui un gruppo di ragazze esaurisce velocemente la mia dotazione di penne e quadernetti. Come sempre sono meno timide dei ragazzi e ci tengono a farsi fotografare. La pista che da Rosso arriva fino a Djema attraversa il Parco di Diawling: sulla sinistra il fiume con il canneto, a destra invece acquitrini rifugio per fenicotteri, aironi,
anatre e non so quanti altri uccelli, mentre branchi di facoceri sbucano dalla macchia spaventati dal rumore della moto.
Dopo 1 ora sono al confine e visto che non c’è anima viva, me la cavo in pochissimo tempo e con una piccola mancia ai gendarmi mauritani e senegalesi. A Rosso invece sembra sia esattamente il contrario.
Sento Mirco che mi dice di proseguire perchè tanto loro ci metteranno un po’ a fare dogana e quindi in mezzora sono a Saint Louis, dove prendo alloggio all’Hotel de la Poste.
Ho tutto il tempo di farmi una "Gazelle" gelata e un giretto sul porto fluviale in compagnia di Ismail, una guida che mi dice essere amico di Gio Sala.
Il gruppo arriva col buio, trattenuto dalle pratiche doganali e dal fatto che prima di loro ci fossero due auto italiane senza carnet.
Dopo cena io e Mirco facciamo le ore piccole sotto la veranda dell’albergo. Parlando scopriamo di avere più amici in comune di quanto si potesse pensare e soprattutto, narrandoci dei posti e delle reciproche
esperienze vissute, saltano fuori quelle “affinità elettive” che così a fatica ormai riusciamo a trovare oggigiorno. Qualche sorriso, una risata e la “voglia d’Africa” che traspare dalle poche parole, bastano per capire che con lui sarei pronto a condividere un viaggio a occhi chiusi. E la cosa mi fa sentire bene.

7° giorno:

Salutato il gruppo che prosegue per il lago Rosa imbocco la N2 che corre lungo il fiume Senegal. All’inizio la strada è bella, poi cominciano a comparire buche grandi come crateri provocate dai camion che fanno avanti ed indietro tra Dakar e Bamako. Il Mali ovviamente non ha porti, per cui tutte le merci arrivano nella capitale senegalese e da lì, dopo un viaggio di oltre 1500 chilometri su mezzi caricati all’inverosimile, giungono nei principali depositi maliani. Attorno inizia il Sahel, la fascia predesertica: terra rossa, erba bassa e alberi che cercano di resistere alla siccità. Compaiono le prime mandrie di bovini e qualche gregge di capre.
Arrivato a Matam mi fermo in un residence sul fiume, dall’altra parte la desolante Mauritania.
8° giorno:
 
La strada o meglio quel che ne resta peggiora sempre di più fino a ridursi ad una pista... ...mentre i primi baobab sbucano dall’erba alta e gialla insieme a villaggi con capanne di fango e paglia. In uno di questi è il giorno del mercato del bestiame.
Arrivato al confine di Kidira si fa fatica a riconoscere gli uffici di polizia e dogana per timbrare l’uscita, poi una lunga fila di camion in attesa delle pratiche doganali ti indica la parte maliana. Lì, in 20 minuti faccio il “passavant” con il puntiglioso doganiere che mi delucida sul costo: “5000 CFA durante la settimana, 15000 CFA il sabato e la domenica per il nostro lavoro straordinario”. “Si ma che cavolo di giorno è oggi?” gli chiedo io. “Giovedì” risponde. Ok mi è andata bene, quindi 7.5 euro anziché 23.
Un’ottantina di chilometri di asfalto perfetto con le bertucce che ogni tanto attraversano la strada e sono a Kayes. Mi metto a gironzolare per il mercato poi nel tardo pomeriggio mi sistemo sotto una verandina del Khasso Hotel con un paio di birre e un pacchetto di sigarette. In riva al fiume c’è vita fino al calar del sole: contadini che innaffiano gli orti, caricatori di sabbia, donne che lavano, pinasse che fanno avanti e indietro tra le due sponde. Ci sono 30°, ma l’aria è secca e non li senti per nulla. Resto lì, con la musica afro che dal bar arriva in sottofondo, ancora un paio d’ore dopo la cena a base di “Capitaine et frites”, in contemplazione….

9° giorno:

Alle 8.00 imbocco la pista che dalla Gare di Kayes punta verso SE, 20 chilometri veloci di toule. Poi il tracciato lascia posto all’asfalto, i cinesi stanno costruendo la nuova strada che giungerà fino a Kita.
Sono arrivati ormai da diversi anni, prima negli ospedali, poi nelle università e ora nella viabilità: il tutto ovviamente in cambio del permesso di trivellazione nel nord del paese, dove sembra abbiano già trovato giacimenti di gas. Risorse energetiche da sfruttare per alimentare la loro crescita. E come sempre al popolo maliano così come a tanti altri popoli africani arriveranno solo le briciole…. Dopo una quarantina di chilometri ricomincia la pista e con essa i lavori di preparazione del fondo stradale. Un cantiere unico con continue deviazioni piene di sabbia, camion e pick up che sollevano nuvole di polvere che impediscono di vedere dove cavolo stai mettendo le ruote.
Guardano
il gps scopro che il vecchio tracciato aveva un altro percorso e così ad un bivio devio verso destra e dopo esser passato in mezzo ad un villaggio mi ritrovo su una single track: metto il punto del guado dove devo arrivare e via. Foresta, oued insabbiati, rocce nere che spuntano nelle radure, la pista o meglio il viottolo che a tratti scompare, poi tracce di “mobilette”. “Bene se ci passano loro ci passo anch’io….” .
I 25 km che mi separano dalla riva sembrano non finire mai, continuo navigando tra gli arbusti e proprio quando mi sembra d’essere fuori rotta, ad un tratto eccola lì davanti a me, che arranca sotto il peso dei due passeggeri: è una “motobecane” tutta arrugginita e scoppiettante. “Zio kan, ti ho trovata alla fine…..”. Arrivato al fiume il traghetto è dall’altra parte in attesa e non sembra abbia intenzione di muoversi, per cui decido di utilizzare una pinassa.
In 6 carichiamo la moto e con un pelo di “apprensione” monto a bordo, mentre l’aiuto barcaiolo si sistema a cavallo del mezzo per sicurezza e il capo fa salire altri passeggeri.
Sbarcato a Mahina faccio il pieno e mi prendo un tè coi benzinai che han voglia di far due chiacchiere.
Vogliono farmi benzina dal distributore centrale con la scritta DIESEL e cerco di fargli capire che voglio Essence, che non hanno ancora costruito motociclette a gasolio:  “Tranquille” - mi dicono - “questo è il distributore per le moto grandi, gli altri due sono per le mobilette.”.
Passato il ponte della ferrovia la pista è una toule larga e bellissima di 100 km, con le cunette regolari e qualche avvallamento, per cui mi metto in 5° sui 100 orari e per un’ora non faccio altro che ascoltare l’aria addosso, i 4000 giri sornioni del boxer e il tump ….. tump …… tump ….. tump del posteriore sulla terra rossa.
Alla diga di Manantali mi fumo una sigaretta con il gendarme di guardia al crocevia: si ferma lì per 24 ore consecutive dormendo su una brandina.
La strada che inizia a salire sull’altopiano verso Tambaga nel giro di qualche tornante si trasforma dapprima in un insieme di buche con tracce di catrame e poi in una pista argillosa, con grandi fosse lasciate dalle piogge. Il paesaggio è però magnifico e per lunghi tratti mi riporta in mente le diapositive di quella famosa domenica pomeriggio: terra rossa, savana con erba alta, foreste con alberi sopra i 20 metri, villaggi in fango….
Giornata in fuoristrada da incorniciare oggi: 350 km di piste, single track, fech fech, toule onduleè e tante tante buche. Mai fatto così tanto off in un solo giorno e quando all’imbrunire scopro che gli ultimi trenta chilometri sono di un bellissimo “goudron” che scorre nella foresta, sinceramente tiro un sospiro di sollievo.
In albergo a Kita, mentre ancora pieno di polvere rossa mi scolo una Castel da 66 ghiacciata e mi fumo un sigaro per la soddisfazione, conosco Sara, una ciclista olandese che da Bamako sta andando a Dakar. Bel fegato la ragazza!

10° giorno:

La Kita – Bamako è un nastro di asfalto di 200 km ben tenuto che porta velocemente a destinazione, interrotto solo da qualche villaggio.
La capitale, come tutte le grandi città africane, è un caos unico: taxi brousse sgangherati che ti tagliano la strada per fermarsi quando meno te lo aspetti, mobilette a destra e sinistra, carretti trainati da asini, auto che ignorano completamente il codice della strada. 1 ora per attraversarla e raggiungere la torre d’Africa che si trova a sud.
Mi fermo per il pieno e mi sento chiamare. E’ Buba la mia guida e referente di BND che stava andando al campeggio per aspettarmi e riconosciuta la moto dagli adesivi si è fermato per presentarsi. Insieme raggiungiamo il camping e dopo esserci conosciuti un po’ meglio mi metto a fare il tagliando al GS. Buba si offre subito di darmi una mano: cambio olio, pulizia del filtro, serraggio bulloni e viti, la moto gira come un violino e in 10 giorni s’è fatta 5000 km senza batter ciglio.
Finito lo accompagno a casa nel centro di Bamako e rientrando mentre sono fermo ad un semaforo una mercedes riesce ad “abbattermi” facendomi sbattere contro una macchina parcheggiata. Nessun danno per fortuna, i passanti mi danno una mano a risollevare la moto e la cosa sembra di una normalità sconcertante.
Più tardi, a cena con la moglie del titolare del campeggio e le sue figlie, una coppia di francesi e Buba che nel frattempo è ritornato, si parla del vivere in Mali.

11° giorno:

Alle 7.30 siamo già
in moto diretti a Djennè, la città di fango che si trova su un isola nel delta dei fiumi Niger e Bani. Lungo la strada spuntano, nei pressi delle città più grandi, i caselli di pedaggio per i trasporti delle merci.
Visto il prezzo molto alto delle tasse doganali senegalesi, il governo maliano ha stretto accordi con gli stati della Costa d’Avorio, del Ghana e del Togo per poter usufruire dei loro porti a prezzi più vantaggiosi e così ora nuove strade commerciali seguono la rotta Sud-Nord fino a Bamako. I camion vengono pesati a “occhio” dai casellanti che con lentezza esasperante provvedono anche a sollevare le sbarre. Tutto questo traffico pesante evidentemente ha provocato numerosi incidenti, ragion per cui ormai anche il più piccolo villaggio è dotato di una serie di dossi rallentatori, che spesso però non sono affatto segnalati. Più di una volta vedendoli all’ultimo momento e passandoli quindi in modo veloce, sento il povero Buba che sobbalza sulla sella….. Ogni tanto gli chiedo se è stanco e vuole fermarsi, ma mi fa sempre segno di proseguire. “Tipo
tosto….” Rimugino tra me “ Franca in genere dopo 150 chilometri comincia a menarmi i fianchi…. lui si fa 550 km con 1 sosta.”
Nei villaggi cominciano a comparire i primi granai tipici della cultura Dogon mentre le case mantengono lo stile sudanese, con costruzioni basse e rettangolari.
A metà pomeriggio siamo nel delta. In questa stagione secca i campi sono utilizzati per il pascolo del bestiame, mentre nella stagione delle piogge quando i fiumi esondano vengono utilizzati per la coltivazione di riso.
Questa volta per raggiungere l’isola utilizzo il traghetto che ininterrottamente fa la spola tra i due argini: domani è giorno di mercato e sta arrivando una moltitudine di persone dai villaggi circostanti.
L’ora è la migliore per visitare la città e vedere la moschea di fango più grande al mondo, che ogni anno al termine della stagione delle piogge viene restaurata da centinaia di volontari.
Nella città si riconosce ancora, guardando alcune case, il periodo in cui i mercanti marocchini fecero di questo abitato il nodo cruciale delle rotte che da Tombouctou salivano al nord.
Le punte estreme sui tetti delle case simboleggiano il marito e la moglie, mentre le più piccole al centro il numero di figli. In questo caso 5.
Le donne hanno, a seconda del quartiere, un punto di incontro settimanale preciso dove scambiarsi pareri, chiarimenti, informazioni, insomma fare quattro chiacchiere in santa pace senza uomini e figli.
Sul Bani l’Africa mi regala il più bel tramonto di questo viaggio…..
12° giorno:
 
Prima di partire facciamo in tempo a vedere la piazza che si prepara per il mercato settimanale. L'uscita dall'albergo sembra fatta a misura di Gs...
Gli ultimi chilometri scorrono veloci fino a Biandagara, la porta dei Pays Dogon.
Anche le mobilette ormai si sono evolute. Ora si chiamano KTM R, made in Japan, 125 cc. 4 marce, ruote in lega del 16, 350000 CFA poco più di 500 euro Alle 11.30 siamo lì, di fronte alla banca, per ritirare il denaro necessario a pagare i lavori per i pozzi di Banani, ma il direttore scolastico che ha ricevuto il bonifico da BND è un emerito stronzo: arriva dopo l’orario di chiusura e nella pausa pomeridiana sparisce nel centro giurando di ritornare per le 14.00. Non vedendolo arrivare, con una rabbia che monta sempre di più, mi metto alla sua ricerca e “scortatolo” direttamente allo sportello gli faccio ritirare il contante. Una volta uscito si rifiuta però di consegnarmelo, con la scusa che vuole vedere una mail di BND ove sia scritto di farlo. Andiamo perciò in comune dopo c’è un cyber e dopo altre 2 ore con l’aiuto di suo fratello e di un impiegato riusciamo a fargli capire che non aveva ricevuto un incarico ufficiale di costruzione da BND, bensì data la sua disponibilità di conto corrente, un semplice versamento da girare più di un mese fa al costruttore.
5 ore per riscuotere 2000000 di CFA…… il viaggio si prende il suo tempo e lo capirò solo a notte inoltrata…..
Finalmente alle 16.30 io e Buba riusciamo a ripartire in direzione di Sangha. La pista è stupenda e corre sulla falesia in mezzo a campi coltivati e fiumi, il sole sta tramontando alle nostre spalle e la luce radente mi impedisce di percepire le buche e così tutto d’un tratto mi metto a danzare col GS.
Gli amici più cari mi chiamano “culo ballerino” altri che mi hanno visto girare in off per la prima volta mi hanno
detto che sono una sola cosa con la moto. In entrambi i casi forse hanno ragione, ho ballato per quasi 15 anni danze tradizionali di mezza Europa e quando ero in coppia, sembravamo davvero una cosa sola. Una mano a sostenere la schiena della mia compagna, l’altra a stringere la sua fondendosi a mo’ di prua che fende l’acqua per farsi spazio tra le altre coppie, le gambe vicine con le cosce che si incastrano per girare più velocemente, lo sguardo fisso negli occhi e il respiro che via via diviene sempre più veloce, ma regolare quasi all’unisono….. e poi solo la musica che dona il ritmo. Non era semplice ballare, era complicità, era divertimento, era essere una cosa unica che si muove nello spazio, nel tempo e nel ritmo, era seduzione
allo stato puro, in alcuni casi è stato anche amore. E proprio per questo che quando ho conosciuto Franca ho smesso. Non avevo più bisogno di sedurre nessuna donna……
Così allo stesso modo di allora….. mi alzo in piedi, cavo la maschera che mi da fastidio, le ginocchia stringono il serbatoio con dolcezza, due dita sulla frizione pronte ad aiutare il motore, due sulla leva del freno e altre due sul gas, il peso sulle pedane e lo sguardo avanti 10 metri ….. e cominciamo a danzare.
Lo sterzo diviene più leggero, basta spingere col piede che lei ti segue subito dove vuoi….. mi dimentico di Buba che ogni tanto sento appoggiarsi per trovare equilibrio…… le trovo la via migliore tra le buche e i dossi e lei porta il mio corpo senza fatica….. le do un po’ di gas quando arriviamo su una salita o dolcemente le sfioro i freni quando si butta in una curva con troppa veemenza…… 40 chilometri e siamo in centro al villaggio.
Ormai è buio e Buba è preoccupato. Guardo il Gps e vedo che mancano 1200 mt. in linea d’aria…. ma dice che ora ci sono le rocce. Andiamo allora. Le “rocce” come le chiama lui sono meloni appuntiti conficcati nella terra e quando finiscono c’è la sabbia, le discese irte e le salite a tratti cementate sui tornati. In realtà sono 5 chilometri di pista cazzuta che scende dalla falesia da fare alla luce dello xenon e dell’abbagliante. A tratti lo sento urlare intimorito “Sabbia” o “Rocce” allora mi fermo e lui scende per non farmi cadere…. a metà circa mi chiede di tornare a Sangha. Non se ne parla nemmeno gli dico io, si va a Banani….. e così dopo mezzora prendo gli ultimi 200 metri che scendono nella piazzetta del villaggio ovviamente pieni di pietre…. Lui scende ancora e mi urla”Piano piano”…. “Non posso….” rispondo io “…è lei che vuole andare giù così”.
Entro direttamente nell’albergo dove Dougalou ci sta aspettando…… scendo, mi abbraccia e poi mi fa “Ma Buba dov’è?” . “L’ho perso per strada”….. quando arriva lo guardo a lungo e poi deciso gli faccio “Io torno su a Sangha, troppo bella questa pista….”. Mi guarda seriamente e mettendosi a ridere replica “No, facciamoci una birra che è meglio…” .“Hai ragione zio pork, ho fatto 5950 chilometri per venire a prendermela qui a Banani……”.
A cena Dougalou non vede l’ora di parlarci dei lavori, io invece di dargli il denaro per la loro esecuzione.
Insieme imprechiamo sul direttore che ci ha fatto aspettare così a lungo.
Nel cielo la luna sta sorgendo in mezzo a migliaia di stelle, neanche a volerlo è piena e nei Pays Dogon non c’è corrente elettrica.
Dopo mezzora puoi vedere tutto il villaggio e la falesia, e così anziché dormire in camera salgo sulla terrazza e mi butto sul materassino col sacco a pelo. Una brezza calda che scende da Sangha muove le chiome degli alberi e porta il ragliare di qualche asino. Provo a chiudere gli occhi ma non c’è niente da fare: l’incazzatura e l’agitazione, la gioia, il divertimento, la soddisfazione, il piacere e l’emozione di essere arrivato fin qui me lo impediscono. Capisco solo ora, in questa notte magica, con una sigaretta dietro l’altra, che il viaggio oggi si è preso il suo tempo e mi ha fatto aspettare perché tutto fosse veramente epico e memorabile. E per interminabili minuti di sfrenato egoismo, mi rendo conto che tutto questo appartiene solo a me, al mio cuore e alla mia mente, che nessuna parola, o foto, o profumo, potrà mai avvicinarsi a questi attimi. Solo la mia memoria.

13° giorno:

Oggi il Gs resta a riposo, io e Buba invece ci muoviamo all’alba per fare trekking.
Gli
ultimi 200 metri...
La pista che da Banani va verso NE é sabbiosa e lui non si fida a farla in moto, perciò faremo 12-13 km a piedi….. secondo lui, già perché in Africa i chilometri sono sempre approssimativi, soprattutto quando te li
dichiara un africano. I loro parametri sono un po’ diversi dai nostri, ragionano in ordine temporale: per la stessa pista ci possono volere un’ora di cammino, mezzora di mobilette, 20 minuti di 4x4, 40 minuti a dorso
d’asino….. e poi traducono in km.
I tipici granai Dogon: 1 per ogni moglie, 1 finestrella per ogni figlio. In questa famiglia 3 mogli e 6 figli....
Morale facciamo 2 ore e 15 minuti di camminata svelta fino alla base della falesia dove ci sono i villaggi Youga-Na, Youga-Dogorou e Youga-Piri, diciamo sui 15 km…… e poi attacchiamo con la salita vera e propria
di 3 ore.
Nel primo villaggio ho la fortuna di trovare gli anziani riuniti sotto il Togu-na, lo spazio riservato per le discussioni, lo scambio di notizie o semplicemente per passare il tempo in compagnia. Chiedo di poterli fotografare e me lo concedono in cambio di due noci di cola, masticate e utilizzate dalla gente Dogon come sorta di tabacco da sputo.
Dal secondo villaggio arroccato dentro la falesia il sentiero segue la spaccatura creata e levigata dalle acque per salire sulla sommità da cui si può vedere il deserto per chilometri e chilometri.
Là in fondo dietro l'ultima falesia Douentza e 200 km più su Tombouctou..... mancava veramente poco per arrivarci ma qui sono riuscito ad avere qualche notizia in più.
Dopo la morte di Gheddafi un numero impressionante di mercenari è sceso dalla Libia armato fino ai denti e senza un soldo in tasca. 3 giovani maliani tra i 19 e 20 anni di Hombori hanno ingaggiato una guida tuareg
perchè li portasse fino a TBT: avevano avuto la "soffiata" da parte del proprietario francese di un albergo sulla presenza di 4 motociclisti europei. Arrivati all'ora di pranzo con le armi spianate non hanno esitato un attimo ad uccidere il tedesco che aveva tentato di reagire e poi sono fuggiti con i tre ostaggi attraversando il deserto in direzione di Gao. Lì con la complicità di un funzionario pubblico hanno venduto i prigionieri ai mercenari affiliati ad Aqmi che immediatamente li ha trasferiti nel deserto algerino. Il governo maliano conscio della gravità della cosa e delle ripercussioni negative per tutta la regione che vive di turismo, ha diffuso per giorni un comunicato radiotelevisivo affinchè la popolazione fornisse informazioni utili. Così facendo nel giro di una settimana i 3 giovani, la guida tuareg e il proprietario sono stati scoperti e arrestati, mentre il funzionario pubblico di Gao ha fatto in tempo a fuggire in Algeria. Ormai il danno era fatto: dai primi di dicembre tutti i tour operator avevano disdetto le prenotazioni e gli ostaggi erano già stati trasferiti chissà dove.... un danno enorme per l'economia di questi popoli già duramente messa in crisi dalla siccità dello scorso anno.
Nei giorni in cui mi trovavo lì, la gendarmeria scortava i pochissimi turisti da Douentza a TBT, per garantire la loro incolumità e dimostrare che tutto era tornato normale, ma la sensazione era quella di essere ormai ben lontano dall'idea del motociclista sporco e poco attraente che non interressa a nessuno, quanto più quella di un mucchietto di soldi facili che viaggia su due ruote, ragion per cui ho scelto di rinunciare a raggiungere un luogo seppur mitico.
Buba si preoccupa per me e continuamente mi indica dove mettere i piedi, tanto che devo rassicurarlo e spiegargli che dalle mie parti queste sono considerate colline. Si stupisce infatti di sapere che a pochi chilometri da casa mia ci siano montagne tra i 2000 e i 2800 metri. Sferzati dal vento e dal sole che ormai è molto alto, scendiamo verso l’ultimo villaggio dove ci fermiamo per avere conferma dell’avanzamento del progetto di BND che qui vuole costruire una scuola.
Torniamo sotto il sole cocente del primo pomeriggio a Banani, dove troviamo gli operai intenti a realizzare il muretto di protezione al pozzo dove a novembre era caduto un bambino e le fondamenta per uno nuovo.
Dougalou chiama i bambini del villaggio per distribuire i pochi vestiti che son riuscito a portare e poi io e Buba andiamo alla scuola a consegnare direttamente nelle mani dei più piccoli il materiale didattico datomi da BND.
La notte sulla terrazza sotto le stelle, mi porta un po’ di sonno e riposo…… domani comincia la risalita.

14° giorno:
 
La mattina riprendiamo la pista fatta due sere prima
e di nuovo è divertimento allo stato puro, con Buba che sembra più tranquillo e accetta di buon grado la mia guida in piedi.
A destra in alto il villaggio di Sangha mentre Banani si trova nella zona in ombra al centro della valle... Coltivazioni di cipolle, i Dogon ne sono i principali produttori in Mali..
Arrivati a Biandagara abbiamo appuntamento con il sindaco di Sangha e il direttore del CAP (Centro Attività Pedagogiche) della regione. In Africa chi ha un po’ di potere non esita a farlo valere e perciò “dobbiamo” ritirare la lettera ufficiale che autorizza BND alla costruzione della scuola di Youga-Nah.
Di volata riprendiamo l’asfalto che ci porterà a Bamako.
A metà strada ci concediamo uno spuntino a base di montone arrostito sui dei grossi forni in terra.
 
Finora nel viaggio ho incontrato molti tipi di animali: vacche lente che con estrema calma attraversano la strada, cammelli che ti guardano di traverso per poi spostarsi all’ultimo istante, pecore che si muovono solo in gregge, asini piantati al centro della carreggiata che non si spostano di un solo centimetro, bertucce, cani e le capre, le più stupide. In genere aspettano che tu arrivi fino a 10 – 20 metri da loro, ti guardano incuriosite e poi si mettono a correre verso il lato opposto in cui si trovano tagliandoti la strada. Da destra a sinistra o da sinistra a destra non cambia, vogliono solo farsi del male. E così che 150 km prima di Bamako un capretto nel tentativo di seguire la madre si butta all’improvviso sotto la moto…. impossibile frenare a 100 km per cui do gas….. 450 kg lanciati di moto e passeggeri per un attimo sobbalzano, ma restano in piedi….
Poco più avanti altre tre cercheranno di fare la stessa fine, malgrado il clacson perennemente suonato alla loro vista.
 
Arrivati in città accompagno Buba a casa sua, dove mi mostra tutto il materiale relativo alla produzione di un film spagnolo: tre mesi di lavoro, dallo sdoganamento del materiale video sonoro all’aeroporto fino alle riprese a Djennè e in pieno deserto, dalla ricerca di comparse e alloggi o trasporti per tutta la troupe e il cast fino alla partenza. Gran guida davvero. Grande amico ormai……. dopo 4 giorni insieme è questo che è diventato per me. Dopo cena ci salutiamo con l’augurio di poterci rivedere al più presto e di scriverci quanto più possibile nel frattempo. Bamako a quest'ora sembra quasi umana, unico problema i bancomat privi di contante. Durante il giorno tutti hanno paura a prelevare vista la moltitudine di persone che ci sono in giro e quindi lo fanno al calar del sole, esaurendo in poco tempo tutto il cash disponibile.....

15° giorno:
 
Uscito dalla bolgia infernale di Bamako in un paio d’ore arrivo a Kita, dove faccio il pieno e imbocco la pista nord che va verso Kayes. Dopo 4/5 km butto l’occhio sul Gps x verificare che sia quella giusta, all’inizio uscendo dai villaggi sono sempre ramificate, e quando li rialzo davanti a me una vacca uscita all’improvviso di corsa dall’erba alta. Faccio appena in tempo a tirare le leve, le finisco addosso e mi ritrovo a terra. Per fortuna andavo ai 40 ma restano comunque almeno 7/8 quintali di carne contro i 3 della ghisa, mi rialzo, sorniona mi guarda da bordo strada con il fianco segnato da qualche graffio… tiro su la moto e controllo i danni: becco anteriore e parafango disintegrati, radiatore olio con una bozza ma almeno non perde, telaio porta strumenti piegato che tocca su uno stelo della forcella, telaio della borsa sinistra piegato verso l’alto… uhmm bisogna metterci mano, per cui torno al villaggio e lì con l’aiuto di un fabbro, un meccanico e una moltitudine di aiutanti curiosi, smonto e con l’aiuto di qualche martellata e saldata rimettiamo a posto il tutto. Ci rubiamo i ferri di mano un con l'altro e ogni tanto devo fermarli prima che mi smontino quello che non serve.
 
Iniziamo la contrattazione sul compenso: da 20000 CFA riesco ad arrivare a 13000 più 2 Coca e 1 Fanta….. Aiuto capo di prima, meccanico, fabbro e dietro aiuto capo di seconda...
Alla fine il risultato è questo, decisamente più racing di prima....
 
Riprendo la pista e subito mi accorgo che la sospensione lavora male, con l’estensione che è molto lenta a risalire, costringendomi a procedere lentamente fino al villaggio di Toukoto.
 
Di nuovo il viaggio si prende il suo tempo…… voleva farmi fermare qui.
E’ pomeriggio inoltrato e non mi va di
continuare in queste condizioni, per cui comincio a cercare un posto dove passare la notte. Trovato il comune chiedo se posso montare la tenda lì e gentilissimo il sindaco, dopo avermi accompagnato in gendarmeria per la registrazione mi offre uno dei locali del municipio. Risolto il problema dormire e visto che ho ritrovato campo per il cellulare chiamo il mio tecnico delle sospensioni: nell’urto frontale il mono ha probabilmente registrato l’eccessiva estensione per cui si è irrigidita la frenatura.
“Apri una brugola, giri il registro, chiudi la brugola” mi fa. Eseguo alla lettera e dopo aver ripetuto la procedura un paio di volte la sospensione torna a lavorare come prima.
Nel frattempo faccio conoscenza di Cisse, un ragazzo in gamba che ha fatto un corso di meccanica di 250 ore a Bamako: vuole sapere tutto della moto, vedere i ricambi, gli attrezzi e farsi un giro col Gs….. ziokan si appoggia dopo 150 metri alla prima curva…. Che risate ci facciamo e gli do qualche dritta su come portare una moto da 250 kg. Lui gira con una mobilette da 80….
Più tardi nella sua capanna mi fa vedere tutti gli attestati delle varie scuole e così gli passo il numero di Buba, si sa mai che possa uscirne qualcosa anche con BND. Si parlano per un attimo poi mi passa il telefono: “Diego quello con cui stai parlando è mio cugino, che non vedo da anni….. se hai bisogno di qualcosa non esitare a chiedergliela.” Come sempre l’Africa riesce a stupirmi.
Prima che venga buio faccio 2 chiacchiere col sindaco e gli parlo del mio viaggio e dei progetti nei Pays Dogon: alla fine mi chiede se sia possibile fare un gemellaggio con il mio “villaggio”…. Forse una richiesta a BND e al suo presidente andrebbe meglio, rispondo io, e così in un attimo comincia a dettare una lettera al suo segretario con la preghiera di un aiuto per realizzare due pozzi e aggiungere due aule alla scuola.
 
La camera con il letto a baldacchino...
 
Il guardaroba...
 
Parcheggio e toilette...
 
Quando tutti se ne sono andati, mi preparo la cena a base di pasta e fagioli liofilizzati, seguiti da una tazza di Nescafè da bere in compagnia del guardiano che passerà lì la notte, ronfando a più non posso nella stanzetta attigua alla mia.
Fumandoci qualche sigaretta sotto le stelle, nel buio quasi totale visto che la corrente elettrica non se la possono permettere, una rotellina si mette a girare nella mia testa. “Appena torno a casa” mi dico “devo fareuna cosa…”

16° giorno
 
La mattina presto Cisse viene a salutarmi e farmi gli auguri di “bonne route”. Nei due giorni seguenti mi tempesta con i suoi Sms che mi chiedono se ho bisogno di qualcosa…… finchè sono in Mali possodevo contare anche su di lui, fa nulla se il confine dista ancor 500 km….
La pista rurale è magnifica, ben tenuta con tanto di cartelli che segnalano curve e passaggi a livello, visto che corre parallela alla ferrovia. 
 

Poco dopo Badoumbè improvvisamente si interrompe in una boscaglia e allora di nuovo mi metto a caccia di tracce di mobilette…. Poco roba 10 chilometri a zonzo nella savana fino al ponte di Mahina.
 
Nel villaggio mi metto in cerca dell’unica banca per avere un po’ di CFA necessari fino alla frontiera della Mauritania. Questa volta sul fiume prendo il traghetto… mentre il barcaiolo della settimana precedente cerca in tutti i modi di avermi ancora come cliente: mi è bastato una volta…..
 
Dall’altra parte ritrovo i cantieri per la costruzione della nuova strada, con la solita polvere e sabbia sulle deviazioni. Sul fiume poco prima dell’asfalto già terminato mi concedo l’unico autoscatto di questo viaggio…
 
Poi di corsa al Khasso Hotel per l’ultima notte in Mali: dopo 3 giorni ritrovo una doccia….. e riesco finalmente a cavarmi un po’ dello sporco e della puzza che mi ricoprono.

17° giorno:
 
Dopo aver timbrato il passaporto alla polizia di Kayes, mi metto in cerca della pista che sale verso NNO in direzione di Melga. E’ una pista poca battuta perché conduce a un posto di frontiera poco frequentato, infatti fin dall’inizio si presenta sinuosa tra gli alberi, con mille deviazioni dovute alla pioggia.
 
I solchi dei fuoristrada che sono passati quando il terreno era tenero ora sono pieni di fech fech ed ogni volta
occorre prestare molta attenzione visto che l’anteriore sbacchetta da tutte le parti. Devo continuamente guardare il Gps per essere certo della direzione e a tratti occorre usare la bussola con il WP di destinazione, per districarsi tra il dedalo di varianti. Non ci sono punti di riferimento quali colline o montagne e navigando in linea retta mi ritrovo più di una volta ai bordi di oued con argini alti un metro, recinti per animali o in mezzo ad un villaggio. Alla fine dopo 40 km e due ore giungo al confine che consiste in un oued sabbioso: in 5 minuti esco dal Mali, mentre in Mauritania la gendarmeria mi trattiene quasi un’ora mentre telefonano a destra e a sinistra per fare controlli.
 
La loro dogana è sprovvista di passavant per cui mi chiedono di fermarmi al successivo villaggio di Selibabi, distante 60 chilometri. Per fortuna la sabbia è finita e così in un’ora son lì. Una volta arrivato però il doganiere non si trova e mi tocca aspettare 2 ore prima che si presenti. Nel frattempo faccio benzina a bottiglie e mi metto a chiacchierare con il “Chief de Brigade de Gendarmerie” che gentilissimo mi tiene compagnia. Una volta timbrato il passaporto con un bel “Visto entrare oggi con moto…..” il Capo mi consiglia di prendere la pista per Mbout: quella che volevo fare io più a sud che corre lungo il fiume Senegal è un po’ sabbiosa e soprattutto sono già qui fermo da 2 ore con troppa gente che mi ha visto.
Accento di buon grado la cosa e mi dirigo quindi verso NO su un pistone veloce con qualche deviazione per i soliti lavori di manutenzione.
 
Arrivato a Mbout ormai verso sera, trovo da dormire nel ristorante del paese. La signora che lo gestisce mi fa dormire nel salone principale e mi prepara una cena squisita a base di carne, cipolle, patatine, spezie e 3 uova sode.
 
Lungo la strada ai check militari e la sera nel villaggio mi chiedono se voglio vendere la moto…. e non si capacitano del fatto che con quella ci voglio tornare in Italia.
Oggi sin dal confine sono tutti stati molto ospitali, premurosi e gentili. Per qualche ora mi hanno riappacificato con la Mauritania.

18° giorno:
 
La strada fino a Kaedi è nuova per cui viaggio veloce. Cerco di cambiare soldi in una banca ma niente da fare e anche la benzina sembra sia introvabile. All’ultimo distributore recuperano non so dove una tanica da 20 lt e con quella riesco ad arrivare fino ad Aleg. I controlli sono sempre più frequenti e sebbene nella cittadina ci siano tre banche alla fine riesco a cambiare solo dal benzinaio strozzino. Il mio idillio con i mauri è già finito e gli ultimi 260 fino a NKC sono uno sfinimento, non mi viene voglia di fermarmi neanche per una foto, non vedo l’ora di arrivare in albergo e recuperare le gomme che avevo lasciato in custodia.
Dalla mattina ho già dato qualcosa come una ventina di fiches - zk non li sopporto più - per fortuna che domani esco da qui e mi fiondo in Marocco.

19° giorno:
 
Alle 8.00 sono pronto per risalire questa parte desolata della Mauritania: poche case sparse lungo la strada,
venditori di pesce secco lungo il Banc d’Arguin e i soliti check dei militari: 10 in 450 chilometri.
 
In dieci minuti esco da questo purgatorio, e dopo aver passato la terra di nessuno tra le due dogane, i
marocchini mi controllano ben 8 volte prima di lasciarmi andare. La temperatura è scesa di parecchio, ma
tutto sommato è ancora accettabile, siamo sui 15/18 gradi: ero abituato da giorni a stare sopra i 25….
 
Nel tardo pomeriggio, grazie al punto preciso che mi ha passato Mirco, trovo il cartello del Tropico del
Cancro che mi ero perso all’andata e riesco così a fare una foto.
 
Riparto e mentre già mi pregusto una serata tranquilla la moto si spegne all’improvviso. Provo a riaccendere, ma nessun segno di vita. Manca il classico ronzio appena giri la chiave. E’ la pompa della benzina che dopo 79.000 km di onorato servizio ha deciso di mollarmi qui a 90 chilometri da Dakhla. Smonto il tutto e con il vento gelido che butta sabbia ovunque la cambio mentre comincia a far buio.
 
Zio pork è già la terza o quarta volta che arrivo lungo - non si viaggia di notte - fa freddo, si vede poco anche con lo xenon e l’abbagliante sparati, i camion e le auto marocchine credono che i fari siano un optional da non consumare, mi registrano persino per entrare in città….. fortuna che quando arrivo mi trovo un ristorante spagnolo
che mi risolleva il morale con una cena a base di pesce strepitosa. Come dice un amico questo è sud Europa, e si trova di nuovo tutto: benzina, caffè decente, banche, perfino un cyber!

20° Giorno:

Adoro sedermi nei cafè marocchini e passare un po’ di tempo guardando la gente che passa: alle 8.00 sono ancora tutti addormentati: la vita qui comincia a metà mattina, prima hanno bisogno di almeno un paio di caffè e qualche sigaretta.
 
Dopo essermi bevuto un Nus Nus e riempito con 2 pain au chocolat caldi riapro la mia officina: arrivando ieri sera la pompa nuova fischiava nel serbatoio e voglio quindi vedere se c’è qualcosa che non va nel montaggio. Trovo una fascetta metallica leggermente allentata da cui trafila un piccolo getto e visto che ci sono cambio anche il filtro che ormai aveva 40.000 km. Rimontato il tutto, il rumore scompare e il motore gira perfettamente.
 
Riprendo quindi la strada noiosa che sale verso nord e a metà mattina incontro un olandese che sta tornando dal Senegal. Si lamenta di essersi appoggiato un paio di volte: ci credo, è carico come un TIR, ha comunque intenzione di tornare a casa via terra facendosi Spagna e Francia.
 
Poco dopo Laayoune trovo anche Riccardo di sahara.it che sta riportando il suo toyota a casa da Bamako dopo averlo lasciato giù per qualche anno. Insieme facciamo gli ultimi 300 chilometri con un forte vento che soffia dal deserto fino a Tan Tan Plage dove ci fermiamo a mangiare e dormire. La serata è un ottima occasione per scambiarsi info sulle piste e sui posti che abbiamo visto.

21° giorno:

Stasera ci sarebbe un traghetto alle 23.00, ma da qui mancano ancora quasi 1300 km a Tangeri e non ho proprio voglia di farmi una tirata, per cui decido di prendermela con calma e di risalire lungo l’interno. Così io e Riccardo ci diamo appuntamento per la nave che salperà tre giorni dopo e ci dividiamo. La giornata è serena ma la temperatura è sempre più fredda e con calma mi dirigo verso Guelmin. 10 km prima della città il mono posteriore ricomincia a scalciare e mentre ripeto la regolazione che avevo fatto a Toukoto mi accorgo che la vite d’ancoraggio si è spaccata come due anni fa durante il giro in Marocco. Evidentemente io e i Bitubo non andiamo d’accordo….. Decido quindi di fermarmi da un gommista per far togliere le tassellate ormai quasi finite, nel frattempo io cambierò la vite troncata. Trovo una piccola officina di motorini che ha anche una macchina per gli pneumatici e così in un’ora facciamo tutto quanto.

Prima ancora di cominciare, Hassan e i suoi due aiutanti mi avevano offerto ovviamente un tè, ora dopo aver finito mi invitano a restare a pranzo con loro e così intanto che aspettiamo che arrivi il cibo da casa, si divertono a farsi fotografare sul GS.

La pentola fumante di lenticchie e carne cucinate dalla madre viene versata in un grande piatto poggiato a terra, poi con il pane caldo appena sfornato ci mettiamo a mangiare seduti sui copertoni, tutti insieme…..
Mi era già capitato l’anno scorso di essere “invitato a mangiare” con qualcuno…. allora eravamo sul Ticka e alle tre di notte, mentre l’ambulanza portava Franca a Marrakech, si trattava di una tajine bollente con gli infermieri e il medico che la accompagnavano. Sempre prendendo il cibo con il pane dallo stesso piatto comune. E anche in questo viaggio continuamente l’ho visto fare: i camionisti nelle stazioni di servizio del Western Sahara, i doganieri di Djema, i baristi e i giardinieri del Khasso Hotel a Kayes, Dogoulou e i suoi operai a Banani, le famiglie nei villaggi lungo la strada, tutti allo stesso modo…. tant’è che un giorno ne ho parlato a Buba che mi ha fatto capire: “Si, mangiamo tutti dallo stesso piatto perché in questo modo i nostri legami saranno, siano essi di amicizia, parentela o lavoro, più forti……. non potrai mai avere disaccordo o disarmonia o questioni con persone con cui hai condiviso lo stesso cibo e lo stesso piatto…. “
Dopo pranzo ci scambiamo le mail così che gli possa inviare le foto e poi comincio a risalire l’Antiatlante tra altopiani, montagne rosse e graniti rosa. Una sequenza di curve spettacolari con valli fiorite fino a Tafraoute, una cittadina berbera a 1000 metri d’altezza.

22° giorno:

4° gradi e devo farmi anche un passo a 1500 mt. …. Ci vogliono 2 ore prima che il sole cominci a farsi sentire e le mani, malgrado le manopole riscaldate, fanno una fatica a
muoversi…. Ma non potevo starmene sulla costa?!
In compenso i panorami sono magnifici e nella discesa fino ad Agadir le kasbhe arroccate sulle rocce mi ripagano del lieve patimento.
Riprendo poi a salire sull’Alto Atlante lungo la statale che porta a Marrakech e arrivato a Chichaoua mi faccio una brochette di manzo con il sole in faccia.
Ancora 100 km e sono a Essaouira, entrando nella cittadina però la moto fa le bizze, sembra che vada ad un cilindro. Comincio a cambiare le candele, poi le bobine, ma niente sempre uguale…. poi guardando meglio mi accorgo che la spina che si innesta nel TPS si sta staccando. Resetto la centralina, 3 colpi di gas e la moto torna a rombare come dovrebbe….. fanc…o.. “Mi stai prendendo in giro ciccia?..... O vuoi forse dirmi qualcosa? L’altro ieri la pompa, ieri la vite e oggi questo…. Piantala lì, che mancano solo 700 chilometri!”
Trovata una camera ho tutto il tempo di farmi un giretto della città vecchia e del porto, dove mi fermo per 1 orata ai ferri.

23° giorno:

Il freddo si fa sentire sempre di più complice anche l’aria gelida che arriva dall’Atlantico. Con calma mi faccio tutta la statale interna, tra i campi verdi e coltivati, che arriva fino ad El Jadida e da lì prendo l’autostrada che sale lungo la costa. A metà pomeriggio sono a Larache, tutta dipinta di bianco e azzurro: dopo cena l’ultimo tè alla menta nella piazza principale.

24° giorno:

Prima di mezzogiorno sono al porto per fare il biglietto e la dogana, nel frattempo arrivano anche Riccardo e Pierre che con un TT600 si è fatto oltre 4500 km di piste in Mauritania. Il giroingiro è ormai alla fine: 11500 km, 4 stati, 7 frontiere, 500 km in media al giorno di strade e piste, ma soprattutto l'Africa come l'avevo sempre sognata...... terra rossa, paglia, baobab, foreste, fiumi, rocce, sabbia, notti stellate, tramonti infuocati e una moltitudine di facce sorridenti, strette di mano e “bonne route”........ nel cuore tante emozioni ed esperienze indelebili da ricordare per anni.
Come al mio arrivo mi saluta con un tramonto sul mare……

 
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