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VIAGGIO IN MAROCCO IN MOTO

Fagot
  • Diario di bordo di Fagot Inserito il 03-05-2012
  • Destinazione Marocco
  • Quando Dal 02-04-2010 al 12-04-2010
  • Avventura in: Moto
MAROCCO ON OFF
 
La voglia di tornare in Africa cresceva inesorabilmente, come un tarlo che piano piano ti rode dentro e allarga sempre di più le sue vie. Erano passati già due anni dall’ultima volta che c’ero stato e la lontananza diventava sempre più insopportabile. L’aria tersa ed il cielo azzurro cobalto, il sole accecante già dal primo mattino, le piste desolate, il deserto con i suoi silenzi, la sabbia con le sue insidie, facevano capolino nei miei sogni notturni con frequenza sempre maggiore. Il viaggio era già pianificato da oltre un anno, le tappe studiate al computer sera dopo sera, spulciando ora le guide ora Google Earth per verificare al meglio la fattibilità dei percorsi, ma vuoi per un motivo o per l’altro non era mai il momento adatto per partire.
 
Finché alla fine marzo esplode, quasi come una liberazione, la decisione: “Martedì vado in Marocco!” – rivolgendomi alla mia compagna e aspettando la sua rassegnata risposta. “Va bene, amore… ma stai attento”.
 
Una settimana dopo di prima mattina inforco l’autostrada per Genova e da lì al confine francese. Se un viaggio deve essere che lo sia fino in fondo, quindi niente traghetti dall’Italia o dalla Francia, si va via terra. Voglio passare Milano e il suo traffico caotico, attraversare la Lomellina, fare la costa ligure con il suo tepore marittimo, la costa azzurra (con uno sgradito acquazzone che mi accompagna fino a Marsiglia) la Provenza e la sua lavanda, il golfo di Perpignan e il Mistral che soffiando impetuoso per 150 km mi obbliga a guidare piegato di 30°, i Pirenei e la discesa fino a Barcellona, la provincia Valenciana, la Murcia, l’Andalusia con i cartelloni a forma di toro ed infine, dopo 1.850 km e 2 giorni di
viaggio, Almeria. Lì un traghetto che parte a mezzanotte mi porterà in poche ore a Melilla,
enclave spagnola in terra marocchina.
 
1° giorno: Melilla – Midelt 410 km
 
Lo sbarco è veloce. Melilla è ancora addormentata nella aria fresca mattutina e mi precipito al confine che dista 3 km. Le procedure sono lunghe e estenuanti: ti costringono a fare code su code per timbri e firme, in una sequenza ben stabilita. Complice l’orario e la data mi ritrovo con un fiume di immigrati marocchini in rientro dall’estero per le vacanze pasquali e così ci metto quasi tre ore per oltrepassare i cancelli. “Pazienza” mi dico “ poi spiana…” Intorno è già Africa: il sole alto scalda da matti, l’aria è pulita e frizzante, il caos tipico dei centri urbani regna sovrano: faux guides che ti vogliono aiutare per qualche dirham, venditori di tè, poliziotti e funzionari che conversano amabilmente tra di loro,
trascurando il loro lavoro e chi aspetta o chiede informazioni, motorini che passano a destra e sinistra con carichi di cose e persone….
 
Faccio il primo pieno e poi via verso Guercif. Dopo soli 40 km le colline verdeggianti del Rif mi colpiscono per la loro bellezza. Sembra di stare sui monti Sibillini, tanto la terra è fertile e lussureggiante.
 
In un villaggio noto i tipici bracieri per cuocere gli spiedini e in un attimo mi fermo per la mia prima “brochette di montone”, accompagnata ovviamente da uno squisito tè alla menta. Poi via verso un tratto desertico di rocce rosse e marroni, che nella luce del pomeriggio assumono riflessi stupendi.
 
A bordo strada dei cammelli pascolano tranquillamente. “Ma che ci fanno qui?” Non me li sarei aspettati così a Nord.
 
La strada ora prende a salire piano piano sull’altopiano: le prime case e casbah di fango cominciano a fare capolino. In un attimo sono a Midelt, a 1.500 mt di altezza.
 
2° giorno: Midelt – Imichil 200 km
 
E’ l’alba quando il canto del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera mi arriva dalla finestra, ma sono già sveglio da un pezzo. La tappa di oggi prevede la prima pista di montagna: il Cirque du Jaffar. Si tratta di un percorso ad anello di circa 100 km che parte e ritorna a Midelt, tagliando a mezza costa il Jebel Ayachi e i suoi 3700 mt. Ho programmato di percorrerlo per due terzi e poi di puntare verso Sud- Ovest verso il Plateau des Lacs di Imichil. Sono così eccitato dall’idea di cominciare a fare un po’ di off
che
alle 8.00 sono già in sella e non curante della temperatura esterna ancora ferma sui 10 gradi, infilo in un attimo la strada che esce dal villaggio. La pista sale lentamente tra i boschi di cedri centenari: sulla sinistra la montagna con le vette coperte di neve a destra invece la vallata si apre sempre di più, lasciando intravedere panorami mozzafiato.
 
L’altimetro del GPS continua a registrare valori sopra i 2.200 per quasi 50 km, mentre la vegetazione cambia e cominciano ad apparire i primi abeti.
 
Arrivato al passo, la discesa si mostra abbastanza impegnativa, con pietre grosse e smosse. Dopo 500 mt. un masso enorme precipitato taglia la pista, lasciando circa 1,5 mt. di passaggio libero: la moto passa ma un 4x4 rischierebbe di sicuro di precipitare a valle.
Prima di un oued sbaglio bivio e mi trovo in un vicolo cieco, così impiego 10 minuti a girare il bicilindrico su una piccola piazzola di pietre. Ora si torna a salire tra i boschi e le pause si limitano agli incontri con i pastori, per lo più ragazzi molto giovani che mi chiedono da fumare. Nel giro di 20 km finisco il tabacco e le cartine: “Questa sera faccio scorta di sigarette da regalare” mi dico salutando gli ultimi.
Dopo un breve tratto di asfalto che raccorda con la valle, si apre un pistone velocissimo. Il
GS scalpita, 4a e 5a piena si fanno sentire, la velocità sale fino ai 110/120……. finché mi riconnetto col cervello e mi costringo a chiudere un po’ il gas, non è il caso di lasciarsi andare troppo.
Finito il pistone, la strada procede parallela ad un oued fino al villaggio di Agoudim. Le precipitazioni dell’inverno sono state abbondanti e l’irruenza delle acque torrenziali ha spazzato via molte parti di carreggiata.
 
Nel villaggio donne lavano i tappeti e li posano ad asciugare sulle rocce roventi, regalando
macchie di colori cangianti all’ocra delle montagne circostanti.
 
Si torna a salire di nuovo, la pista dal villaggio di Anefgou però è ormai un cantiere: grossi
camion e scavatori preparano il fondo per l’asfalto.
 
Al passo di 2.500 mt. lo spettacolo è stupendo e mi godo il panorama per mezzora buona
prima di scendere verso Imichil.
 
Una volta arrivato scorro velocemente il paese e mi dirigo a Nord, così dopo una ventina di
km. di pista in terra arrivo fino al Lac d’Isli. Una perla azzurra incastonata nelle montagne
brulle.
 
Sono le 16.30 quando mi siedo nel portico di un albergo a sorseggiare tè alla menta con
mandorle e mi accorgo che oggi non ho pranzato.
 
3° giorno Imichil – Tenerhir 280 km
 
Oggi il cielo è coperto e complice l’altitudine l’aria è ancor più fresca di ieri mattina. Prima meta è il passo Tizi-n-Ouano a 2.900 mt, ma la pista si fa attendere ben 35 km prima di iniziare. Sale dolcemente, senza fretta tra la valle. Tre bambine che raccolgo erbe mi fermano: hanno voglia di chiacchierare un po’ e di qualche “bon bon” da mangiare. Fanno le civettuole e quando togliendomi il casco vedono il mio orecchino, mi chiedono di regalarglielo. Con il mio francese preistorico gli spiego che sono 30 anni che lo porto e sarebbe come perdere un pezzetto di me. Capiscono e ridendo mi augurano un “bonne route”.
 
Il passo si fa sempre più vicino, mentre comincia ad apparire la neve ai bordi della pista che sciogliendosi crea lingue di fango appiccicoso.
 
Una volta arrivato lo scenario è magnifico, con le vette ancora innevate e sotto la valle del Dades, che scorrendo nei millenni ha scavato delle gole nelle rocce sedimentarie.
 
Per alcuni chilometri la discesa è ripida, a tornati stretti e con pietrame smosso, fino all’oued che in questo periodo è un torrente agitato.
 
Il guado è corto, 5 massimo 6 metri, ma abbastanza profondo. Indugio un attimo poi butto la prima. La moto nella prima parte avanza senza problemi, ma un attimo dopo sprofonda in una buca. Lo scarico sbuffa direttamente nell’acqua che oramai arriva alla sella, ma per fortuna con un colpo di gas e una zampata sono fuori, prima che lo “snorkel” dell’aria cominci a bere. Ho le gambe fradice e l’ondata provocata dall’anteriore mi ha lavato anche la faccia, ma mi metto a ridere dalla contentezza per essere
riuscito a passare indenne.
 
Arrivato al villaggio, la pista lascia il posto alla strada che si snoda tra le gole.
 
Si cominciano a vedere un po’ di turisti su e giù con camper e auto. Per fortuna quasi tutti si fermano alla balconata che da sui tornati, senza risalire la parte più inesplorata e selvaggia, ma altrettanto stupenda da cui provengo.
 
Pochi chilometri nella valle che si abbassa allargandosi sempre più lasciando così spazio ai villaggi e alle casbah dalle torri in fango.
 
Prima di arrivare a Boumalne de Dades giro verso Ovest su una pista di montagna. Il sole ora splende e la temperatura comincia a salire velocemente. La piccola valle laterale è desertica per 15 km poi all’improvviso spunta un oued e il tutto diventa verde. Dal piccolo villaggio parte una mulattiera che devo affrontare in prima e seconda per alcuni chilometri fino al passo.
 
Lì, di nuovo, la natura disegna cartoline memorabili con le vette dell’Alto Atlante ad Ovest
tutte innevate, la valle del Dades con la nazionale che scende fino Ouarzazate a Sud e l’inizio della zona desertica verso Est.
 
Scendo con cautela i primi tornati scavati dalle acque torrenziali e poi in un attimo sono sulla nazionale.
 
50 km di lunghi rettilinei nel deserto stepposo e in poco tempo sono a Tinerhir: mi accolgono un vento che porta sabbia e 26° di temperatura.
 
Chiamo l’Italia e mi dicono che sulle Alpi nevica…..
 
4° giorno Tenerhir – Boudenib 330 km
 
Il caldo comincia a farsi sentire, ma la prima parte del percorso punta verso Nord e le montagne dell’Atlante, quindi per qualche ora ancora un po’ di fresco. Dopo 15 km iniziano le gole del Todra, meno estese di quelle del Dades, ma altrettanto spettacolari. Qui il fiume si è incanalato nelle rocce che arrivano nel punto più alto a sovrastare la strada di ben 300 mt.
 
Tempo 1 ora sono al villaggio di Tamtattouche, con le sue pregevoli casbah in fango.
 
Sulla sinistra del villaggio si apre una pista di circa 40 km che riporta verso le gole del Dades ma proseguo sulla strada di montagna per arrivare fino ad Amellago, dove mi attende un’altra pista che scende verso Goulmima. L’altopiano è piacevole da percorre con ampi curvoni e panorami che cambiano repentinamente, ma non vedo l’ora di ritrovare il fuoristrada. Arrivato ad Amellago imbocco la pista e dopo soli 10 km l’amara sorpresa: gli operai stanno stendendo l’asfalto e non mi lasciano proseguire. Devo tornare indietro e prendere la strada normale che scende verso Sud. La cosa mi irrita non poco, ci contavo, ma giustamente l’ esigenza degli abitanti di questi villaggi sperduti di avere strade decenti da percorre soprattutto in inverno, mi fa riflettere. Così affronto la discesa stradale finché poco prima di Goulmima imbocco una pista desertica che porta verso Ar Rachidia.
 
A metà della pista mi fermo sulla sommità di una collina pietrosa dove una tenda e una
casetta in fango, sembrano messi lì come autogrill.
 
Neanche il tempo di prendere dallo zaino il mio pranzo che vedo arrivare un vecchio pickup con un vecchio pastore. E’ il proprietario del “posto” e avendomi visto arrivare dal pascolo a qualche chilometro di distanza è venuto ad accogliermi. La tenda è la sua cucina e mi invita subito per un tè, insieme all’offerta di acqua fresca, pane e frutta. Impossibile rifiutare e così trascorro più di un’ora con El Razit (questo il suo nome) a chiacchierare del suo lavoro, della sua e mia famiglia, a trascrivere il suo indirizzo, perché vuole assolutamente che la prossima volta che tornerò in Marocco, io vada ospite a casa sua a Rabat. Alla fine ci salutiamo come tra padre e figlio, con abbracci, baci e raccomandazioni del tipo “roulez doucement sur le piste et dans les oued” e “presque l’Algerie, si tu voix une tende roulez tout droit et ne te ferme pas, c’est dangereux!!”. Sono così commosso e felice dell’ospitalità e generosità dimostrata dal popolo marocchino, che i km. verso Ar Rachidia scivolano in un attimo. E’ ancora presto per fermarsi, così punto verso Est, verso l’Algeria.
 
E’ metà pomeriggio quando trovo un
venditore di benzina e un piccolo albergo nel centro
di Boudenib.
 
Domani mi rifaccio col deserto, quello vero.
 
5° giorno Boudenib – Merzouga 180 km
 
500 mt. tanto dista l’inizio della pista dal centro del villaggio e questo è l’unico asfalto che percorrerò oggi. Alcuni lavori spezzano la pista principale in più punti e così fatico non poco a ritrovarla, poi diventa ben tracciata e scorrevole fino al bivio: il cartello indica “Zone militare/Tagourt” a Est e “Arfoud” a Ovest.
 
Non ci penso un attimo e prendo quella verso Est e così dopo una ventina di chilometri mi ritrovo ad uno dei tanti check point che sono presenti lungo il confine. I militari sono 4 ragazzi ventenni, che restano in media 2 mesi nell’avamposto e 1 mese in caserma. Si annoiano non poco, ma non c’è altro lavoro e la paga è buona. Si beve un tè e si fuma una sigaretta, poi mi “consigliano” di prendere la pista fino ad un altro check. Da lì l’Algeria è a 3 km e non è augurabile a nessuno finirci per sbaglio. Ora il paesaggio è piatto, con l’hammada di piccole pietre marroni. Mezz’ora di pistone veloce e raggiungo il passo di Tagourt dove è anche situata la postazione militare. Questa volta sono in 8, con
camion, jeep e postazioni di osservazione: da un lato l’Algeria, dall’altro la spianata che scende verso Merzouga. Sono anche più seri e dopo il controllo dei documenti, ci vuole qualche battuta su una felpa della Juve che uno di loro indossa per allentare la tensione e chiacchierare un po’. Mi lasciano fare le foto della pista che scende e poi mi salutano, mentre affronto la mulattiera di 4 km piena di sassi smossi e tornati.
 
In fondo quando spiana vedo una “mobilette” con due persone che avanza faticosamente sulla pista verso di me. Sarà l’unica che incontrerò nei miei percorsi in fuoristrada. Ora il Gps indica decisamente il Sud, attraverso spianate che corrono tra le formazioni sedimentarie. A tratti, la natura si è divertita ad abbassare alcune faglie, creando così delle balconate da cui si vede il deserto per chilometri e chilometri.
 
Su una di queste trovo un bimbo di 8 o 9 anni che vende fossili e quarzi della zona: gli chiedo se sia solo e come faccia per mangiare e dormire. Mi indica una tenda a 100 mt. E’ quello il suo rifugio. Guardo il Gps e il posto più vicino è a 45 km in linea d’aria. Sono esterrefatto pensando che da noi si vanno a prendere a scuola i figli con i Suv.
 
Ora l’hammada comincia a cambiare colore, il fondo è fatto di sabbia morbida e sopra è coperto da rocce nere basaltiche, così che la pista risulta, guardando l’orizzonte, come un lungo fiume giallo.
 
Spuntano le prime dune, poi una piccola oasi e una mandria di cammelli sdraiati proprio al
centro del mio percorso.
 
Ancora pochi Km e comincio a scorgere le dune dell’Erg Chebbi, dapprima basse e con ancora qualche roccia nera e poi sempre più imponenti e maestose.
 
Le costeggio per 20 km. fino quando cominciano a comparire ai loro piedi i grandi alberghi per turisti che vengono a passare una notte sulla sabbia. Sono ormai a Merzouga e mi merito una Coca ghiacciata. Prendo una camera e mi faccio preparare una frittata berbera anche se sono già le tre del pomeriggio, poi mi siedo di fronte alle dune a sorseggiare il tè: peccato solo che si alza un vento molto forte che offusca l’orizzonte e il tramonto.
 
6° giorno Merzouga – Taouz 215 km
 
Le dune sono magnifiche e la tentazione di provarle è forte, ma le gomme che ho montato per questo viaggio (Heidenau k60) hanno una scarsa trazione sulla sabbia e mettersi a spingere o tirare su 250 kg di moto più bagagli in caso di caduta, non mi sembra abbia molto senso. Quindi risalgo il breve tratto di strada fino a Rissani per fare rifornimento di benzina e poi navigando tra orti, campi coltivati e palme, imbocco la pista delle miniere che scende verso Sud-Est. Il tratto desertico e sabbioso dei laghi che l’oued Ziz forma di fronte all’Erg Chebbi, lascia subito spazio agli ultimi rilievi del Tafilalt con una pista a tratti coperta da rocce. L’arrivo alle miniere è inaspettato, se non fosse per la presenza di una piccola
casupola che funge da ricovero per i minatori, quasi non le noto, dato che si tratta di profonde voragini di 100/150 mt. che si aprono sulla costa della montagna. In un attimo, 4 ragazzi tra 13 e i 16 anni corrono a salutarmi: sono loro i minatori!
 
A gesti e con un po’ di francese mi spiegano che tutti i giorni si calano con le corde nelle viscere della miniera, spaccano la pietra a martellate e poi la sera, con un vecchio verricello meccanico, issano in superficie quanto hanno scavato, accumulandolo al bordo della pista, pronto così per il carico sul camion che passa una volta a settimana. Per mangiare e dormire hanno a disposizione la casupola. Restano in genere un mese, poi tornano a Rissani per qualche giorno e poi di nuovo qui. Mi offrono ovviamente un tè e mi chiedono una foto ricordo. Ci fumiamo una sigaretta, ma ho un groppo in gola e voglia di ripartire al più presto, per cui salgo in moto e li saluto velocemente. La scuola per loro è già finita da un pezzo, niente Play o Xbox, calcio o basket, cinema o serata a zonzo con gli amici. Solo pietre e roccia.
La pista scende ora in un hammada di rocce nere e punta verso Ovest, verso Zagora. E’ scorrevole ma dopo una trentina di km proprio nella direzione in cui devo andare, prima a banchi improvvisi ......
e poi sempre più consistente, sotto forma di dune, comincia a comparire la sabbia.
Inizio a cercare il passaggio con cautela, ma nel tentativo di risalire una duna, come un pivello alle
prime armi, prendo il lato sottovento e quindi con sabbia molle. L’anteriore affonda inesorabilmente.

Ci metto mezzora a girare il muso del Gs verso la discesa e a tirarla su.
Ok, si torna indietro. Ma le dune non hanno ancora finito con me: una crestina da nulla riesce a farmi insabbiare di nuovo. Cardano e paramotore poggiano direttamente sulla sabbia, la ruota gira a vuoto.
 
A fatica scavo sotto la moto e creo un canale d’uscita, poi tolgo tutti i bagagli e vado avanti a cercare coi piedi la via più sicura. Mancano 200 mt alla fine delle dune, non mi possono permettere un altro insabbiamento, visto che questa volta c’ho messo un’ora a liberarla, il sole picchia da matti e sono affaticato. Quando mi riprendo, metto la seconda e parto a gas aperto: all’inizio la moto si muove a fatica, devo zampettare come un ‘oca, poi pian piano prende velocità, si stabilizza e infine mi porta fuori, superando l’ultima cunetta con un salto dallo stile goffo ma alquanto efficace. “E vai, sono sul duro!” Ricarico la moto e giro per 1 ora in tutte le direzioni fino a “Lost City”, una casbah in rovina in mezzo alle dune.
 
Ma niente da fare, sono in un cul de sac: a Ovest le dune in cui mi sono insabbiato, a Sud le dune della casbah unite in un arco di svariati chilometri e a Nord le montagne senza traccia di alcuna pista. Per cui torno verso Est e ripercorro per alcuni chilometri il percorso da cui sono venuto, finché trovo la pista che scorrendo nell’oued Ziz va verso Taouz, villaggio a sud di Merzouga. L’acqua nel camel-bag è ormai una broda tanto è calda e per questo faccio i salti di gioia quando alle porte di un piccolo villaggio, vedo l’insegna di un auberge a 4 km.
 
L’albergo, situato su una collina che domina un campo di dune e lo Ziz, mi appare come un’oasi.
 
Sono l’unico cliente e trascorrerò una piacevolissima serata in compagnia di Ahmed il titolare e Yosef un suo amico universitario, bevendo tè e parlando di cooperazione, Bambini nel Deserto e viaggi. Ovviamente sotto un cielo pieno di stelle.
 
7° giorno Taouz – Tafroute 85 km
 
Fatta colazione con gli ormai “amici” dell’auberge, riparto alla volta di Zagora. Yosef si offre di accompagnarmi in bicicletta fino alla fine delle dune, ma gli rispondo che non c’è bisogno: le dune sono basse con qualche lingua di hammada, sono fresco e riposato e non voglio abusare della sua gentilezza. Dopo pochi km. la pista inizia a scorrere nell’oued Ziz e si dimostra molto battuta, tanto che incrocio alcuni 4x4. Arrivato all’oued Daoura, un lago salato bianco mi offre per venti minuti uno spettacolo abbacinante con l’orizzonte d’un azzurro intenso.
 
40 km e sono al villaggio di El Remlia e per la prima volta incontro 3 motociclisti su una pista. Sono tre irlandesi, Martin, Tom e Matthew che hanno
dormito con la tenda sul lago e ora sono indecisi sul da farsi. Gli spiego che dal villaggio ci sono due piste che attraversano l’oued pieno di fech fech (la sabbia molto fine): quella a Nord con un tratto da 5 km e quella a Sud con un tratto da 3 km. Il problema maggiore è che Martin viaggia con un 1200 ADV con trittico di borse in alluminio e due borse rollo. Da pazzi per la sabbia! Gli altri hanno un Klx 650 e F650 gs, stracarichi ma decisamente più leggeri. Decidiamo perciò di chiedere ad una guida, con un vecchio Yamaha 125, di condurci sulla pista Sud evitando il più possibile le parti già battute. Fin dall’inizio l’ADV fatica ad avanzare, anche se gli altri scendono a spingere più d’una volta. Mohamed, la guida, si cimenta per un paio di volte alla guida del bicilindrico, ma seppur esperto di sabbia gli manca la padronanza dei 100 CV del GS e quindi si esibisce in esilaranti insabbiamenti.
 
Dopo 1 ora e 1 km il trio ha bisogno di riprendere fiato. Sarà lunga mi dico e infatti ci vogliono quasi 3 ore per uscire da lì tra ripartenze, spinte e soste ristoratrici.
 
Alla fine, quando giungono sull’hammada e la guida ci saluta, sono esaltati dall’impresa e mi incitano a proseguire pure senza aspettarli oltre.
 
Decido di rimanere, mi fa piacere fare un po’ di strada con qualcuno e poi mi sembra che possano aver bisogno di una mano, così mi offro di fare da apripista e si riparte insieme. A tratti la pista presenta banchi di sabbia da 100/150 mt. con i solchi profondi delle jeep che rallentano e destabilizzano la moto. Bisogna continuamente scalare, dare gas e lavorare di frizione per aiutare il posteriore a spingere. Vado piano, ma devo comunque fermarmi ad aspettarli. Non hanno, mi confesseranno in seguito esperienza in OFF e non sono abituati al caldo. Torno indietro spesso a cercarli e quasi sempre li trovo all’ombra della moto o di una sterpaglia. Ok. Pausa per prendere fiato e per dargli due dritte. Faccio stare Martin dietro di me, lo porterò fuori dalla pista sui tratti vergini e più duri di hammada, gli altri dietro eventualmente a spingere o sollevare in caso di caduta, gli faccio spogliare le giacche pesanti e tenere solo le protezioni e li invito a ripartire per prendere più aria
possibile. Non ha molto senso restare alle due del pomeriggio sotto il sole con 32°. La cosa ora sembra funzionare un po’ meglio o quanto meno le soste si riducono notevolmente. Sono quasi le quattro quando vedo della persone che marciando risalgono una duna: sono i concorrenti della “25° Marathon des Sables”. Che emozione vederli camminare in fila indiana sul crinale! Dieci minuti dopo siamo a Tafroute per una Coca ghiacciata ed il pieno di benzina.
 
Martin è felice come non mai per aver portato a temine l’impresa (35 km di deserto in 7 ore!!) con la sua ADV. Gli altri osservano compiaciuti, in fondo loro l’hanno fatto con un mono.
 
Dopo il ristoro decidiamo di cercare la pista verso Nord, sulle montagne. Ma a due chilometri dal villaggio, un piccolo campo di dune, oltre cui si intravede la pista che sale tra le pietre, infrange i nostri sogni. Martin attacca un “No more sand, no more sand, please” che ci intenerisce e così torniamo al villaggio in cerca di un auberge. Dedichiamo il tardo pomeriggio alla manutenzione delle moto e ai commenti sulla pista affrontata, in compagnia di tè e caffé nero.
 
8° giorno Tafroute – Ouarzazate 370 km
 
Partenza di prima mattina, la strada da fare è lunga. Usciti dal paese puntiamo a nord est per trovare la pista senza sabbia. Dopo alcuni km. ci ritroviamo in una spianata bianca spettacolare che termina in piccolo passaggio tra due catene montuose, dove un’oasi con una casbah ci regala un panorama da sogno.
 
Gli irlandesi viaggiano più tranquilli di ieri, in previsione anche del fatto che stanno per abbandonare le piste e tornare all’asfalto. Dopo 40 km. infatti li lascio al bivio della pista che in breve tempo li porterà a Fezzou.
 
Ci salutiamo e scambiamo le mail per inviarci le foto dell’”avventura” vissuta il giorno precedente e poi punto verso ovest. La pista è scorrevole e ben tracciata per una trentina di km. fino ad un passo da cui si domina l’hammada sottostante. Dopo le foto di rito cerco la discesa e con sorpresa scopro che è coperta da
una lingua di sabbia lunga 400 mt e larga un centinaio. A lato solo rocce.
 
Pazienza, se sabbia deve essere sabbia sia e così aggirata una duna mi butto giù con la seconda spalancata. La moto “surfeggia” sulla sabbia che è un piacere e ritrovo così il gusto di guidare nella rena. Un oued di fech fech pochi km. dopo mi ricorda quanto sia pesante il Gs, costringendomi in più punti a scendere e trovare la via migliore a piedi, prima di “impiantarmi” in punti critici. Ormai fa caldo e la vista di un piccolo villaggio con le palme mi rallegra. C’è spazio per una Coca fredda, il pieno, una sigaretta e due chiacchiere con un manovale che ha lavorato alcuni anni in Italia. Ora la pista torna ad
essere veloce e dopo aver attraversato altri due villaggi prende a salire verso il passo di Tizi-n-Tafilalet.
 
E’ primo pomeriggio quando mi fermo al “Restaurant Zayed” per un’omelette ed un tè alla
menta.
 
Incredibile la forza d’animo di Zayed, che seppur costretto su di una sedia a rotelle modificata, percorre tutti i giorni, mattina e sera, i 2 km di pista che separano il suo bistrot dal villaggio, per guadagnarsi da vivere offrendo ospitalità ai viaggiatori.
 
Con orgoglio mi mostra le “stylo” e i quaderni lasciati dai turisti, che poi lui stesso provvederà a distribuire ai bambini al suo rientro serale. Cosa darei solo per un pizzico del suo coraggio e della sua tenacia.
Dal “restaurant” la pista si fa dura con pietre e roccette che obbligano a diminuire la velocità fino al passo, poi inizia la discesa nella piana fino agli orti e alla “palmeraie” di Zagora. La cittadina è piena di alberghi e turisti e dopo 4 gg. di deserto, dei suoi silenzi, degli incontri sporadici, non ho proprio voglia di essere soprafatto dal caos che la contraddistingue. Così sebbene sia già metà pomeriggio e abbia già fatto 180 km di pista, prendo la strada che costeggiando l’oued Draa risale verso Ouarzazate. La vista è magnifica con le palme e gli orti verdeggianti a lato del fiume e le casbah decorate.
 
Sulla strada venditori di datteri invitano continuamente a fermarsi, ma ormai il sole comincia a calare e mancano ancora un po’ di chilometri. Da Agdz la strada prende a salire fra le montagne in un ritmo di curve inebrianti: il Gs scalpita con 4a e 5a che recuperano dopo alcuni giorni di pausa forzata il tempo perduto.
 
Sono quasi le otto quando entro in città alla ricerca di hotel. Tump, tump, tump…. “Che brutto asfalto che hanno” mi dico sentendo il sordo rumore del retrotreno…….
 
9° giorno Ouarzazate – Mrirt 520 Km
 
Tump, tump, tump…. altro che asfalto pessimo, in realtà le vibrazioni delle piste hanno allentato il raccordo superiore che dalla testa dell’ammortizzatore va al serbatoio della compressione, lasciando trafilare l’olio del circuito. “Poco male” penso, smonto il tutto e serro a dovere. La sera prima arrivando avevo notato l’insegna di Bikers Home, una specie di albergo- officina gestito da un inglese stabilitosi in Marocco e decido quindi di andarci di prima mattina, caso mai abbia bisogno di qualcosa o di una mano.
 
Appena arrivato trovo Tom con il suo Klx in garage: probabilmente la frizione è andata e non sa bene cosa fare. I compagni hanno puntato verso nord, mentre lui vorrebbe arrivare a Casablanca. Comincio a smontare la moto e arrivato alla sospensione la sorpresa: la vite di attacco inferiore si è troncata di netto all’interno del piedino, sicuramente a causa della mancanza del lavoro idraulico.
 
Le punte del trapano sono troppo corte e quindi devo lavorare a forza di seghetto e martello per liberare il tutto ed avere spazio per la foratura. Nel frattempo il titolare mi procura una vite identica in una ferramenta della città. Due ore di madonne e sudore e sono di nuovo in grado di proseguire, ma l’ammortizzatore non ha più idraulica e sembra di stare seduti su palo di legno. In teoria oggi dovevo risalire l’Alto Atlante e scendere verso Demnate via piste, ma in queste condizioni sarebbe un suicidio, rischierei di spaccare di nuovo la vite dopo pochi chilometri.
Sono stato graziato fino ad ora da guai meccanici e se c’è una cosa che ho imparato viaggiando in Africa è che
la cosa più importante è “arrivare a destinazione”, con mezzo e conducente sempre in grado di proseguire. Perciò si va per strada. Saluto Tom intento a capire se il problema di spegnimento in fase di rilascio della frizione è dato da uno switch del cavalletto e all’alba delle 10.30 mi avvio verso il passo di Tizi-n-Ticka. La strada in salita si snoda tra paesaggi alpini, tanto che sembra quasi di essere sul Gavia o sullo Stelvio, con barriere e pali segna neve.
 
Poi una volta fatto il passo, prende a scendere tra foreste, valli in fiore e ulivi, fino alla piana di Marrakech. Il versante occidentale dell’Alto Atlante risente del clima continentale e i campi verdi e coltivati che si stendono fino a Beni Mellal ne sono la prova.
 
L’agricoltura è prospera: i villaggi non hanno niente a che vedere con quelli del deserto o della montagna, sono un viavai di mezzi agricoli, camion e persone ben vestite. Persino i ragazzi e le ragazze che tornano da scuola con le loro camice bianche, sembrano appartenere ad un altro stato. La regione è in festa dato che il re sta facendo una visita di alcuni giorni, in previsione anche della realizzazione di una nuova autostrada che collegherà Beni Mellal con la costa. Ai lati delle strade è un tripudio di bandiere nazionali e la gente si accampa in grossi tendoni, aspettando il passaggio del sovrano con lauti pasti e musiche arabeggianti.
 
Ad un ristorante per camionisti faccio la conoscenza di un immigrato marocchino che vive in Italia da 20 anni e lavora come artigiano edile. E’ in vacanza per 10 giorni e gli fa piacere che io stia visitando il suo paese. Quando sta per andarsene, si avvicina e mi mormora:”Se non ti offendi, il pranzo te lo offro io, sei mio ospite”. Sono senza parole e l’unica cosa che riesco a pronunciare è un sommesso “shukran”. Ancora una volta questo paese e la sua gente riescono a stupirmi e a colpirmi nel profondo del cuore. Da Beni Mellal la strada ricomincia a salire tra colline verdeggianti e rilievi fino a Khenifra.
 
E’ già calato il buio quando mi fermo 30 km. dopo nel villaggio di Mrirt per passare la mia
ultima notte in Marocco.
 
10° giorno Mrirt – Melilla 480 km
 
Partenza di buon'ora per essere in tempo a prendere il traghetto delle 14.30. La strada scorre veloce nel Medio Atlante verdeggiante ed in fiore, poi piano piano prende a salire tra foreste di cedri fino alla piccola cittadina di Ifrane, costruita negli anni ’20 dai francesi in puro stile alpino, con casette dal tetto spiovente che ricordano i villaggi dell’alta Savoia. Rapida discesa fino a Fes e da lì, attraverso il Rif battuto da un forte vento da Nord-Est che mi massacra il collo, arrivo a Guercif.
 
Un caffé con un vecchio meccanico che ha lavorato per anni sulle moto in Francia e poi via di corsa verso Melilla. Ma dopo dieci giorni passati senza preoccuparsi dell’ora, mi rendo conto entrando in porto e non trovando il traghetto, che ho dimenticato le due ore di fuso orario con l’Europa e così anziché essere in largo anticipo sono in ritardo di un’ora.
 
Mi rifaccio della cosa tracannandomi finalmente 2 “cervezas” gelate al barettino del molo, in compagnia di una coppia di tedeschi ultracinquantenni: lei su un gs 80 rosso e lui su gs100 bianco. Entrambe le moto superano abbondantemente i 150.000 chilometri. Si parla ovviamente di meccanica, di assetti, di bagagli, di viaggi futuri e del Marocco, questosplendido paese che abbiamo appena incominciato a conoscere. “Insha-Allah” “Se Diovuole” ci tornerò molto presto.
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Commenti degli utenti 1

Frenky Frenky

Italia
 

Piste off

Il 18/03/2013 alle 23:46

Ciao Fagot, penso che tu abbia colto l'essenza del viaggio in Marocco complimenti! Fra un mese esatto ho la mia occasione! Vorrei attraversarlo il più possibile off dando un'occhiatina a qualche città. Ti si può contattare per qualche consiglio? Grazie ciao

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