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Un viaggio in alta quota

gianbiss
  • Diario di bordo di gianbiss Inserito il 08-05-2015
  • Destinazione Cile, Bolivia, Peru
  • Quando Dal 08-11-2013 al 01-12-2013
  • Avventura in: Moto
Roberto ed io, insieme alle nostre fedeli compagne, questa volta ci rechiamo in sudamerica per partecipare ad una missione umanitaria organizzata dalla onlus “Raid for Aid” di Piacenza.
 
Un viaggio che ci porterà dal nord del Cile, attraverso la Bolivia, fino a Lima in Perù presso una comunità che aiuta i bambini abbandonati delle favelas.
 
Arrivati il sabato mattina ad Antofagasta siamo subito andati al porto per cercare di avviare le pratiche di sdoganamento, ma siamo stati rimandati a lunedì. Un po' demoralizzati abbiamo comunque cercato di organizzarci qualche giretto nei dintorni per ingannare l'attesa. La città non è un granchè e anche nei pressi non ci sono molte attrazioni turistiche tranne, forse, la mano di Antofagasta. Si trova a sud del paese lungo la Panamericana e cosa abbia voluto rappresentare lo scultore cileno Irarazzabal non è chiaro. C'è chi suppone che sia un saluto ai viandanti, oppure un invito ad una sosta o ancora, visto che è stata realizzata nel 1992, un monito di "attenzione" lanciato sul finire della dittatura.  

Puntuali il lunedì mattina andiamo alla dogana ma subito sorgono problemi burocratici e veniamo rimandati ancora a martedì... Non sto a farla lunga, le moto siamo riusciti ad averle mercoledì sera alle 19,30 e quindi il nostro viaggio è iniziato giovedì 14 novembre con inevitabile ritardo sulla tabella di marcia.  Quando la mattina alle 6 e mezza le ruote hanno finalmente iniziato a girare sul suolo cileno in direzione nord è stato facile dimenticare tutte le traversie, le arrabbiature, lo scoraggiamento e l'esoso esborso di denaro dei giorni precedenti. Dinnanzi a noi si apriva un immenso, ampio e luminoso deserto, solcato solo da un nastro d'asfalto e da un binario a scartamento ridotto per il trasporto di minerali delle numerosissime miniere presenti in questa zona.  

Giunti a San Pedro di Atacama, punto di partenza per le numerose escursioni possibili nei dintorni, abbiamo scaricato i bagagli e siamo subito partiti per visitare il salar de Atacama, posto fantastico e per me carico di magia per via dei racconti di questi luoghi nei libri di Sepulveda che in passato ho divorato avidamente sognando poi un giorno di poterli vedere di persona.  Ero a conoscenza del deserto di Atacama, della sua aridità che lo pone in cima alla classifica mondiale, del suo salar, delle sue miniere e anche delle famose rose che fioriscono (se piove almeno un'ora) una volta all'anno ma non immaginavo di trovarmi di fronte ad uno spettacolo della natura che si ripete ogni sera serena... il tramonto!  

E' veramente qualcosa di indescrivibile. Di tramonti nella mia vita ho avuto la fortuna di poterne ammirare parecchi, soprattutto quelli africani ma questo lo colloco tranquillamente al primo posto. Quello che si può ammirare dal profondo silenzio della valle della Luna è qualcosa che rimane per sempre nel cuore. Come già eravamo d'accordo, Roberto ed io, con Debora e Cristina, ci siamo separati dalla spedizione ed abbiamo proseguito da soli. Uno di loro, per problemi di cuore non può affrontare certe quote e così loro passeranno in Argentina per proseguire poi verso nord.

La quota media del loro percorso è intorno ai 2.500 mt, mentre noi nella parte ovest della Bolivia avremo una media di 3.600 mt! Ci rincontreremo più avanti al confine con il Perù. Dopo un rapido giro di consultazioni qui a San Pedro, decidiamo di non affrontare la pista delle lagune della Bolivia con la moto. Tutti ce lo sconsigliano, la strada è veramente brutta e difficile e poi c'è il problema di un valico a 4.700 mt, le moto ce la faranno ma noi?

Ora ci troviamo a 2.400 mt e non sappiamo ancora come reagirà il nostro fisico più in alto. Partiti di buon mattino con un fuoristrada condotto da una guida (per via della frontiera da attraversare), entriamo in Bolivia a 4.150 mt costeggiando il Licancabur, un maestoso vulcano che sfiora i seimila metri e che domina maestosamente questa zona. Il paesaggio si fa subito apprezzare per la laguna Bianca che ci lascia facilmente a bocca aperta. Proseguiamo per la laguna Verde che, con il Licancabur sullo sfondo è davvero un posto incantevole, per poi raggiungere la laguna Chalviri dove c'è una vasca con acqua calda dove fare un bagno. Stiamo viaggiando costantemente a quote tra i 3.900 e i 4.300 mt e il fisico inizia a risentirne. La respirazione diventa difficoltosa e bisogna fare molta attenzione a muoversi.

D'istinto uno scende dall'auto e subito fa qualche passo per scegliere l'angolazione migliore per una fotografia ma la
mancanza d'ossigeno ti fa fermare immediatamente a respirare. Sembriamo degli astronauti quando, saltati giù dalla scaletta muovevano i primi passi sulla luna. Poi si cerca di camminare sempre in piano, guai a scendere di qualche metro, poi la risalita è faticosa. Compare anche un leggero mal di testa e non si può voltare il capo repentinamente, pena un giramento di testa. Sono piccoli inconvenienti che bisogna gestire ma che vengono immensamente ripagati dallo spettacolo che si ha innanzi.

Dopo aver curiosato tra le buche di fango ribollenti e il fumo di qualche geyser, che però si manifestano solo al mattino presto, superiamo un valico a 4.700 mt dove troviamo formazioni di ghiaccio nella sabbia. Incredibile, avessi il tempo (e il fiato...) cercherei di fare gli ultimi 110 mt di dislivello per poi superare anche solo di pochi metri l'altezza del monte Bianco!  Come sempre accade, la ciliegina sulla torta viene servita alla fine. Ultima tappa è la laguna Colorada, posto bellissimo a 4.300 mt, spesso raccontato da amici e descritto come fantastico, io ci aggiungerei un'altra dozzina di aggettivi e forse non basterebbero ancora. Rimango un bel po' incantato prima di iniziare a "lavorare" con la macchina fotografica.

Con il vulcano Apagado sullo sfondo, il colore rosso ferro delle sue acque, i fenicotteri che passeggiano tranquillamente a becco in giù e il vento che ti sferza il viso, l'anima di qualsiasi essere umano verrebbe smossa. Ma è ora di tornare, bisogna preparare i bagagli, domani si riparte per entrare in Bolivia con la moto, passeremo dal passo Ollague che si trova a 3.850 mt, che volete che sia, ormai una passeggiata... Passato il confine al valico di Ollague, la strada si è fatta subito difficile. Gli sterrati boliviani non perdonano, sabbia, toule ondulè e pietre sono il menù del giorno. Avanziamo a fatica e, a volte, dobbiamo scendere per trovare il passaggio migliore e che abbia meno rischi.

Il buio ci sorprende ancora sulla pista e si alza pure un forte vento che sollevando polvere rende quasi nulla la visibilità. Siamo in quota e le forze sono ormai al limite ma per fortuna in un villaggio troviamo una camera con quattro letti dove appoggiare le ossa. Il bagno è quello che è e per lavarsi c'è un bidone con dell'acqua nel cortile, ma per noi è l'Holiday Inn! Svegli alle prime luci, dopo un buon caffè qualità rossa (porto sempre con me tutto il necessaire...) e grancereale con miele, la giornata appare subito bellissima, anche perchè c'è sempre un bel sole che ci accompagna.

Nel primo pomeriggio raggiungiamo Uyuni, paese da dove partono le escursioni per l'omonimo salar, una delle meraviglie di questo pianeta. Il paesino è grazioso, un hotel con l'acqua calda, finalmente qualche turista e la possibilità di cenare in un ristorantino con un menù fornito. Pezzo forte di questi posti è la carne di lama. Ricorda un po’ il sapore dell’agnello ed è davvero niente male. La mattina dopo, attraversiamo il salar con un percorso di circa 160 km, interrotti solo dall'Isla Incahuasi, un’isola zeppa di cactus che si trova proprio nel mezzo.

Come descrivere questa emozione? Per qualche chilometro c'è una traccia più scura che indica la via, poi sparisce, ma la cosa bella è guidare senza meta, lasciandosi andare verso l'orizzonte bianchissimo che non arriva mai. La moto scorre liscia sulla superficie salata. Una sensazione di libertà senza paragone. Una fuga verso il nulla, senza vincoli, senza ostacoli... Per fortuna ho bussola e una traccia gps per trovare l’uscita verso nord, altrimenti sarebbe molto difficile! La fine del salar ci riporta bruscamente con i piedi per terra. Ricomincia subito uno sterrato di quelli tosti che metterà a dura prova le nostre energie. Cerchiamo di tirarci su di morale l'uno con l'altro, ci facciamo forza, in fondo sono solo altri 120 km circa...

Ci siamo concessi una deviazione dal nostro itinerario, per poter salutare un amico di Debora che, avendo di recente sposato una bella ragazza boliviana, ora è venuto a conoscere i parenti di lei. Siamo stati ospitati a Cochabamba da una famiglia molto gentile e premurosa, abbiamo così potuto anche gustare delle specialità locali che nei ristoranti è difficile trovare, the con foglie di coca compreso. Ripreso il cammino verso nord, sfioriamo il caotico traffico di La Paz, un delirio di mezzi che si infilano in ogni dove e raggiungiamo il lago Titicaca, uno dei più alti al mondo, oltre 3.800 mt! Posto bellissimo, molto suggestivo e ci concediamo una notte a Huatajata in un hotel di lusso a cinque stelle
vista lago (inutile dire che le cinque stelle boliviane non corrispondono alle nostre).

Dopo i tuguri dell'altipiano boliviano un po' di confort non ci dispiace. Il mattino successivo traghettiamo su una chiatta di legno e passiamo la frontiera per il Perù a Copacabana, anche qui rapidi e gentili i funzionari delle due frontiere sbrigano velocemente le pratiche. Ne rimango stupito, forse sono troppo condizionato dalle lungaggini delle frontiere africane dove tentano sempre di sfilarti qualche banconota. Le strade in Perù sono migliori, basta con gli sterrati, l'unico inconveniente sono i dissuasori che qui se ne incontrano moltissimi, una vera noia. La moto di Roby fa un po' le bizze, strattona e si spegne ma lui, essendo anche un bravo meccanico, individua subito il problema nella pompa della benzina, una volta sostituita con quella di scorta si prosegue senza problemi.  Raggiungiamo quindi Cuzco, suggestiva città molto spagnoleggiante, si ha l'impressione di passeggiare per le vie di una città europea del XV o XVI secolo. La sua cattedrale è davvero incredibile, ne ho visitate di chiese in Italia e in giro per il mondo ma questa mi impressiona davvero per la sua ricchezza di quadri, decorazioni, intarsi e statue.

Purtroppo non posso farvi vedere nulla perchè all'interno è assolutamente proibito fotografare. Un vero peccato. Il mattino dopo ci spostiamo a Ollantaytambo, qui la strada finisce e rimane solo una ferrovia che conduce ad uno dei siti archeologici più famosi al mondo: Machu Picchu! Un luogo magico e incredibile, uno scenario che lascia a bocca aperta. Per visitarlo prendiamo una guida (non è da me...) in modo da essere sicuri di capire e di non perderci nulla di questa antica città popolata da non più di 600 abitanti e mai conquistata dagli spagnoli che non ne scoprirono l'esistenza. Dopo le spiegazioni e il giro guidato passeggiamo ancora un bel po' tra le rovine, lasciandoci coinvolgere dall'atmosfera di queste mura praticamente intatte, rimaste sconosciute fino al 1911.

Ritornati con il treno a Ollantaytambo, dove abbiamo trovato posto in un hotel delizioso, faccio due parole con Nancy, la ragazza della reception, è cordiale e simpatica e mi racconta qualcosa del suo paesino, per me così sperduto, del quale è assolutamente orgogliosa. Poi mi ricordo che ho un paio di cartoline da spedire e così provo a chiedere a lei se lo può fare per me. Lei mi risponde tranquillamente che non può farlo perchè non c'è la posta in quel paese. Rimango perplesso, forse ho capito male, ma come... non è possibile che un paese come questo, oltretutto alla base delle partenza per uno dei luoghi più famosi al mondo, non abbia un ufficio postale. Eppure è così, me lo conferma con un sorriso sereno e con un po' di stupore. "Quindi", le dico io, "tu non hai mai ricevuto una lettera d'amore da un fidanzato", "è incredibile!" aggiungo...

E lei mi risponde un candido "no!" sorridendo ancora, piegando il capo e facendo spallucce come fosse una cosa di poca importanza... Ormai siamo agli ultimi giorni di viaggio. Percorriamo l'altopiano centrale del Perù. Ci troviamo nuovamente in alta quota con valichi che sfiorano i 4.500 mt! Problemi fisici non ne abbiamo più da tempo, solo affaticamento per la respirazione povera di ossigeno, quindi sempre movimenti lenti e calcolati, se ci si agita arriva subito l'affanno. Posti bellissimi anche qui come in Bolivia, cielo terso e luminoso e orizzonti lontanissimi sono una costante che ci accompagna. Il territorio rimane prevalentemente desertico e questo lo rende ancora più aspro e affascinante. Dopo un ultimo valico a 4.480 mt inizia la discesa verso il mare, passiamo così, in poche decine di km, da una quota così alta alle poche decine di mt di Pisco che si trova sull'oceano Pacifico.

La mattina dopo, di buon'ora usciamo in mare per un'escursione all'Islas Ballestas, un gruppo di piccoli isolotti poco distanti dalla costa ma ricchissimi di foche ed uccelli. La mia passione! Questa volta, per non fare la fine dello scorso anno in Islanda, mi attrezzo per bene con pastiglie e colazione leggera e così tutto fila liscio. Posso finalmente scatenarmi a fotografare tutti quei volatili che mi girano intorno facendo un gran chiasso.

Dopo un'ottima cena a base di pesce al ristorante El Dorado sulla solita Plaza des Armas (ce n'è una per ogni paese del sudamerica) di Pisco, il giorno dopo percorriamo la Panamericana verso nord diretti a Lima. Questa è una strada mito per chiunque ami viaggiare sulle due ruote. Cito testualmente dal libro del mio carissimo
amico e fotografo Davide Pianezze che la conosce molto bene: "Dai ghiacci dell'Alaska a quelli della Patagonia, attraverso foreste, deserti, metropoli e montagne, la Panamericana 25.750 km) percorre da nord a sud l'intero continente americano. Interrotta da 87 km di selva tropicale montana tra Panama e la Colombia, si sviluppa principalmente lungo la costa dell'oceano Pacifico a volte sotto forma di una comoda autostrada a cinque corsie e in altri tratti come un impervia e sperduta strada abbandonata". Lima ci accoglie con il suo traffico caotico al limite della sopravvivenza.

Non esistono tangenziali o vie alternative, per superare la città è necessario attraversarla e il tempo medio per fare questo è di un paio d'ore di andatura a singhiozzo in prima marcia, se si è fortunati ogni tanto si riesce ad inserire la seconda! Dal nostro ingresso nella capitale, con il buio e dopo due ore e mezza infernali raggiungiamo la zona periferica di Huaycan, dove siamo attesi da suor Goretta (che qui chiamano hermana Goretta) gestrice dell'asilo per bambine orfane e disadattate raccolte nelle favelas dei dintorni.  L'accoglienza è calorosa, al limite della commozione.

Decine di bimbe ci accerchiano facendoci le feste e abbracciandoci teneramente. Veniamo ospitati decorosamente e rifocillati senza neppure sapere quanto sarà il contributo che Don Silvio ha raccolto in Italia. Il giorno seguente, dopo aver portato le nostre moto allo spedizioniere che ce le imbarcherà per l'Italia, grande festa in costume per noi con canti e balli da parte delle bambine. E' davvero ammirevole l'opera di questa suora che, iniziato come infermiera circa trent'anni fa nei villaggi sulle montagne, ora è riuscita a costruire questa struttura dove ospita decine di bimbe che diversamente non saprebbero dove andare. Goretta è una di quelle persone magiche, che emanano energia, sempre positiva e ottimista, una donna leggera nello starle accanto ma incredibilmente forte e determinata nelle sue convinzioni. Una figura così è una fortuna incontrarla nella vita, ti fa pensare, molto...

Ultimo giorno. Iniziamo con suor Goretta che ci porta a fare un giro tra le favelas dove la salutano tutti con un sorriso. Poi un'ora e mezza di bus per raggiungere il centro di Lima dove visitiamo la cattedrale e le piazze centrali. Un po' di shopping nel centro artigianale ed infine all'aeroporto, dove abbracciamo ancora Goretta con malinconia e una fitta al cuore. Noi in poche ore saremo di nuovo nel pieno dei nostri lussi e comfort ma lei rimane lì, nella polvere, nella sporcizia, nel degrado, nella costante umiliazione e violenza delle donne da parte degli uomini delle favelas. Lei intuisce questo nostro sentimento e ci rassicura, "io sto bene qui, non preoccupatevi, non saprei vivere in un altro posto".    

Gian Mario Bissacco 
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