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Settembre 2013 - Bulgaria e Grecia

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 02-04-2014
  • Destinazione Grecia, Bulgaria
  • Avventura in: Bici
ARRIVATI AL RAINBOW
 
Al Welcome Centre c’è un gruppo di ragazzi attorno al fuoco che ci accoglie a braccia aperte e, incuriosito, ci fa domande sul nostro viaggio. Ci viene offerto un piattone di riso ed insalata. Facciamo il bis. Al Rainbow funziona che se ti senti di dare il tuo contributo, qualunque esso sia, lo dai. Da subito infatti abbiamo l’occasione di sperimentare lo spirito di questo raduno quando un ragazzo francese, auto incaricatosi responsabile della costruzione di una Tepee, chiede l’aiuto di volontari per ergere i 3 pali della struttura iniziale. Superato il welcome center, percorriamo gli ultimi metri e arriviamo nel cuore del Rainbow: una vallata di erba e pietre a 1600 metri con una vista a 180° sulla catena di montagne più in basso e dietro di noi una montagna colossale sopra alla quale dicono ci si possa arrivare in un’ora di camminata. La gente ti abbraccia dicendoti “welcome home”. Sistemiamo le tende in cima ad una collinetta che impieghiamo un’ora a raggiungere perché la gente che incontriamo per strada ci ferma per conoscerci e chiacchierare. Il terreno è in pendenza e per i prossimi giorni sarò costretto a dormire quasi in verticale, ma non importa perché è proprio qui che vogliamo stare. Conosciamo tantissima gente che viene, si siede ed inizia a chiacchierare pacificamente.
 
Paul, uno slovacco esplosivo che, dopo aver curato un’epatite con la Marijuana ha deciso di trasferirsi in Himachal Pradesh per dedicarsi allo studio di questa pianta e alla produzione di crema di Charas, parla Hindi ed Urdu, poi Dafi, una ragazza israeliana con la quale ci siamo inseguiti a suon di flauto prima di conoscerci, poi Sasha e Katia, una coppia di bielorussi che sono sempre in viaggio perché lui ha un database di 3000 fotografie che la gente gli compra facendogli guadagnare una media di 700 dollari al mese. Sembra che ci conosciamo da una vita. Hanno costruito un treppiede di legno dove appendono un pentolino per fare il tè e sono sempre pieni di ospiti.
 
Dalla vista che godiamo dalla nostra postazione privilegiata possiamo ammirare il cerchio umano, o “food circle”, che si sta formando intorno al fuoco centrale. Prima che il cibo venga servito si canta, baci e abbracci girano intorno come fosse una ola allo stadio e si termina con un ohm di gruppo che riecheggia per la montagna facendoti vibrare l’anima. Grande potenza. Mangio con gente nuova una mappazza sconosciuta che però chiamano pasta. Non dev’essere facile cucinare per più di 1000 persone, e immaginatevi che è tutto autogestito. Finita la cena seguiamo altri ragazzi che si stanno dirigendo verso un Chai bla bla bla (non ricordo il nome) dove la gente si riunisce dopo cena per bersi un tè in compagnia. Finiamo inspiegabilmente nel rifugio di Paul, scavato nella terra, lo slovacco, e passiamo la serata a suonare il dijeridoo, la tabla e a cantare a squarcia gola. Dopo aver disperatamente cercato la tenda su e giù per le colline scopro che era a 2 metri da dove avevo passato la serata.
 
Passo la notte scivolando continuamente verso valle a causa della pendenza, ma riesco comunque a raggiungere il sonno profondo.
 
Da qua sopra il Rainbow è pieno di musica, colori, sorrisi, corpi nudi, urla, grilli e fiori commestibili. Dafi ci fa compagnia mentre cuciniamo un piatto di riso per colazione e poi ci guida in una sessione di stretching dei meridiani. Passiamo il resto della giornata a riposarci vicino alle tende rapiti dalla bellezza del Rainbow che vive sotto di noi, intorno a noi. A pranzo ci uniamo alle cerimonie del cerchio cantando, abbracciando e baciando a ruota libera fino al momento dell’Ohm finale. Dopo un piccolo riposino (siamo sempre stanchi quando non pedaliamo) andiamo a rifornirci di acqua alla fonte, ci beviamo un mate poi un caffè con un gruppo di ragazzi che ci dice che la nostra compagnia per loro è un piacere. Andiamo a cena ed è divertente come al solito, si parla con tanta gente, conosciamo due ragazzi olandesi che ci propongono di abbracciarci solo per il gusto di farlo, cosi ci scambiamo un lunghissimo e sincero abbraccio.
 
Inizia a piovere quando ancora non è stato distribuito il cibo e migriamo tutti e 1000 sotto il telone di plastica della cucina. Lì, tutto d’un tratto divento l’incaricato di cuocere i chappati sul fuoco. Delirio totale. La gente che inizia a radunarsi affamata attorno a me è troppo divertente. Parlo mezz’ora in inglese con una ragazza sarda prima di farle un’uscita in dialetto gallurese che la lascia di stucco e si crea magia. Si introduce Angelo, un pugliese di Alberobello fruttariano col quale rimarrò
fino a fine serata ascoltando la sua scelta di vita estrema.
 
Il tempo scorre e l’atmosfera Rainbow family ci entra sempre più nel sangue. Altri avvenimenti degni di nota sono la conoscenza di un ragazzo spagnolo, scandalosamente identico a Jack Sparrow, estremamente dedicato e sensibile all’energia. Pratica un tipo di meditazione che mi dice essere molto più intensa e rapida della Vipassana. Si fa con il respiro e molto spesso ho notato lui che, nel mezzo della folla festosa, alza le mani al cielo, ondula una poco, si butta a terra ed inizia a meditare. Gli dico che non sappiamo ancora se partire l’indomani oppure rimanere ancora per un giorno e lui mi dice che in questo caso bisogna interpellare il pendolo. Si leva dal collo uno dei suoi amuleti e mi mostra come fare. Il pendolo dice di rimanere, cosi facciamo, almeno un giorno in più.
 
Partecipiamo ad uno dei numerosi workshops dove un ragazzo rumeno spiega come funziona la mente ed il flusso dei pensieri. Partecipa anche Pablo che ne esce illuminato dicendo che per la prima volta ha ricevuto alcune risposte che aspettava da tempo. Non è questione di accettare, non è questione di essere consapevoli, non è questione di cercare. È questione che tutto è ciò che è. E basta. Concetto semplice ma più potente di una bomba atomica.
 
Conosco un gruppo di Federichi, uno è di Saluggia, posto famoso per i fagioli e le scorie nucleari, ha 24 anni e questo è uno dei primi viaggi che fa. È arrivato in autostop. È un’anima calma e saggia e mi ci trovo molto bene. L’altro Federico è di Mantova, ha 21 anni e, appena gli nomino il frullatore fa un sussulto e mi dice di aver letto di me su Terra Nuova. Mi sento una celebrità. Gli sta per nascere una bambina che vuole chiamare Allegra. Purtroppo la relazione con la compagna e futura mamma non è rose e fiori e mi chiede come mi comporterei io se mi trovassi nella sua situazione… finiamo a parlare il pomeriggio intero e, alla fine, è più lui a regalarmi consigli e stimoli che io a lui. Me li sono scritti tutti su un fogliettino che ho messo nella tasca della felpa e spero di non perdere.
 
Una mattina ho voglia di andare a farmi una doccia e mi avvio ignaro di ciò che mi aspetta: la doccia è un tubo di gomma, fissato su 3 legni claudicanti, che sputa acqua fredda. È nel mio stile. C’è una fila di gente nuda che aspetta il proprio turno. Mi faccio due risate e mi denudo anche io. Davanti a me c’è Walter, un ragazzo che dice di venire “da un paese che si chiama Austria” e che, prima di buttarsi sotto la doccia mi rivela di essersi lavato con la propria urina. Lo fa da 15 anni e dice che è il metodo migliore per avere una pelle sana. Porta un orecchino di osso a forma di drago che rappresenta le sue paure. Sembra una persona molto calma finché non lo ritrovo a petto nudo mentre fa una comunicazione a tutto il Rainbow, urlando a squarcia gola in mezzo al food circle.
 
L’ultima sera siamo sulla collina vicini alle tende quando inizia a riecheggiare per tutta la vallata l’urlo “help in the kitchen” proveniente dalla cucina. Io e Dan ci facciamo coraggio e scolliniamo per andare a dare il nostro contributo in cucina. Con grande piacere scopriamo che il focalizer (ossia colui che si autoproclama responsabile di una qualche attività) della cena è proprio il nostro vicino di tenda Paul lo slovacco. Ha in programma di cucinare una pasta. La cucina è invasa di musica, gente suona il sax, la tromba, flauti di ogni tipo e gran percussioni. Ognuno deve darsi da fare e prendere l’iniziativa, cosi io e Dan ci mettiamo a tagliare fagiolini unendoci all’ordinato esercito di colleghi. Ad un certo punto, tra un urlo di Paul e l’altro, c’è da accendere il fuoco per cuocere i chappati. Io e Dan, assieme ad altri, ci attiviamo e dopo circa un’ora io divento il responsabile della cottura della pasta. Essere italiani vuol dire anche questo. L’acqua bolle in due pentoloni giganteschi posti sopra un fuoco che va alimentato continuamente per mantenere l’acqua bollente. Al momento di buttare la pasta mi chiedono quanta me ne occorre e, dopo due rapidi calcoli, gli dico che ho bisogno di 60 chili. Roba da matti. È arrivata l’ora di mangiare e, se la pasta era al dente una volta scolata, ora è diventata l’inevitabile mappazza che mangiamo dal primo giorno. E vabbè, vedere che 600 persone stanno mangiando in pace quello che abbiamo cucinato noi è una sensazione impagabile.
 
Cinque giorni dopo finalmente decidiamo di partire, sperando
con tutte le nostre forze di trovare un altro Rainbow nel nostro cammino. Siamo tutti e quattro d’accordo che questi giorni ce li porteremo dietro per tutta la nostra vita.
 
DALLA MACEDONI ALL0INSALATA GRECA
 
Ci fermiamo a dormire a Kastoria dove troviamo il parco del centro invaso di tende di gente che va o che viene dal Rainbow e, con grande piacere, ritroviamo anche i nostri amici bielorussi, Sasha e Katia, coi quali condividiamo un ottimo risotto ai funghi. Faccio la conoscenza di un ragazzo tedesco che sta viaggiando senza soldi da quasi 2 anni e, parlando dell’Iran, ci consiglia di fare domanda per il visto a Trabzon, una città sulla costa del Mar Nero, dove c’è un consolato molto più disponibile rispetto alla severa ambasciata di Istanbul, poi ci regala un consiglio vitale: fare quello che lui chiama “containering”, ossia andare alla ricerca di cibo in scadenza o comunque troppo vecchio per essere venduto, soprattutto in grandi supermercati o panetterie. Lui è due anni che sopravvive facendo “containering”. Lo mettiamo in pratica la mattina seguente e finiamo a fare una colazione da re con croissant e tranci di pizza vecchi di un giorno che la panetteria di fianco aveva riposto in un cassetto a parte pronta per essere buttata. Metodo brevettato e funziona alla grande.

Il giorno seguente, appena finito di pranzare in un ristorante popolare di Edessa ci succede un fatto divertente anche se, devo ammettere, abbastanza spiacevole: ci alziamo da tavola e Pablo è l’ultimo a partire. Dopo circa 200 metri, io, Leon e Dan ci guardiamo dietro e ci rendiamo conto che manca il nostro compagno argentino. Lo aspettiamo qualche minuto ma niente, non si vede. Tornando indietro un signore ci indica che è andato giù per la strada che prosegue verso sud-ovest, ma noi dobbiamo andare nella direzione opposta, verso nord-est. Lo aspettiamo per un paio d’ore alle cascate, l’unico posto di cui avevamo parlato, ma niente, di Pablo neanche l’ombra. Torniamo in città, qualcuno si anima dicendoci che il ragazzo in bicicletta è tornato su e poi è risceso per la stessa strada non trovandoci. Facendo qualche indagine scopriamo che in realtà la strada che ha preso Pablo è quella giusta quindi, dopo esserci dati dei cretini a vicenda, ci avviamo sperando di trovarlo per strada. Dopo aver pedalato per una decina di km senza incontrarlo, il sole è ormai tramontato e siamo obbligati a fermarci in un campo di pesce a lato dello stradone per dormire. Decidiamo di svegliarci presto l’indomani e dirigerci alla città successiva convinti che lui è lì ad aspettarci. Prima di andare a letto sto un po’ da solo a guardare la luna. È stupendo. Notte da favola.
 
Sveglia con sussulto alle 6:30 perché sento dei trattori che si muovono per il campo. Con la paura di essere scoperti o, alla peggio, schiacciati, smontiamo in fretta e furia, facciamo scorta di pesche e nel giro di 20 minuti siamo sulla strada. Faccio i 20 km che ci separano dalla città di Giannitsa cercando di stare dietro agli inglesi che, senza un motivo apparente, hanno deciso di pedalare a 35 km/h. Dan si ferma al bivio mentre io e Leon andiamo a cercare un punto internet nel centro. Troviamo un wifi in un bar dove ci sediamo e prendiamo 2 caffè e una pasta. Totale 6 Euro e 80. Non troviamo nessuna mail di Pablo cosi gli scriviamo noi aggiornandolo sui nostri movimenti. Dopo mezz’ora Leon va a recuperare Dan al bivio e, mentre io aspetto solo, ad un certo punto vedo spuntare la faccia da schiaffi di Pablo. Bla, bla, bla, sono andato di qua, di là, quaraquaquà, qualche sorriso, un abbraccio e il gruppo è di nuovo completo. Continuiamo a pedalare e fa un caldo pazzesco, è domenica e a Polikastro troviamo un fantastico ristorantino affollato di gente del posto che sta facendo il pranzo della domenica. Ci sediamo mentre un greco ci assiste nella scelta dal menu. Io vado per una specie di melanzane alla parmigiana, patate fritte e una birra bella fresca. A pancia piena ci andiamo a fare una siesta all’ombra di un grande albero e, circa 2 ore più tardi, torniamo allo stesso ristorante per farci riempire le borracce d’acqua. Il cameriere è così gentile che ci mette addirittura del ghiaccio, cosi noi ne approfittiamo per chiedergli se hanno del cibo avanzato da buttare. Lui ci prepara 4 porzioni di cibo squisito e del pane. Incredibile.
 
Contenti del bottino continuiamo a pedalare, ma una tormenta si presenta davanti a noi, cosi, poco prima di Kilkis cerchiamo un riparo. Passiamo a lato di una veranda dove sono sedute due persone e sopra alle loro teste vi è un’insegna
con la scritta “Bar”. Tutti e quattro lo notiamo ma, senza un particolare motivo, continuiamo a pedalare per qualche centinaio di metri. Avendo la desolazione davanti ai nostri occhi, concordiamo sul tornare indietro a chiedere rifugio al bar con la veranda. Arriviamo davanti e la coppia di cinquantenni seduti al tavolo si alza immediatamente dalla sedia, come se ci stesse aspettando, e ci invita dentro a sederci e rilassarci. Nel giro di 5 minuti siamo seduti al tavolo con un caffè e un pezzo di cheesecake, ci regalano 12 uova delle loro galline, almeno 5 kg di pomodori dell’orto e le bici sono parcheggiate in garage al riparo dalla pioggia. Sono Ianis e la moglie Rula, hanno tre figlie, la più grande vive a Tessaloniki, quella di mezzo in America e la più giovane a Londra. Rula parla poche parole di inglese mentre Ianisnessuna ma è molto comunicativo lo stesso, e comunque, quando proprio non ci capiamo ci mettono al telefono con la figlia che fa da traduttrice simultanea. Ianis organizza spesso giri in bicicletta con i bambini del paese e, da quando ha iniziato quest’attività, il numero di bici che girano per le piccole vie del paese è lievitato. Chiediamo se ci possono consigliare un posto dove montare le tende e, dopo una breve consulenza interna, ci indicano il giardino del vicino. Ianis, stranamente divertito, ci dice che il vicino è andato al funerale del fratello a Tessaloniki.
 
Finita la cena con le porzioni donate dal ristorante andiamo a farci una passeggiata nel centro del paesino dove diventiamo il centro dell’attenzione di una folla di ragazzini curiosi. I due o tre che conoscono qualche parola di inglese ci fanno domande e traducono quelle degli amici. Saranno circa una ventina, dai 10 ai 18 anni e ci fanno domande complesse: perché stiamo facendo questo viaggio, se abbiamo paura, perché abbiamo abbandonato per così tanto tempo i nostri cari. Ci dicono anche che il paesino si sta preparando per un festival folkloristico che avrà luogo l’indomani, con balli e cibo tipici.  Tornando verso le tende io e Pablo rimaniamo a parlare per un’oretta e condividiamo le nostre sensazioni sul gruppo e su di noi. Ci diamo un abbraccio sincero e, dopo aver deciso di rimanere una notte in più per partecipare al festival, ce ne andiamo a letto.
 
L’indomani passiamo la mattinata oziando e mangiando quantità industriali di cibo che la gente continua a regalarci. A pranzo siamo ospiti a casa di Ianis e Rula che ci cucinano spaghetti e una squisita insalata greca con le verdure dell’orto. Il pomeriggio lo dedichiamo alla lavanderia e, poco dopo il tramonto ci dirigiamo verso il centro. Sorseggiando una birra osserviamo la tranquilla cittadina che si anima e cambia completamente faccia nel giro di una mezz’ora: c’è una folla di gente che, arrivando un po’ da tutte le parti della provincia, inonda le uniche due stradine del centro, bancarelle che vendono dolciumi, pannocchie arrosto, zucchero filato e fucili ad aria compressa spuntano come funghi, mentre il giardino della scuola, che sarà il cuore della festa, viene invaso da sedie e tavoli. L’atmosfera è da sagra della porchetta. Noi ci accomodiamo a un tavolo quando la musica è già iniziata. I sinuosi suoni della lira e del clarinetto seguono la voce di un ragazzo che canterà per almeno 5 ore di fila. Quando lo stomaco è mezzo pieno e il livello alcolico alto, i più spavaldi si dirigono verso il centro della folla e iniziano a ballare in cerchio questo passo di danza che fa ondulare i loro corpi in modo buffo. Nel giro di pochi minuti il cerchio ha raggiunto 30 metri di diametro e la maggior parte della gente che fino a poco prima era seduta rimpinzarsi di cibo sta ora ondulando buffamente all’unisono. Io e Pablo ci diamo un’occhiata d’intesa e un attimo dopo siamo anche noi nella mischia. È il delirio, i passi non sono complicati, ma ad un certo punto il ritmo della canzone incalza e i passi cambiano, quindi gran risate sia nostre che, soprattutto, di chi ci guarda. La serata passa tra un ballo e una bevuta che ci viene offerta da sconosciuti estasiati dalla nostra performance. Facciamo le 4 di mattina e ora si balla liberamente al suono del clarinetto. Sono tutti ubriachi marci e un signore, in preda all’esaltazione, si leva la maglietta e le dà fuoco. Andiamo a letto barcollando.
 
Il giorno dopo, smaltita la resaca a suon di yogurt e miele, salutiamo questa splendida coppia che ci ha aperto le porte di casa, sperando di poter ricambiare prima o poi facendogli sperimentare un po’ di ospitalità italiana o, magari, argentina.
 
IN BULGARIA CI SEPARIAMO DAL GRUPPO
 
Pedalare
in gruppo serenamente significa trovare un equilibrio ed essere in grado di mantenerlo. Dopo un mese di pedalate insieme ad altre 3 persone mi rendo conto che molte scelte si fanno più per mantenere questo l’equilibrio e, sempre più spesso, sento la necessità di sapere che scelte avrei fatto se fossi stato solo. Sveglia in silenzio, colazione in silenzio, pedalata in silenzio. Il silenzio però non è sereno, e si sente che c’è pesantezza nell’aria. Ad un certo punto, quando ognuno è immerso nei suoi pensieri, veniamo superati da una moto che si ferma pochi metri più avanti. Scende il centauro, si leva il casco ed è Yanis, il signore che ci aveva ospitato fino al giorno prima e che, evidentemente, di noi non ne aveva ancora abbastanza. Ci abbracciamo contenti e ci dice che ci ha portato pomodori, cetrioli e peperoncini e la signora del minimarket ci manda il pane. Dice di pedalare fino al prossimo pueblo che ci andiamo a bere un caffè. Noi arriviamo ma non trovandolo veniamo invitati da un signore di nome Thassos sempre per un caffè. Io bevo il “frappè”, un ice-coffee, tipico in Grecia. Mentre siamo lì spunta pure Yanis che si unisce al tavolo. La situazione è divertente: i due greci che non parlano inglese conversano tra di loro mentre noi quattro, che siamo gli ospiti ce ne stiamo pacificamente in silenzio, osservandoli… Ci alziamo dal tavolo, salutiamo e ringraziamo Thassos e ci rimettiamo in strada con Yanis che ci segue in moto. Per strada trovo il primo buon albero di fichi dopo la Croazia e me ne faccio una bella scorpacciata. Con Yanis ci fermiamo per pranzo  nell’ultimo paesino prima del confine con la Bulgaria e ci sediamo in un parchino all’ombra a preparare il pranzo. Ringraziamo ancora una volta questo simpatico ometto dal grande cuore e con qualche tic: agita le braccia come fosse una gallina e si lecca le dita e  accarezza i gomiti. Ciao Yanis.

Arrivo in Bulgaria brusco con una doganiera che sembra un ufficiale delle SS e un ragazzo sgarbato alla pompa di benzina dove compriamo la mappa. E’ piena di alberi di mele la stradina poco trafficata che ci porta fino all’inizio delle montagne. La prima sensazione è che ci sembra senz’altro un paese da Rakja o simili. Ci fermiamo per una birra in un paesino molto carino e tranquillo. I prezzi sono bassissimi e svaligiamo il minimarket di fianco al bar. Il sì e il no con la testa sono invertiti. Grazie si dice “merci”. Pedaliamo ancora per qualche km, giusto prima che inizino le montagne, e ci fermiamo davanti a un tavolino che espone ottima mercanzia; una bottiglia di vino, una di un distillato giallo che sembra benzina, aglio, fichi in barattolo e un pomodoro gigante. E’ tutto 100% naturale e il proprietario ci racconta che tempo fa la Bulgaria era grandissima produttrice di vino e faceva concorrenza alla Francia. Gli compriamo un litro di Rakja e ci consiglia di accampare poco più avanti, dentro un cancello dove scorre un piccolo canale. Vado a letto senza cena perché sono ancora pieno. Inizio a maturare sempre più l’idea di pedalare un po’ in solitaria, magari fino a Istanbul. Oggi ci aspetta un passo di 1100 metri. Ci svegliamo presto, l’unica faccia sorridente è quella di Leon. La strada è subito in salita e anche qui si manifestano le dinamiche tipiche del nostro gruppo: Dan parte in quinta e tanti saluti, Leon prova a stargli dietro scomparendo presto davanti a noi, Pablo avvia la sua modalità meditativa a 5 km/h, mentre io, che non ci capisco più niente del ritmo che voglio tenere, fortunatamente trovo una buona tecnica di respiro e quindi vado senza problemi. La salita dura due ore e ci rincontriamo praticamente in cima e tutti iniziamo a lodare il motivo del proprio andamento. Ognuno è fiero delle proprie certezze. In questo gruppo il dubbio non ha vita facile e io, una cosa di cui sono sicuro, è che di certezze ne ho veramente poche. Poco dopo ci fermiamo in un ristorantino a mangiare patatine fritte e bruschetta di carne di maiale e formaggio. Arriviamo nella città di Gotse Delchev dove stanchi ci fermiamo per qualche ora. Io e Pablo andiamo in internet, Dan e Leon cercano WiFi con il loro IPhone. Cercando in internet mi rendo conto di quanto sia pericoloso attraversare la frontiera tra Iran e Pakistan e con Pablo, pensiamo per la prima volta all’alternativa di prendere una barca dalla costa sud dell’Iran fino a Dubai e poi da lì un volo fino a Mumbai. Ci accampiamo in una specie di sentiero naturalistico con un piccolo laghetto e, la mattina seguente mi sveglio prima degli altro e vado a farmi un giretto nel bosco.  Ritorno che gli altri si sono appena svegliati e, senza nessuna premeditazione
gli butto lì a Pablo la mia voglia di continuare da solo fino a Istanbul. Siccome ne avevamo già parlato in un contesto più sereno, lui non cade dal pero, anche se non credo pensasse che l’avrei fatto veramente. Così è, quindi, lo comunico anche agli altri mentre ci mangiamo una scodella di porridge: “today I’ll start my solo journey to Istanbul”. Poi, quando siamo solo io e Pablo mi dice che forse scoprirò di essere un viaggiatore solitario. Ci dividiamo i soldi della cassa comune e le provviste, non mi rimane altro che capire che strada fare. Se rimango in Bulgaria strade alternative non esistono e quindi sarei costretto a pedalare col continuo pensiero di averli avanti o dietro. Potrei dargli un giorno di vantaggio, ma non avrei mai la sensazione di essere solo. L’altra opzione è tornare indietro fino a Gotse Delchev e da lì tornare in Grecia e attraversare la pianura verso Est fino a Costantinopoli. Non so veramente cosa fare. Con molto rispetto mi affido alla sorte e lancio la moneta: testa rimango in Bulgaria, croce Grecia. Tiro la moneta e, senza guardare l’esito, la posiziono così com'è caduta tra due sassi e inizio a smontare il campo. Sapere che, se mi voglio affidare alla sorte Lei ha già scelto per me, mi dà la forza di capire meglio cosa voglio fare: se voglio allontanarmi dai ragazzi per capire quali sono i miei ritmi e le mie esigenze liberi dalla loro influenza, allora la scelta da prendere è di andare verso la Grecia. Ci salutiamo con un brindisi di buona fortuna e poi scompaiono dietro la collina.  Mi regalo 5 minuti di contemplazione del momento. La moneta è rimasta lì tra i due sassi. Vado in Grecia. Faccio amicizia con un cagnolino che mi rincorrerà per un paio di km prima di scomparire. Penso a come sarebbe avere la compagnia di un cane, silenzioso, fedele, completamente immerso nel presente. Arrivo in Bulgaria brusco con una doganiera che sembra un ufficiale delle SS e un ragazzo sgarbato alla pompa di benzina dove compriamo la mappa. E’ piena di alberi di mele la stradina poco trafficata che ci porta fino all’inizio delle montagne. La prima sensazione è che ci sembra senz’altro un paese da Rakja o simili. Ci fermiamo per una birra in un paesino molto carino e tranquillo. I prezzi sono bassissimi e svaligiamo il minimarket di fianco al bar. Il e il con la testa sono invertiti. Grazie si dice “merci”. Pedaliamo ancora per qualche km, giusto prima che inizino le montagne, e ci fermiamo davanti a un tavolino che espone ottima mercanzia; una bottiglia di vino, una di un distillato giallo che sembra benzina, aglio, fichi in barattolo e un pomodoro gigante. E’ tutto 100% naturale e il proprietario ci racconta che tempo fa la Bulgaria era grandissima produttrice di vino e faceva concorrenza alla Francia. Gli compriamo un litro di Rakja e ci consiglia di accampare poco più avanti, dentro un cancello dove scorre un piccolo canale. Vado a letto senza cena perché sono ancora pieno. Inizio a maturare sempre più l’idea di pedalare un po’ in solitaria, magari fino a Istanbul.Oggi ci aspetta un passo di 1100 metri. Ci svegliamo presto, l’unica faccia sorridente è quella di Leon. La strada è subito in salita e anche qui si manifestano le dinamiche tipiche del nostro gruppo: Dan parte in quinta e tanti saluti, Leon prova a stargli dietro scomparendo presto davanti a noi, Pablo avvia la sua modalità meditativa a 5 km/h, mentre io, che non ci capisco più niente del ritmo che voglio tenere, fortunatamente trovo una buona tecnica di respiro e quindi vado senza problemi. La salita dura due ore e ci rincontriamo praticamente in cima e tutti iniziamo a lodare il motivo del proprio andamento. Ognuno è fiero delle proprie certezze. In questo gruppo il dubbio non ha vita facile e io, una cosa di cui sono sicuro, è che di certezze ne ho veramente poche.Poco dopo ci fermiamo in un ristorantino a mangiare patatine fritte e bruschetta di carne di maiale e formaggio. Arriviamo nella città di Gotse Delchev dove stanchi ci fermiamo per qualche ora. Io e Pablo andiamo in internet, Dan e Leon cercano WiFi con il loro IPhone. Cercando in internet mi rendo conto di quanto sia pericoloso attraversare la frontiera tra Iran e Pakistan e con Pablo, pensiamo per la prima volta all’alternativa di prendere una barca dalla costa sud dell’Iran fino a Dubai e poi da lì un volo fino a Mumbai.Ci accampiamo in una specie di sentiero naturalistico con un piccolo laghetto e, la mattina seguente mi sveglio prima degli altro e vado a farmi un giretto nel bosco.

Ritorno che gli altri si sono appena svegliati e, senza nessuna premeditazione gli butto lì a Pablo la mia voglia di continuare da solo fino
a Istanbul. Siccome ne avevamo già parlato in un contesto più sereno, lui non cade dal pero, anche se non credo pensasse che l’avrei fatto veramente. Così è, quindi, lo comunico anche agli altri mentre ci mangiamo una scodella di porridge: “today I’ll start my solo journey to Istanbul”. Poi, quando siamo solo io e Pablo mi dice che forse scoprirò di essere un viaggiatore solitario. Ci dividiamo i soldi della cassa comune e le provviste, non mi rimane altro che capire che strada fare. Se rimango in Bulgaria strade alternative non esistono e quindi sarei costretto a pedalare col continuo pensiero di averli avanti o dietro. Potrei dargli un giorno di vantaggio, ma non avrei mai la sensazione di essere solo. L’altra opzione è tornare indietro fino a Gotse Delchev e da lì tornare in Grecia e attraversare la pianura verso Est fino a Costantinopoli. Non so veramente cosa fare. Con molto rispetto mi affido alla sorte e lancio la moneta: testa rimango in Bulgaria, croce Grecia. Tiro la moneta e, senza guardare l’esito, la posiziono così com’è caduta tra due sassi e inizio a smontare il campo. Sapere che, se mi voglio affidare alla sorte Lei ha già scelto per me, mi dà la forza di capire meglio cosa voglio fare: se voglio allontanarmi dai ragazzi per capire quali sono i miei ritmi e le mie esigenze liberi dalla loro influenza, allora la scelta da prendere è di andare verso la Grecia. Ci salutiamo con un brindisi di buona fortuna e poi scompaiono dietro la collina. Mi regalo 5 minuti di contemplazione del momento. La moneta è rimasta lì tra i due sassi. Vado in Grecia. Faccio amicizia con un cagnolino che mi rincorrerà per un paio di km prima di scomparire. Penso a come sarebbe avere la compagnia di un cane, silenzioso, fedele, completamente immerso nel presente. 
 
DI NUOVO VERSO LA GRECIA IN SOLITARIA
 
Inizio il mio viaggio in solitaria e passata la frontiera vengo invaso da un senso di libertà assoluta che mi fa gridare fino a farmi male alla gola.
C’è un tratto di salita sotto il sole cocente del primo pomeriggio e non c’è un filo d’ombra. Mi fermo a mangiare una banana perché non ho più energie. Ho già fatto più di 60 km. Grazie a dio il tratto dopo sono 15 km di discesa giù dalle montagne fino alla pianura dove si trova Drama. Lì pranzo nel parco e poi mi collego in internet per capire dove andare visto che sono senza mappa. Parlando con George, il proprietario dell’internet-point, amante del Rainbow e dell’isola di Samothraki, mi dice che l’unica strada da fare per evitare le alte montagne è sulla costa, quindi da Drama devo arrivare a Kavala e poi in fondo fino a Alexandroupoli e Turchia. Non ci avevo pensato di finire nuovamente sulla costa. Se questo è il volere dell’universo, così sia. Pedalo altri 40 km fino a Kavala, in questa grande strada trafficata ma, almeno, piana. Cerco da dormire prima di Kavala ma non trovo niente. Subito prima di entrare in città, sono sulla cima di una collina che domina la città e trovo uno spiazzo nascosto in mezzo ad un boschetto. Mi punge una vespa.

Mentre inizio a montare, una coppia di anziani che avevo intravisto poco prima raccogliere in pace chissà che cosa, si fermano e gli chiedo se va bene accamparsi qui. Sono molto gentili e mi dicono che non ci sono problemi e se ne vanno. Due minuti dopo eccoli che ritornano e mi invitano a dormire a casa loro. Si chiamano Yanis e Evangelitsa, vivono lì da 35 anni e sono due persone di cuore. Hanno tre figli, uno grande che ha fatto un master in informatica in California, una intermedia laureata in filosofia e uno piccolo di 21 anni che sta studiando per diventare insegnate di asilo ed è l’unico che ancora vive con i suoi e che io conoscerò non appena torna a casa. I genitori mi viziano: mi “obbligano” a fare la doccia e mi danno persino pantofole e due asciugamani puliti. Poi  aperitivo con la famelica Redzina, una specie di vino bianco in bottiglioni di plastica,  e per cena mi ordinano due Kebap di pollo e loro cucinano insalata greca con la Feta che, mi dicono, costa 6€/kg. Hanno un orto super produttivo, coltivano meloni, angurie, zucchine e piante aromatiche di ogni tipo oltre che ai soliti pomodori, cetrioli e paprika! Dell’orto si cura Yanis mentre Evangelitsa la chiamano “strega” perché prepara un’infinità di infusi e distillati con le erbe. A fine cena infatti inizia a mostrarmi i suoi fantastici intrugli: mi regala una boccetta d’olio di un’erba particolare che la nonna le aveva insegnato a fare e che loro usano come medicina naturale per qualsiasi
cosa. Beviamo qualche distillato e un succo che arriva dall’ultima bottiglia della loro scorta annuale. Verso mezzanotte arriva Panos, il figlio. E’ alto 2 metri ed è un’anima buona. E’ al settimo cielo di avermi in casa sua e mi ringrazia di aver portato vita. Rimango senza parole.
 
Sveglia con colazione ancora più abbondante della cena, facciamo un frullato di pesche che è un successo, rimango con loro fino a tarda mattinata e, anche se mi chiedono di rimanere un’altra notte, verso le 11 li saluto tutti caldamente e mi metto sulla strada. Panos mi accompagna fino alla fine della stradina romana. Sono carico come un mulo perché Evangelitsa mi ha riempito di pane, pomodori, cetrioli e peperoncini. Uscendo da Kavala trovo un cartello che indica 460 km a Costantinoupoli. Giornata tranquilla, mi metto a dormire in un campo di ulivi, penso di trovarmi a Nord della laguna di Limni Vistonida invece sono a Lagos!
Monto la tenda all’ombra di una pineta a 50 m dal mare. Molto lagunoso. Prima notte da solo.
 
Mi sveglio presto perché voglio macinare km. La giornata passa tranquilla senza imprevisti: pedalo molto, mi fermo a mangiare in un boschetto a lato della strada, decido di entrare in autostrada, è permesso alle bici e, dato che è domenica, c’è poco traffico. Arrivo contento ad Alexandroupoli prima del previsto e vado diretto al porto. Il mio obbiettivo è quello di scambiare un po’ di visibilità farmi dare i biglietti del traghetto per di Samothraki gratis in cambio di visibilità sul blog. Parlo con una ragazza alla cassa che nonostante dimostri un certo interesse, mi fa tornare il giorno dopo per darmi la conferma. Vado a cercare un posto dove dormire sulla spiaggia a Ovest fuori dal centro e conosco George. Un greco in pensione che ha lavorato come meccanico per case automobilistiche in Germania. Parla solo greco ma ormai forse meglio il tedesco. Le due cose che odia sola la politica e la religione. E’ in vacanza da solo con il camper, l’unico parcheggiato nelle vicinanze. Colleziona macchine e la famiglia è rimasta in Germania.Notte sotto il cielo stellato.
 
UNA RICETTA PER STASERA...INSALATA GRECA PER TUTTI!
 
Ingredienti per 2 ciotole di insalata greca:
· 8 pomodori San Marzano
· 1 peperone verde
· 2 cetrioli
· 1/2 cipolla rossa o bianca dolce
· qualche oliva nera col nocciolo
· 2 panetti feta (tipico formaggio greco)
· origano
· olio e.v.o.
Tagliate a pezzi grossi tutte le verdure e mescolatele all’interno di una ciotola. Adagiatevi sopra la feta e spolveratela con origano. Irrorate con un filo d’olio e aggiungete qualche oliva. Riponete l’insalata greca in frigo per un po’ di modo che le verdure si insaporiscano l’una dell’altra. Non serve aggiungere sale perchè la feta è già molto saporita, eventualmente il sale va aggiunto solo al momento di mangiare.
 
APPUNTI DA SAMOTHRAKI
 
Dopo giorni di intense pedalate, il corpo e la mente stanchi, raggiungo quella parte di costa dalla quale, all’orizzonte, posso per la prima volta scorgere la mia prossima meta: la tanto attesa e misteriosa isola di Samotracia.
 
La mattina, ancora sulla terra ferma, mi bevo un caffè con George, faccio una rapida spesa al market per evitare di spendere poi i milioni sull’isola e, eccitato, mi dirigo verso il porto di Alexandroupoli. Con tutte le buone speranze spero di ricevere notizie positive dalla Soas Ferries. Faccio la coda e quando arriva il mio turno, l’impiegata, che il giorno prima si era mostrata interessata al mio progetto e disponibile a considerare la mia richiesta, ora mi liquida rapidamente con un NO. Pazienza, il biglietto lo compro lo stesso spendendo 30 Euro per andata e ritorno. Tra qualche giorno mi renderò conto che sono stati soldi ben spesi.
 
La parola Samothraki era già giunta alle mie orecchie in varie occasioni, nelle quali solo parole entusiaste erano state spese per questo piccolo angolo di mondo. Fino ad oggi, però, Samothraki non era stata altro che una parola alla deriva, nell’oceano di informazioni che inondano la mia mente. Per un qualche inspiegabile motivo però, una serie di scelte incalcolate hanno voluto che oggi io mi trovi qui, al porto, ad attendere la nave diretta a Kamariotissa, cittadina portuale e unico punto di collegamento dell’isola con la costa greca. Con grande emozione quindi guardo ora definirsi i contorni di questo colosso silenzioso in mezzo al mare che, piano, piano si avvicina
e che, oggi, ha deciso di incontrarmi.
 
Arrivati al porto, lo sbarco di centinaia di persone crea un polverone di rumore e frenesia dal quale mi voglio subito allontanare. Riesco a procurarmi una cartina gratuita al centro di informazioni turistica e, dopo aver ricevuto un fugace consiglio, sto già pedalando verso un paesino chiamato Therma. Da quello che ho capito, la presenza degli unici due campeggi dell’isola attrae la maggior parte dei giovani, rendendo Therma il più grande punto di ritrovo di Samothraki. A me basta sapere che si trova a 20 km dal porto e, poche pedalate dopo, sono immerso in un paesaggio idilliaco: il silenzio ha sostituito il rumore, alberi secolari il cemento e acque cristalline le inquinate acque del porto. Fa caldo, ma la strada è coperta dall’ombra di questi giganteschi alberi. Alberi. Non posso far altro che continuare a guardare e rimanere abbagliato da questi possenti tronchi contorti che sembrano custodire tutti i segreti di questa misteriosa isola e che ora mi proteggono dalla torrida giornata che non da scampo a chi si trova al di là delle loro fitte fronde.
 
Samothraki, oltre ad essere famosa per il ritrovamento della stupenda Nike di Samotracia, uno dei capolavori più ammirati al Louvre di Parigi, è considerata essere una delle isole più aspre e dure della Grecia a causa del suo monte Saos che, con i suoi 1600 metri di altezza, si erge prorompente nel centro dell’isola. La presenza di questa gigante montagna influenza molto l’identità di Samothraki che è caratterizzata da due microclimi completamente diversi tra loro: a Nord, soffiano i venti freddi delle montagne bulgare e, d’inverno, l’isola si riempie di neve e le temperature si abbassano, mentre la parte a Sud, è esposta alle correnti calde nord africane che rendono il paesaggio brullo, secco e, soprattutto senza alberi. Ma la vera particolarità di questo piccolo paradiso, la caratteristica che più attrae i pochi conoscitori dell’isola, è l’acqua. Il monte Saos infatti la raccoglie e conserva sotto forma di neve durante l’inverno, mentre, durante i mesi più caldi, la libera facendola scorrere a valle, riempiendo così i suoi versanti di infiniti rigagnoli, torrenti e fiumiciattoli che, a loro volta, creano meravigliose cascate e piscine naturali.
 
Samothraki, inoltre, è un’isola viva e mutevole. La si può visitare d’inverno imbiancata di neve, anche a bassa quota nella parte settentrionale, oppure in primavera invasa dall’acqua, sotto forma di fiumi in piena che invadono l’unica strada perimetrale dell’isola rendendola inagibile, oppure d’estate, godendo delle sue acque marine cristalline e del bizzarro turismo affezionato che le viene a far visita. Ma la cosa che più sbalordisce è la maniera con la quale gli impetuosi flussi d’acqua riescono a cambiare il paesaggio dell’isola, le sue cascate e le sue piscine d’acqua dolce: spostando un grande masso di quà, facendone franare uno a valle più in là, creano ostacoli o liberano passaggi che ogni anno ti obbligano ritrovare un’isola completamente nuova. E, come se tutto questo non bastasse, non bisogna dimenticare le sue sorgenti di acqua calda termale, che si possono trovare dappertutto e che, a Therma, il comune ha voluto rendere più accessibile alla gente, creando sia un piccolo e modesto centro termale a pagamento, sia alcune vasche gratuite all’aperto, una delle quali si trova sulla cima di una collina e gode di una vista meravigliosa sulla costa.

Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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