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Ottobre 2013 - Verso il Mar Morto

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 02-04-2014
  • Destinazione Grecia, Turchia
  • Avventura in: Bici
SCOPRIAMO SALMOTHRAKI
 
Mi trovo a Samothraki da poche ore ma già ne percepisco la forte, intensa, energia. Una buona parte deriverà sicuramente dalla presenza della natura, che qui è padrona, ma la sensazione è che ci dev’essere dell’altro… Ben presto alcuni veterani dell’isola mi daranno la loro interpretazione.
 
Arrivo a Therma ma non ho intenzione di fermarmi nei campeggi organizzati per cui mi spingo un po’ più in là sperando di trovare un posto all’altezza delle mie rischiosamente alte aspettative: mi trovo in un paradiso terrestre e ci rimarrò per qualche giorno, vorrei trovare un posto completamente immerso nella natura, che mi dia la sensazione di essere a miglia e miglia di distanza dalla civiltà. Voglio essere selvaggio, un uomo delle caverne, come ad alcuni dei miei amici piace definirmi.
 
L’incontro ravvicinato con un grosso esemplare di scrofa mi indica che sono vicino, e in lontananza scorgo un piccolo ambiente organizzato. Mi avvicino e rimango affascinato dall’ordine e dall’essenzialità di questo piccolo ma accogliente salottino: c’è uno scaffale incastrato tra due tronchi d’albero sopra al quale sono appoggiati paralleli un rasoio e una saponetta. Ad altezza occhi mi fa riflesso un piccolo specchietto appeso ad un ramo. Una corda tesa permette al panno, ben fissato con due mollette agli estremi, di asciugare al lieve venticello che soffia dal mare. C’è una tanica d’acqua a mezz’aria agganciata ad una piccola carrucola e un piccolo tavolino è stato ricavato da qualche asse di legno di scarto. Sopra vi è stato appoggiato un cartone delle stesse dimensioni che funge da tovaglia. Ci sono due macchie scure. Nel piccolo spiazzo in piano a lato del tavolino è montata una tenda con un pezzo di cartone che sostituisce lo zerbino. Sicuramente tutto questo è opera di un collega cavernicolo mi dico.
 
Ad un certo punto sento arrivare una macchina dalla stretta stradina sterrata che, 500 metri più in là, si collega con l’unica strada cementata dell’isola. È una Mercedes familiare targata Roma e si parcheggia proprio di fianco a me. Scende un signore alto e snello sulla sessantina che subito mi chiede se ho bisogno di aiuto, in inglese. Gli rispondo in italiano, lui si sorprende e sorride e rompiamo subito il ghiaccio. Si chiama Vincenzo e a Samothraki la prima volta ci è venuto 15 anni fa. Mi racconta che su quest’isola ci torna spesso perché è uno dei pochi posti che lui conosce della Grecia che in 15 anni non è mai cambiato. E’ lui il proprietario della tenda e mi racconta che è una vita che fa campeggio libero e, indicando la sua postazione, mi dice che quella è la sua suite al Grand Hotel. E ha ragione.
 
Scelgo di mettere la tenda in un piccolo spiazzo all’ombra di uno di questi giganteschi platani. I suoi rami sono così accoglienti che per un istante penso alla possibilità di dormirci sopra. Vincenzo mi lascia sistemare il campo e mi invita per un caffè espresso 100% arabica preparato con la moka che, nonostante io non sia un gran bevitore di caffè, dopo tutti questi mesi di astinenza mi fa una gran gola. La pratica del caffè diventerà infatti nei prossimi giorni un rito sacro che praticheremo almeno due volte al dì. Vado a battezzarmi nelle calme e cristalline acque di Samothraki che, durante millenni, hanno levigato i ciottoli delle sue spiagge rendendoli tondi e lisci, ideali per massaggiarti i piedi senza ferirli. Mi guardo a destra, a sinistra, non c’è anima viva. Sono solo in questi 2 km di costa. Ispirato dai ricordi del Rainbow, mi desnudo, scoprendo una nuova sensazione di libertà assai piacevole.
 
Torno da Vincenzo per il caffè e rimaniamo il pomeriggio intero accomodati sulle nostre sedie a chiacchierare. Intorno a noi regna la pace, qualche capretta sparsa e una famiglia di maiali selvatici intenti a scavare con il proprio naso nel terreno fertile e ormai già completamente smosso alla ricerca di, suppongo, qualche radice. E’ più lui quello che parla. Mi racconta di aver studiato lettere e filosofia e di aver sempre voluto fare il professore ma che ha finito per lavorare in banca perché così gli è andata la vita. Adora la storia, in particolare quella greca, conosce benissimo il paese e se la cava con la lingua. Per hobby scrive romanzi di fantascienza e nei giorni trascorsi assieme spesso mi leggerà qualche capitolo della sua opera in costruzione.
 
La sera andiamo a cena a Therma e, prima di accomodarci a tavola, ci mettiamo
a bollire per qualche minuto nella piscina di acqua termale che sgorga a 60 gradi. E’ l’ora del tramonto e vediamo la palla infuocata del sole scomparire sul mare nel limpido orizzonte. Sono così rilassato che potrei addormentarmi, ma la vita notturna di Therma, animata principalmente da giovani squattrinati, molti dei quali reduci dal Rainbow greco, seduti a terra e intenti a suonare strumenti e a raccontarsi strampalate storie di vita, mi attrae magneticamente. Mentre un ragazzo suona Jimi Hendrix con i denti sulle corde della chitarra, conosco Angie, austriaca. Lei è 25 anni che viene su quest’isola, e mi rivela che Samothraki è un posto magico, circondato da una potente energia che non sempre tutti sono in grado di gestire. Secondo lei l’isola si rende accessibile solo a chi riesce a sintonizzarsi con le sue energie. E’ per questo motivo che, dice, ogni anno si verificano gravi incidenti con persone che scivolano dalle scarpate, cadono dagli alberi o vengono punti da strani insetti.
 
Angie mi consiglia di andare a visitare il giorno dopo le piscine naturali di Phonias, e di risalire il torrente il più possibile per trovarmi completamente solo, immerso nella natura e con una vista su tutta la parte nord dell’isola. Si raccomanda di stare attento a dove metto i piedi ma, scoprendo che sono della vergine, si tranquillizza subito dicendomi “Tu sei uno che sa quello che fa”. Sarà cosi, ma l’indomani inizio la mia scalata con un po’ di inquietudine. Sarò in grado di sintonizzarmi con Samothraki? Dopo circa 3 ore di camminata e arrampicata arrivo in un punto veramente isolato. L’ultima persona che ho incrociato risale a circa 2 ore e mezzo fà. C’è una piccola cascata che alimenta due grandi piscine una sotto all’altra. Sono circondato da alberi secolari che affondano le loro radici dentro a queste piscine. E’ pieno di farfalle blu elettriche e piccole ranocchie immobili attente ai miei movimenti. Trovo un po’ di sabbia in un piccolo angolino all’ombra di un albero. Mi sdraio e, in quiete, divento un tutt’uno con la natura.
 
FINALMENTE TURCHIA!
 
Pedalo tutto il giorno come un pazzo. La strada è sempre uguale, un’arteria affollata che punta all’orizzonte, ed è solo grazie a quei cartelli blu che mi rendo conto di muovermi nello spazio. Indicano i km che mancano a Istanbul.
 
Sò, per sentito dire, che entrare in questa città è un incubo ma, per capirlo ho bisogno di sperimentarlo sulla mia pelle. E ormai manca poco. Sorpasso l’ultima città, più grande delle precedenti ma un decimo di Istanbul e capisco di trovarmi nella periferia dell’inferno. Per un ciclista ovviamente. Prendo contatti con Mete, un amico di Istanbul che ho conosciuto all’università in India e col quale ho condiviso esperienze indimenticabili. Lo avviso che in giornata, se sopravvivo, sarò da lui.
 
Pedalo ancora molti km, ma è già da un po’ che mancano i cartelli blu a segnalarmi la mia posizione. L’ultimo indicava 30 km a Istanbul. Il paesaggio cambia ed inizio ad essere inghiottito da quella che sembra essere la periferia di una metropoli di 20 milioni di abitanti. Le innumerevoli stazioni di servizio che si susseguono sembrano le entrate di alberghi di lusso e i loro dipendenti in divisa, almeno 2 per ogni pompa, meccanici di Formula 1 ai Pit Stop. La strada inizia a sembrare più un fiume, un flusso in continuo movimento, le carreggiate si sdoppiano e riducono con un ritmo tale che troppo spesso mi trovo nel centro della strada senza avere vie d’uscita. Dallo specchietto guardo le auto avvicinarsi ad una velocità folle, in Italia mi sarei buttato sul lato opposto sperando di schivarle, ma qui non è così, a 10 cm dall’impatto ti suonano una clacsonata correttiva e ti concedono la grazia. E’ veramente il delirio, non ti puoi concedere un istante di deconcentrazione: le mani devono essere forti sul manubrio e la bici solida e stabile. I muscoli degli occhi pronti a mettere a fuoco l’immagine riflessa dello specchietto retrovisore perché non ti puoi permettere di levare lo sguardo da davanti per più di mezzo secondo, ma, allo stesso tempo, devi sapere quello che ti sta succedendo alle spalle. Lo spazio dentro cui il ciclista, personaggio più unico che raro da queste parti, deve combattere, è di mezzo metro, tra la linea di fine carreggiata e il guard rail, che sembra una lama affilata messa lì apposta per affettarti le gambe alla prima distrazione. Ogni tanto compaiono buche o pericolosi affossamenti che rischiano di farti perdere l’equilibrio precario.
Queste strade appartengono ai veicoli motorizzati. La presenza di biciclette non è contemplata e me ne accorgo da come mi guardano gli automobilisti: è simile allo sguardo di un turista a bordo di un riskha per le strade indiane, la prima volta che supera un elefante, un cammello, o l’esercito delle 12 scimmie.
 
Questo, per un ciclista, è realmente l’inferno.
 
Quando ormai credo di essere vicino alla meta, ma ancora non vedo comparire un bivio per il centro città, mi butto sulla destra verso una scintillante stazione di servizio. Chiedo informazioni. So che la mia destinazione finale è Taksim square, dove abita Mete, e non posso credere a quello che sento: sia il primo, che il secondo, che il terzo mi dicono che mancano ancora 50 km! Faccio un respiro profondo e mi rituffo nell’inferno…
 
Ho solo Taksim in mente. Il mio corpo è un fascio di nervi e muscoli in tensione impegnati a mantenere l’equilibrio e la concentrazione. Continuo così per altre 2 interminabili ore fino a quando, come il primo raggio di sole dopo la tempesta, compare il tanto atteso cartello a sfondo blu e scritta bianca: Taksim a destra. Mi rimangono poche molecole di energia e, se le mie gambe continuano a spingere, è solo grazie alla determinazione di voler uscire da questa strada fabbricata dal demonio in persona.
 
Gli ultimi 100 metri prima della piazza sono in salita e finisco la benzina. Le gambe tremolanti mi obbligano a fermarmi. Mi divoro due banane, sono stanco e nervoso, ma appena entro nella piazza mi passa tutto. Mi mangio un kebap. Mando un sms a Mete per comunicargli che sono sano e salvo e lo aspetto all’entrata del Gezi Park. E’ stata un’esperienza mistica.
 
IN TURCHIA CON ROGER WATERS
 
Stasera suona Roger Waters nel suo “The Wall – World Tour” e io mi domando, dopo averlo visto l’anno scorso a Milano, se non si sia ancora stufato di ballare quelle inutili coreografie all’età di 75 anni e, soprattutto se sia necessario far pagare fior di quattrini per assistere a questo spettacolo che a parer mio si può anche evitare. Aspetto Mete all’entrata del parco teatro delle proteste fino a pochi giorni prima. Taksim è pronta ad accogliere i festeggiamenti della fine del Ramazan, e la polizia ha occupato una buona fetta di piazza riempiendola di veicoli anti-sommossa e ragazzini in divisa, che ancora devono imparare a usare il rasoio ma già imbracciano pesanti armi automatiche. Del resto il capo del governo Erdogan ha voluto essere chiaro quando, per dimostrare il pugno duro con cui si accingeva a sedare le rivolte, annunciò che per ogni 20 protestanti lui avrebbe inviato 20 mila dei propri uomini se necessario.
 
Ecco Mete che spunta in mezzo alla folla col suo sorriso. Non ci vediamo dall’India, che risale a 6 anni fà. Sono felice di vederlo e di dedicare un po’ di tempo a quest’amicizia che all’epoca era molto forte. Andiamo a casa sua che si trova a 500 metri dalla piazza, di fianco al consolato tedesco. Lui ha continuato la strada dell’economista e ora si può permettere un attico all’ultimo piano di un palazzo che si affaccia su Bosforo. Dal suo grande balcone si ha l’impressione di potersi tuffare nel simbolico fiume che separa il continente europeo da quello asiatico. Davanti a me si aprono le porte di un nuovo continente che non vedo l’ora di varcare in sella alla mia bicicletta.
 
LE PROTESTE DI TAKSIM
 
A Istanbul sono ospite a casa di due coetanei, Mete e Tuncay, che mi raccontano, assieme al loro amico Ataman, come loro hanno vissuto il mese di proteste che ha scioccato il mondo intero.
 
Se mi fossi trovato a casa, con un pc, una connessione a internet e la Tivù, avrei seguito la vicenda turca dal divano. L’epoca dell’accesso facile all’infomazione te lo permette. Trovandomi però in sella a una bicicletta, senza computer, senza televisione, senza giornali, i momenti in cui mi posso permettere un aggiornamento sui fatti del mondo sono veramente sporadici. Per questo, il giorno della mia partenza, che corrispondeva più o meno all’inizio delle proteste, sono partito registrando la seguente informazione: a Istanbul un gruppo di ambientalisti sta lottando duramente per evitare l’abbattimento di alcuni alberi. Finito. Le cose cambiavano giorno per giorno, evolvevano, ma io ero rimasto a quella sola notizia iniziale. L’unico aggiornamento che mi veniva concesso proveniva dalla gente per strada, che, al sentirsi dire che ero diretto a Istanbul, rispondeva “Protest! Protest!” aggiunto
a “Police! Police!”. Così capivo che gli scontri erano ancora in atto.
 
Il giorno che, appena arrivato a Istanbul, mi siederò all’ombra di un albero all’entrata del Gezi Park aspettando il mio amico Mete, sarò ignaro di trovarmi nel luogo esatto dove la ragazza vestita di rosso ricevette una spruzzata di spray lacrimogeno, diventando l’icona delle proteste di Taksim.
 
Con Mete ci siamo conosciuti una mattina, nella segreteria dell’Università indiana dove entrambi ci trovavamo per registrarci come studenti per il semestre, e da quel momento abbiamo trascorso moltissimo tempo assieme. Lui è originario della parte asiatica di Istanbul, figlio di un professore universitario, ha completato i suoi studi con un master in Business Administration e ora lavora nel marketing della principale società di telefonia turca che lo fa volare all’estero almeno due volte al mese. Non crede in Allah tanto quanto io non credo in Cristo, fuma come un turco ma beve whiskhey come uno scozzese, legge Dostovjiesky e ascolta i Time Impala.
 
Tuncay condivide l’appartamento con Mete con il quale è amico da più di 10 anni. Lui è originario di un piccolo paesino vicino ad Antalya, nel sud ovest del paese, dove la cultura e le tradizioni turche sono ancora molto presenti e raramente un giovane ha l’opportunità di arricchirsi di esperienze internazionali. Lui l’opportunità l’ha avuta e l’ha saputa sfruttare: ha studiato a New York prendendo un PhD in scienze informatiche e ora lavora in proprio come consulente informatico, da casa, molto spesso in mutande, per grosse multinazionali. Ha una passione per le lingue e sta imparando il francese da solo con un rigido programma autoredatto. Non fuma, beve raramente, non ha religione, nuota, va allo stadio e, al momento, sta sperimentando una dieta solo a base di liquidi.
 
Ataman è un collega di lavoro di Mete, ma soprattutto un amico. Anche lui ha studiato business e poi ha lavorato in consulenza strategica prima di ricevere un’offerta dalla stessa azienda di telefonia che, in Turchia, è stata classificata come la prima azienda per la qualità dell’ambiente lavorativo. Con Ataman abbiamo fatto lunghe ed appassionate conversazioni cosmiche interrogandoci su quale sia il vero senso della vita e anche lui, come me, è alla ricerca di quel pizzico di motivazione in più per avviare la grande rivoluzione interiore. Il seme è stato piantato, ora bisogna solo nutrirlo per farlo germogliare.
 
Sono tutti e tre cittadini del mondo e tutti e tre hanno partecipato attivamente, e per attivamente intendo dire schivando lacrimogeni e idranti, a tutto il mese di proteste. Siamo sul balcone guardando il Bosforo illuminato dalle luci delle colossali navi container che lo attraversano, sorseggiando whiskhey, e iniziano a raccontarmi con passione la loro esperienza.
 
Prima di tutto non amano che le loro azioni di protesta vengano rinchiuse nella definizione di “primavera turca”. Secondo loro nei paesi della “primavera araba” la gente ha combattuto contro regimi totalitari a favore di una democrazia che fino a quel momento non era mai esistita. La Turchia è già un paese democratico. La causa di queste proteste invece, è dovuta alle scelte di un primo ministro, Recep Erdogan, che sempre troppo spesso manifesta le sue ambizioni islamiche per il paese, pur negando di voler indurre il suo popolo all’osservanza religiosa. Alcuni esempi sono le nuove leggi contro l’aborto, consiglia alle donne di avere almeno tre figli, e contro il consumo di alcolici, fa bene alla salute e non c’entra niente la religione, dice il leader politico.
 
Le giovani generazioni vogliono vivere in una Turchia libera e si sentono minacciate da un governo che promuove il velo piuttosto che la moda europea. Sarà probabilmente dovuto alla sua posizione geografica, ma in questo paese il braccio di ferro tra Oriente ed Occidente è incredibile. La tradizione islamica sta combattendo una durissima battaglia contro una modernità che, supportata dai potenti mezzi d’informazione virale a sua disposizione, sembra avanzare senza particolari difficoltà, guadagnando sempre più consensi. Ed è per questo motivo che se le proteste sono iniziate per difendere un parco, in pochi giorni sono diventate proteste per difendere la libertà.
 
Le cose sconvolgenti sono state due: la brutale violenza utilizzata dalla polizia turca contro i protestanti, denunciata da Stati Uniti, Unione Europea, oltre che da varie ONG a difesa dei diritti umani, e la totale assenza
di copertura da parte dei media turchi i quali, intimiditi dal governo, preferivano mandare in onda documentari sui pinguini mentre le fiamme invadevano le strade di Istanbul.
 
I ragazzi mi raccontano che dall’ufficio ascoltavano la BBC o la CNN per avere aggiornamenti su ciò che stava accadendo fuori dalla loro finestra, perché nè giornali nè televisione turchi si azzardavano a spendere una parola sugli incidenti, e addirittura una mattina hanno visto il portone di casa loro, che si trova a 100 metri da Taksim Square, sulla prima pagina del New York Times. Il governo aveva persino arruolato un esercito di spazzini che, facendo da ombra agli squadroni antisommossa, erano obbligati a ripulire le scene degli scontri il più rapidamente possibile per evitare di regalare ai fotografi panorami da guerra civile.
 
Numerosi video amatoriali sono comunque riusciti a rompere il muro del silenzio mediatico, e mostrano, per esempio, la polizia usare i fucili lacrimogeni come armi, sparando direttamente sul corpo delle persone, molto spesso puntando alla testa, e causando centinaia di feriti anche molto gravi. Tuncay mi mostra il video di una giovane ragazza che, colpita in testa da un lacrimogeno, cade a terra con le convulsioni e i soccorritori che corrono ad assisterla vengono malmenati da alcuni giovani polizziotti. La ragazza rimarrà in coma per due settimane, mi racconta Mete mentre gioca con una cartuccia di un lacrimogeno che ha raccolto per strada e che ora si conserva sulla scrivania: un cilindro di alluminio di 15 cm e un diametro di 4 con lo stampo della ditta di produzione. Americana.
 
Oppure mi racconta alcuni dei numerosi episodi dove la polizia a bordo dei TOMA, veicoli antisommossa muniti di potenti idranti e simili a carroarmati, azionava quei getti distruttivi direttamente in faccia a protestanti soli e in atteggiamenti pacifici e quindi assolutamente irrilevanti per un mezzo il cui compito è quello di sedare le masse.
 
Pensate che la gente, che prendeva parte alle proteste fuori dagli orari d’ufficio, prima di uscire di casa o dal lavoro, si scriveva a penna sull’avambraccio il proprio gruppo sanguigno per facilitare i medici nel caso ci fosse stato bisogno urgente di una trasfusione. E ancora, le persone che venivano catturate ed arrestate, prima di salire sulla volante per essere portate via, urlavano ripetutamente nome e cognome cosi da permettere a chi li ascoltasse di riportare i loro dettagli sui vari forum creati appositamente per evitare il fenomeno dei “desaparecidos”.
 
Tutta questa violenza gratuita e, soprattutto, il fatto che non fosse documentata, ha stimolato la creatività dei protestanti i quali, capendo l’importanza di denunciare gli incidenti al mondo intero, hanno dato vita alle più stravaganti icone: a partire dalla woman in red, la giovane ragazza in un vestito estivo di cotone rosso, immortalata in una foto diventata virale sul web, mentre riceve una spruzzata di lacrimogeno in piena faccia che, oltre a scompigliarle la capigliatura, segna l’inizio degli scontri al Gezi Park, oppure la woman in black, una studentessa scambio australiana che, per dimostrare il pugno duro utilizzato dalla polizia, si blocca davanti al muso di un TOMA e, alzando le braccia al cielo, si fa sparare addosso il getto dell’idrante. Poi c’è Talcid-man, un eroe mascherato che va in giro a spruzzare un liquido a base di acqua e Talcid, un equivalente del nostro Alka Seltzer, per alleviare le brucianti irritazioni causate dai lacrimogeni, un prezioso consiglio arrivato dalla Grecia. Infine i più famoso Standing man, l’artista Erdem Gunduz che è rimasto in piedi ed in silenzio per otto ore di fronte al gigantesco ritratto di Ataturk, fondatore liberale della repubblica Turca nel 1923, a Taksim square mentre, piano piano, centinaia di persone lo imitavano in tutto il paese, molte delle quali venivano conseguentemente arrestate. In giro per il web si trovano molti video e caricature di queste persone diventate simboli delle proteste turche.
 
ULTIMO GIORNO A ISTANBUL, DIREZIONE MAR NERO
 
Domando ai ragazzi che cambiamenti pensano abbiano portato oggi gli scontri a cui hanno preso parte. Mi rispondono che il governo, coerente con la sua decisione di voler camuffare l’impronta religiosa delle proprie azioni, fa le orecchie da mercante e, fingendo di credere che i motivi delle proteste siano ancora legati alla voglia di mantenere il parco di Gezi, ha concesso alla sua popolazione un piccolo contentino, simbolo della propria cecità: la pedonalizzazione di una una piccola parte attigua al parco, precedentemente destinata al traffico, e qualche fiorellino in più. I piani per la
costruzione del centro commerciale all’interno del parco però non sono ancora stati cancellati. Se in parte questo può sembrare un fallimento, mi dicono però che questo mese di proteste ha risvegliato l’anima delle persone: la gente gridando, si è resa conto di avere la voce e ora vuole parlare, vuole prendere parte attiva nelle decisioni che la coinvolgono. Per questo le riunioni dei protestanti che avvenivano quotidianamente nei parchi di ogni quartiere durante il mese degli scontri, continuano ad avere luogo anche oggi dove, invece di contare le persone arrestate o curare gli ematomi dei lacrimogeni, la gente discute su come costruirsi un futuro migliore partendo da iniziative semplici ma efficaci, prima delle quali è il dialogo.
 
Tuncay ci ha portato al raduno del suo quartiere, Taksim, che, per la cronaca, generalmente si teneva proprio al Gezi Park ma oggi, a causa della presenza di un TOMA e un gruppo di poliziotti, è stato dirottato nel parco del quartiere di fianco e preventivamente comunicato sul forum. Ci sediamo in cerchio, siamo una trentina di persone. Il moderatore, mi dice Tuncay, è un vecchio comunista che in passato si è fatto conoscere per la sua spiccata indole sovversiva, si parla di dettagli, come evitare l’accesso ad intrusi nel forum, se sia il caso di organizzare un evento per accogliere un gruppo di protestanti che l’indomani sarebbero arrivati a piedi da Ankara, e poi veniamo presentati io e Pablo e mi viene chiesto cosa ne penso di Beppe Grillo. L’incontro dura circa un’ora e ci si da appuntamento per il lunedi successivo. Non si è concluso molto, ma almeno la gente è uscita dalle proprie case si è incontrata con i propri vicini e ha discusso su temi che riguardano il loro quartiere. Sicuramente molto meglio di una riunione di condominio.
 
Siamo ancora sul balcone dove fino a qualche settimana fà non si poteva stare perchè i gas lacrimogeni impestavano l’aria. Oggi si respira tranquillamente. Ascolto questi giovani ragazzi, miei coetanei, che con passione mi stanno parlando di come loro hanno preso parte alla storia del loro paese scrivendone un capitolo importante. Mi vengono in mente i nonni mentre, per l’ennesima volta, ma sempre con la stessa fierezza, raccontano di quando loro avevano combattuto contro… Oggi gli occhi di questi ragazzi irradiano luce e mi permettono di guardare le stesse emozioni, fresche, nel momento in cui nascono, e ne percepisco la potenza. Loro hanno fatto la storia. Loro hanno fatto la storia.
 
SUL MAR NERO IN BICI CON LOLLY
 
Sono a Istanbul quando il mio caro amico Lorenzo mi raggiunge dall’Italia per condividere, non si sa per quanto, una parte della nostra avventura.
 
Con Lorenzo detto Lolly o, meglio, Lolle, ci rincorrevamo in pannolino la prima estate della nostra vita nel villaggio sardo, che poi diventerà la nostra seconda casa. Ogni anno si aspettava con ansia l’arrivo di quel mese d’estate dove, combinandone di tutti i colori, esploravamo i nostri limiti e lo rendevamo un mese di fuoco, pregno di audaci esperienze. Insieme abbiamo preso confidenza con il mare, toccando la sabbia di fondali sempre più profondi, abbiamo fatto a botte, ci siamo presi le prime cotte, le prime sbronze, arrampicati su rocce sempre più alte e poi tuffati, guidato il primo motorino, la prima macchina, insomma siamo cresciuti come fratelli.
 
Lolle è anche un campione. E’ un uomo di montagna ed è nato con gli sci ai piedi. La sua professione ora è fare il maestro sulle piste, ma in passato ha gareggiato per la nazionale italiana ed inglese arrivando sempre sul podio. E’ appassionato di Poker e, per due anni di seguito, assieme al fratello Alex, un altro campione di Poker e Backgammon, hanno guadagnato il primo e secondo posto in un torneo, vincendo per due volte consecutive un viaggio all inclusive a Las Vegas. Ed è proprio a causa di questo viaggio che Lolle ci ha potuto raggiungere solo ora. Lo vado a prendere alla fermata degli autobus di Taksim dove si presenta con la sua Colnago da corsa ben impacchettata.
 
Ora, prima del suo arrivo avevamo avuto qualche sporadica consultazione su come organizzarsi per la partenza, ma oltre alla moka, un fiaschetto di Genepì e qualche cartone per impacchettare la bici, non ricordo di avergli consigliato nient’altro. Per cui quando, rimontando la sua bici a Taksim, ci rendiamo conto che monta gli stessi rapporti che usano i ciclisti al Giro d’Italia, ci guardiamo divertiti, consci di aver fatto l’ennesima delle tante cazzate che costellano il nostro rapporto. Vabbè, sicuramente a Lolle le gambe non gli mancano,
misureremo la magnitudine di questa grossolana svista strada facendo.
 
Partiti da Istanbul la prima tappa è la ridente cittadina di Amasra, sulle rive del Mar Nero. Qui, la prima delle tante sfortune che infesteranno il viaggio del mio caro amico Lolle si verifica a pochi metri dal centro città quando, a causa del peso eccessivo, il portapacchi cede rompendosi. Viaggiando in bici, questo è uno tra i danni peggiori che ti possano capitare, perché l’unica cosa che ti rimane da fare è caricarti, in qualche modo, le scomode borse sulle spalle e sperare di trovare un saldatore il prima possibile. Nella sfortuna però, anche se è domenica, pochi metri più avanti troviamo una buona anima che dispone di tutto il necessario per risolvere il nostro problema e, poche ore dopo, il portapacchi è di nuovo in piedi. O almeno così sembra…

Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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