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Novembre 2013 - arrivo in Georgia

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 02-04-2014
  • Destinazione Turchia, Georgia
  • Avventura in: Bici
SULLE COSTE DEL MAR NERO
 
Ci accampiamo sulla spiaggia assieme alla compagnia di una famiglia turca in vacanza. Siamo affamati e ci prepariamo una bella cenetta armeggiando come giocolieri le complicate fasi della cucina da campeggio. Il risotto è pronto e non rimane altro da fare che servirlo nei piatti, quando la signora, madre di famiglia, si sporge in equilibrio precario sulla pentola per annusarne l’aroma. Purtroppo la birra che ha appena consumato non l’aiuta nel movimento e cosi, la signora, madre di famiglia, cade immergendo il suo prosperoso petto nel succulento risotto che da mezz’ora osserviamo con l’acquolina alla bocca. Ora è sparso per terra e il seno della signora letteralmente in fiamme. Le saltiamo addosso in 4 cercando di spegnere il fuoco e ridendo con le lacrime agli occhi.
La stessa sera si presenta al nostro tavolo Sarkis, un signore di 50 anni, turco, anche lui in viaggio con la sua bicicletta. E’ di Istanbul e sta pedalando verso Bafra, dove abita il fratello. Noi stiamo andando nella stessa direzione e ci chiede se si può unire al gruppo.
 
Con piacere, gli diciamo. La mattina seguente ci svegliamo all’alba e troviamo Sarkis davanti alle tende, pronto per partire. Ha coperto la bici di scotch per proteggerla e l’ha battezzata “Mummy”, mummia. Siamo un po’ sconcertati. Sarkis non parla una parola di inglese, ma presto si rivela un ottimo meccanico, sempre sintonizzato sul rumore degli ingranaggi delle nostre bici, è in grado di scovare ogni minuscolo problema e risolverlo all’istante. Quando ti si avvicina e ti dice “problem”, allora sai che non devi far altro che fermarti e lasciargli fare. Prima che il nostro vocabolario si arricchisse, la parola “problem” era l’unico punto d’incontro tra noi e lui. Spesso quando cercavamo di parlare di qualcos’altro, dopo 10 minuti di gesti che non scaturivano in lui nessuna reazione, esausti, tagliavamo domandandogli “Problem?”, lui finalmente s’illuminava e rispondeva “No problem!” e tutto finiva con una risata disperata.
Ci avviamo alla scoperta del Mar Nero con l’aggiunta di questi due nuovi simpatici personaggi.
 
DISAVVENTURE SUL MAR NERO MA...
 
Il sogno di fare un lungo viaggio in bicicletta a me e Lolle ci è nato insieme, ascoltando i racconti del padre, David, inglese, che nella sua vita ha percorso più di 50 mila km sulle due ruote.
Un’estate, in Sardegna, abbiamo preso le bici e pedalato 80 km fino alla Valle della Luna, dove ci siamo accampati per qualche giorno nutrendoci coi pesci pescati col fucile: risotto allo scorfano, orate alla griglia, polpo e patate, ecc… Siamo rimasti così estasiati da quell’esperienza che il vero viaggio da tanto sognato sembrava imminente. Purtroppo però, i soliti dubbi ed i soliti impegni hanno sempre rimandato la partenza.
Quando finalmente io mi sono deciso a partire, il fatto che Lolle, prima o poi, si sarebbe unito era dato per scontato da entrambi. E infatti, liberatosi dai suoi impegni come, la stagione sciistica, il viaggio a Las Vegas, la surfata con gli amici a Biarritz, un saluto al padre a Londra, finalmente, Lolle è pronto a partire. Per mantenere la tranquillità in famiglia, alla fidanzata promette di fare ritorno entro un mese al massimo, alla madre giura di non mettere piede in Iran, mentre a me garantisce di accompagnarmi fino in India, creando così una situazione che io definirei “Lollesca”. Comunque, nonostante le varie versioni, tutti e due sappiamo che la cosa importante è partire. Il resto poi sarà stato il destino a deciderlo.
Potete immaginarvi quindi, come si dev’essere sentito quando, finalmente sulla strada, dopo solo 20 km di viaggio, la dura salita lo obbliga a scendere dalla bici e continuare a piedi. Il cambio è troppo duro. E non è questione di allenamento, perchè io stesso, che pedalo da 4 mesi, mi metto con tutto il peso sul suo pedale, ma la bici rimane ferma. Vabbè, ci diciamo, speriamo che questo sali e scendi duri solo per qualche chilometro, altrimenti potrebbe diventare un vero problema. Più avanziamo però, più ci rendiamo conto che la costa montagnosa è destinata a seguirci ancora per parecchio tempo. Lolle però è testardo e prima di gettare la spugna e scendere dalla bici, spinge fino allo svenimento, ed è ovvio che dopo qualche giorno in queste condizioni, pedalare smette di essere un piacere.
Le disavventure continuano senza pietà: il portapacchi cede come burro di nuovo e costringe Lolle ad andare alla ricerca di uno nuovo che, fortunatamente, trova subito; in due
giorni fora 3 volte stabilendo il record del viaggio: Pablo buca 6 volte in 15 mila km , Lolle 3 in 200 km; come se non bastasse… come se non bastasse, la mattina del mio compleanno, che avevamo pattuito di trascorrere arenati sulla spiaggia, Lolle fa capolino dalla sua amaca dicendo che si sente lo stomaco un po’ sotto sopra e pochi minuti dopo inizia il suo lungo pellegrinaggio al bagno, che terminerà solo 24 ore più tardi. A pezzi, si mette comunque in groppa alla sua Colnago col cambio da Giro d’Italia e ci segue barcollando mentre puntiamo alla spiaggia più vicina.
 
Fortunatamente la troviamo pochi chilometri più tardi. E’ bella, c’è la parte riservata agli uomini e, un po’ più nascosta, quella alle donne, è piena di sassolini di ogni forma e colore, con un baretto e qualche casetta abitata. Veniamo raggiunti da una violenta tempesta e corriamo al riparo sotto la veranda del bar. Un avvocato di Istanbul in vacanza ci invita a consumare litri di chai al suo tavolo. Dice di adorare Dubai. Il proprietario, impietosito, ci offre come alloggio il secondo piano ancora in costruzione del suo edificio dove però, per lo meno, c’è un tetto. Per raggiungerlo bisogna arrampicarsi su una scomoda scala di legno marcito. Al riparo dalla pioggia, respireremo cemento per le due notti successive. Dopo il tramonto si avvicinano un gruppo di giovani e ci invitano a cenare a casa loro. Finiamo nel retro di un magazzino a cucinare pesciolini sul fuoco acceso dentro un grande bidone arrugginito. Finita la cena ci invitano dentro casa ma forti dolori allo stomaco mi obbligano a raggiungere Lolle nel polveroso attico. Farò su e giù da quella maledetta scala almeno 15 volte durante la notte. Un compleanno memorabile.
 
Nei giorni successivi, dentro una casa abbandonata dove cerchiamo riparo dalla pioggia incessante, troviamo due ragazzi tedeschi che inseguono e filmano tempeste. Viaggiano su un furgoncino con un materasso matrimoniale sul retro e con loro, la stessa sera, faremo un viaggio infernale di qualche chilometro nel trattore di un quindicenne turco esaltato, alla ricerca di un po’ di birra.
 
Lolle ormai ha deciso, non può andare avanti così e preferisce tornare a casa, prepararsi una bici più adatta e raggiungerci, chissà dove, la prossima primavera. Magari in India, forse California, forse Cuba. Noi lo aspetteremo continuando a pedalare. Festeggiamo la sua partenza a Sinop dove, dopo esserci concessi uno strappo alla regola con una cena di pesce al ristorante, ci addormentiamo su un campo di fragole e iniziamo a sognare.
 
IN GEORGIA PER IL VISTO IRANIANO
 
Gli ultimi mille chilometri di Turchia li pedaliamo in fretta, la strada è autostrada, lunga, piana e piena di gallerie. Dopo pochi giorni arriviamo a Trabzon, posto strategico per ottenere il visto iraniano.
Ci facciamo belli per essere ricevuti dal console. Sembra una mattina prima di un esame. Partiamo dopo un chai e mezz’ora dopo siamo al campanello del consolato che ha appena aperto. Gli occhi del funzionario cadono prima sul mio orecchino, poi sulle ginocchia scoperte e, infine, sulla mia faccia. “Nationality?” è la domanda d’esordio. Controlla che nel passaporto non ci sia un timbro di Israele, paese che l’Iran non riconosce, infine ci concede di compilare il modulo. Dobbiamo elencare tutti i paesi visitati nella nostra vita, nome e lavoro del padre, poi ci viene dato il via libera per il pagamento: l’Argentina paga 45 $, l’Italia 75. Il visto sarà pronto alle 17. Torniamo, consegnamo la ricevuta di pagamento e riceviamo il passaporto abbellito dal brillante visto della Repubblica Islamica d’Iran.
 
Usciamo dalla città e troviamo una piccola capanna, nascosta tra le fronde a lato della strada, che si affaccia sulla costa rocciosa del Mar Nero. Di giorno è occupata dai pescatori ma ora è vuota e tutta per noi. Entriamo con le bici e sistemiamo i materassini sulle due lunghe panchine. Il mare è calmo, il lieve rumore delle onde che accarezzano le rocce si confonde con quello dei camion dietro di noi e una popolazione di ratti con la coda lunga e nera esplora i nuovi rifiuti della giornata appena passata. Domani entreremo in Georgia lasciandoci il Mar Nero alle spalle. Questo è il posto adeguato per congedarsi.
Da giorni stiamo fantasticando sulla Georgia, ma quello che ci troveremo davanti andrà oltre ogni aspettativa. A partire dalla frontiera: un edificio futuristico, un blob bianco alto 30 metri, si erge spavaldo quasi a sbeffeggiarsi dell’austerità architettonica del paese alle sue spalle. Il controllo passaporti sembra
il check-in di un aeroporto moderno. Il doganiere dagli occhi azzurri e lo sguardo complice ci domanda se ora andiamo a farci un tuffo al mare. Compriamo un po’ di Lari, la moneta locale, e ci guardiamo intorno. La spiaggia è a pochi metri, la temperatura è stranamente alta e l’ultima doccia risale a due settimane fà. Ci spogliamo correndo e in 4 balzi siamo già in acqua.
 
Osserviamo la costa: è popolata da gente che si gode la vita di mare, le femmine in bikini si gustano una birra e la musica reggae di sottofondo alleggerisce i pensieri. Pochi metri più in là, la spiaggia turca: deserta, con un esercito di vecchi barconi da pesca a largo. 100 metri a destra della frontiera una moschea, mentre 100 metri a sinistra una chiesa ortodossa. In mezzo due militari in uniforme, con tanto di stivali, combattono la calura sotto un ombrellone decrepito della Coca-Cola. Dopo un mese di Turchia ci sorseggiamo la prima birra in pubblico senza sentirci dei criminali.
Pedaliamo verso la vicina città di Batumi percorrendo la strada costeggiata da alti Eucaliptus. Intorno a noi infinite praterie di un verde fosforescente si stendono fino all’orizzonte, appagando il nostro istinto di campeggiatori selvaggi. Man mano che entriamo nella città però questo paesaggio viene sostituito da palazzi o scheletri di palazzi in costruzione, dalle forme più improbabili: eccone uno a forma di siluro, uno a forma di torre gotica, uno a forma di diamante, uno a forma di mulino tipo Moulin Rouge.
 
PEDALANDO IN GEORGIA
 
Siamo curiosi e la sera finiamo in un piccolo baretto pieno di poster di Jimi Hendrix, vinili di buona musica e stampe di pitture moderne. C’è un gruppo di giovani georgiani, puliti e ben vestiti, che potrebbero appartenere a una qualsiasi metropoli del mondo. La piazza a lato del bar è transennata e gremita di gente. E’ un concerto di musica Rap e i ragazzi ci dicono che è organizzato dal figlio del primo ministro e, proprio per questo, loro sono seduti al bar invece di saltare in mezzo alla folla. Dicono che Batumi sta crescendo in questo modo pazzesco grazie agli investimenti dei turchi che adorano venire qui in vacanza e apprezzare una libertà che a casa loro è più difficile da trovare.
 
Ci congediamo dalla movida e andiamo alla ricerca di un posto dove dormire e, dopo aver tentato di ottenere ospitalità in alcuni dei tanti hotel a 5 stelle senza successo, inebriati dalla serata alcolica, non ci accorgiamo di prendere direzioni opposte nell’incrocio di fronte a noi. Pablo va a destra, io a sinistra. Appena mi rendo conto di essere solo faccio retro front ripercorrendo la strada al contrario ma dopo circa un’ora senza trovarlo, mi arrendo e trovo uno spazio sotto la scala antincendio di quello che sembra essere un acquario di delfini. Sono al riparo dalla pioggia ed è tutto quello che conta per me in questo momento.
 
La mattina vengo svegliato da un cane Husky che mi lecca la faccia. Sono sotto la scala di un acquario di delfini, è la prima notte in Georgia e ho perso il mio collega. Strambo direi. Mi alzo e vado alla ricerca di Pablo. Non faccio in tempo a girare l’angolo che vengo fermato da una guardia che mi indica di seguirlo. Mi porta nella sala d’ingresso dove trovo Pablo annodato al suo sacco a pelo russando. Abbiamo dormito a 15 metri di distanza. Tutto è bene quel che finisce bene.
 
DA MR. AHMED: UNA CASA NEL CAUCASO
 
Un mese fa preciso stavo festeggiando la luna piena nell’isola di Samothraki, in Grecia. Oggi le mie gambe mi hanno portato 2 mila km più in là, nel Caucaso, una regione che si trova esattamente al centro del mondo.
Batumi scompare alle nostre spalle e ben presto ci troviamo in una strada poco trafficata e circondata dalla rigogliosa vegetazione tipica di questa regione: l’Adjara. Qui le pioggie sono abbondanti tutto l’anno, il clima molto umido, per questo le colline sono coperte da fitte foreste alternate da ampie praterie. Se fossi una vacca, questo è il posto dove vorrei vivere. E’ veramente un sollievo trovarsi qui dopo quasi una settimana passata a respirare i gas di scarico dell’autostrada turca.
Siamo molto stanchi, la notte scorsa avremo dormito meno di 3 ore, quindi siamo alla ricerca di un rifugio a lato della strada dove fermarci per recuperare le forze. Appena i nostri occhi scorgono due panchine riparate da una piccola tettoia inchiodiamo sognando di essere già sdraiati. Due signori capiscono i nostri intenti e ci dicono di fare pure, cosi ci accomodiamo, cadendo immediatamente in un sonno profondo.
 
Poco
più tardi veniamo svegliati dagli schiamazzi delli stessi signori che ci hanno visto arrivare e che ora ci invitano al tavolo di fianco a fare uno spuntino. Uno di loro sbatte sul tavolo una bottiglia di plastica da due litri riempita di un liquido trasparente. La guardiamo con aria sospetta e pochi secondi dopo, uno dei due, conferma il nostro dubbio versando un po’ del liquido sul tavolo e dandogli fuoco. “Vedi”, dice mentre il liquido evapora in una fiammata di pochi secondi, “questa è la vodka più buona della Georgia!. 60 gradi!”. Bene, rieccoci di nuovo quindi. E’ una vodka al miele distillata in casa che ci consigliano di accompagnare con pane e salame per evitare di perdere i sensi troppo rapidamente.
 
Pochi minuti più tardi, tra un cicchetto e l’altro, un gruppo di gente si è formato intorno a noi, e l’unico di cui ci ricordiamo il nome è Mr Ahmed, che viene trattato con estremo rispetto dalla combriccola ed è il più interessato al nostro viaggio. Nessuno però parla inglese quindi si affrettano a far arrivare un ragazzo del villaggio che, a quanto pare, conosce molto bene la lingua. Ed infatti, è cosi, il suo inglese è fluente e lo ha imparato a bordo delle navi cargo sulle quali lavora come responsabile elettricista. Questo lavoro gli ha permesso di viaggiare per tutto il mondo e sorride quando gli chiedo se ha mai attraversato l’Atlantico. Lo ha già fatto 7 volte e lo conosce come le sue tasche. Una volta, ci racconta, mentre la nave stava doppiando il Capo di Buona Speranza, dove l’Atlantico incontra il Pacifico, un black-out elettrico nel bel mezzo di una tempesta, ha reso la nave ingovernabile e in balia di onde alte fino a 20 metri.
 
QUATTRO CHIACCHERE IN GEORGIA
 
A parte i rischi del mestiere, questo è un lavoro che gli ha permesso di conoscere il mondo e di guadagnare abbastanza soldi per potersi comprare un appartamento di 140 metri quadri in uno dei grattacieli del centro di Batumi. I prezzi per una casa nuova di zecca si aggira attorno ai 500 $ al metro e non hanno niente da invidiare a un qualsiasi palazzo moderno europeo. I suoi coetanei lo guardano con ammirazione mentre ci parla in inglese e sfoglia il suo nuovo Iphone. Lui però da l’impressione di essere un ragazzo semplice oltre che umile e, soprattutto consapevole dei sacrifici che ha dovuto fare per arrivare dove è arrivato. Dice che dopo 4 mesi per mare non vede l’ora di tornare dalla sua famiglia a riposarsi ma, purtroppo, la passione per l’orto non glie lo permette. Ha la mia stessa età: 28 anni.
 
Nel frattempo, le nostre chiacchiere hanno divertito Mr Ahmed e, confessa, è molto contento di aver fatto la nostra conoscenza. Ormai è pomeriggio inoltrato, la testa inizia a girare, cosi ci invita a cenare e dormire da lui. Accettiamo con piacere e ci avviamo verso casa. Lì vi troviamo una numerosa famiglia composta prevalentemente da giovani della nostra età, figli o nipoti di Mr Ahmed e tutti maschi. Uno aggiusta telefonini, uno stà studiando per partire sulle navi cargo come il cugino, uno vende Kebap a Istanbul e, il più giovane stà imparando a costruire tetti. Ognuno di loro ha un impiego, cosa difficile oggi in Georgia, Mr Ahmed, il capofamiglia, non fa mai mancare il cibo in tavola nonostante la famiglia numerosa e, oltretutto, ha costruito con le sole sue mani una grande casa di due piani, suo motivo di grande orgoglio. Posso dire che, dai loro occhi, si capisce che sono una famiglia fiera.
 
Dopo una doccia calda al tepore di una grande stufa a legna ci accomodiamo a tavola, la cena è servita. E’ un banchetto, ci sono piatti di pesce fritto, patate arrosto, salsicce, uova sode, uova strapazzate, melanzane, pomodori, ed una salsina rossa e acida che loro mettono dappertutto. Ovviamente tutta la cena viene accompagnata con litri di questo distillato che loro chiamano Cha Cha. Viene prodotto artigianalmente distillando con un alambicco di rame il liquido dell’uva fermentata stipato in grandi bidoni di plastica che, generalmente, occupano spazio nelle taverne di ogni casa.
 
Facciamo un brindisi dietro l’altro e questo è un momento solenne: generalmente si brinda alle buone relazioni che intercorrono tra i nostri paesi e il loro, altre volte è un lungo discorso che diventa sempre più lungo con l’aumentare del tasso alcolico. La televisione rimane sintonizzata tutta la sera su un canale che trasmette musica folkloristica georgiana. Se non l’avete mai sentita, cercatela perchè è stupenda.
 
Ad un certo punto Mr Ahmed si alza in piedi ed annuncia che
la cena può terminare e che è ora di ritirarsi ognuno nelle proprie stanze. A noi ci tocca una stanza con due letti e lenzuola candide. Che goduria.
 
Dalle parole di Ahmed: 
 
I went to many different meetings: communist meetings, socialists meetings, fascists meetings, man kind united, technocracy, to see what the world was teaching, including eastern philosophy, and I wanted to know what people thought, what they wanted, why they gelled on one system, and that each time a society arrived at a system they tend to keep that system, they didn’t even try to go beyond that, but in technology, whenever we made anything we try to sorpass it.
 
The history of civilization was a history of change, social change, human arrangement, homes, boats, planes, trains, all of them where in the process of social evolution, including our language, our outlook, our values, our behaviour.
 
I wanted to go to south because I like the idea of the native sharing things, I had read about that. Now the chief he had six wives and he sais “here’s my best wife, maybe she will please you”. They felt their wives gave them so much joy, perhaps they give a visitor some joy. You know, that thinking about it was different and that upset me and caused me to ponder “hey, gee, that’s not the way I saw things! Was that the way I saw things or was that the way I was indoctrinated?”. Now, that’s when I began to ask those questions. How do you know that anything you like makes sense Jacque? What about your own values, think about them, maybe they are senseless! 
 
SUL CUCUZZOLO DELLA GEORGIA
 
A fine giornata ci fermiamo a Khulo. Alcuni signori in un bar, ci indicano una tettoia dentro a un parco dove poter dormire. Il posto sembra decente per passare la notte quindi parcheggiamo le bici e andiamo a farci due passi per il paesino. Sulla lunga scalinata che porta verso il centro si presenta un signore sulla cinquantina che decide di prenderci in affidamento. Finiamo dentro un bar.
 
Il signore prova a comunicare, inizia ogni frase con uno slancio d’entusiasmo, ma la sua scarsa conoscenza dell’inglese lo blocca dopo la prima parola: “I…”, “You…”. Purtroppo l’entusiasmo non basta e, dai suoi occhi, si vede che è affranto. Per premiare i suoi sforzi e alleggerire l’atmosfera gli offriamo una birra. Funziona, il suo sguardo torna a luccicare e l’inglese non è più un ostacolo. Ora parla una lingua aliena. Vedendo che io e Pablo ordiniamo da mangiare lui si prostra per farci arrivare mezzo litro di cha cha al tavolo. Si sa, da queste parti non si può mangiare a secco. L’atmosfera piano piano si scalda e dopo la seconda bottiglia, accompagnati dalla splendida musica georgiana trasmessa in TV, finiamo ad alternare un ballo ad un match di braccio di ferro. Il signore, che abbiamo capito essere uno avvezzo a serate di questo tipo, ormai ha perso le facoltà motorie, i riflessi sono andati e la testa gli cade pericolosamente a penzoloni. La serata può terminare così, i proprietari del bar si prenderanno cura dell’uomo e ci avviamo verso il parco dove abbiamo lasciato le biciclette. Io dormo sul tavolo, Pablo sulla panchina e tutta la notte avremo cani ulularci nelle orecchie.
 
Il giorno dopo continuiamo a salire e, mentre il paesaggio non fa altro che migliorare, la strada diventa quasi impraticabile: l’asfalto è finito da un pezzo ed è ora sostituiro da uno sterrato fangoso e grosse pietre scivolose. Inseriamo la marcia più leggera e, piano piano, guadagnamo ogni metro di questa scalata che durerà più di 5 ore. La pace e l’armonia del paesaggio vengono interrotte da un corteo di auto governative che, sfrecciando a sirene spiegate, ci schizzano il fango addosso. Ma, per il resto, è il silenzio che regna sovrano.
 
Tra una lenta curva e l’altra, un signore ci intravede dalle fessure della sua staccionata e, curioso, ci invita per un caffè. Strano, pensavo che in Georgia non ingerissero liquidi al di fuori della cha cha, ma mi sbagliavo. Una pausa è benvenuta così ci vengono aperti i cancelli di questa affascinante proprietà bucolica. Lui è un ragazzo di 33 anni e la sua vita, come per molti in queste montagne, ruota intorno alle vacche. Lui ne possiede 5 che, al momento, sono libere al pascolo ma, tra poche settimane, 4 metri di neve le obbligheranno a rimanere chiuse nella stalla per parecchi mesi, perciò, per le stradine di questa montagna c’è una gran frenesia di camioncini che, carichi di paglia fino a
scoppiare, preparano le scorte per l’inverno.
 
Nel primo pomeriggio, finalmente, doppiamo l’ambìto passo di Goderdzi: 2025 metri. Respiro profondamente, questa è aria pura. Il paesaggio è cambiato, gli alberi sono scomparsi e solamente dolci colline in fiore, accarezzate da un vento freddo e tagliente, riempiono i nostri occhi di bellezza. Ci sono 3 casette, ma solo una sbuffa fumo dal caminetto. E’ li che vogliamo andare.
 
Veniamo accolti dal proprietario che ci fa subito accomodare e, volenteroso di farci recuperare le energie spese per arrivare fin quassù in bicicletta, prova ad elencarci i piatti disponibili. Il clima è familiare, sembra di stare a casa della nonna, purtroppo però non capiamo ne il georgiano ne il russo, cosi, un giovane seduto in disparte interviene e, parlando un inglese perfetto, ci consiglia un piatto di polpette di carne. Si chiama Alex, è di Vienna, e lavora per un’azienda austriaca impiegata dal governo georgiano per costruire un impianto di risalita che porterà i turisti dalla valle fino a quassù. Alex è a capo di una squadra di 7 ragazzi, 3 austriaci, 2 greci, 1 francese e 1 georgiano, e loro, assieme ad altri 10 locali, da 6 mesi costituiscono gli unici abitanti di questa vetta. Vivono in un’ala dell’hotel che è stata attivata apposta per loro, mentre il resto è ancora in costruzione. L’unico ristorante e punto di ritrovo è la casetta dove ci troviamo in questo momento. Chissà quante volte in questi 6 mesi ha mangiato il piatto di polpette che ci ha appena consigliato.
 
Arriva da mangiare ed è veramente squisito. Il clima così accogliente, il tepore della stufa e l’offerta di dormire in uno dei tanti container pieni delle loro cianfrusaglie ci convince a rimanere fino all’indomani. Fuori dalle porte di questa magica casetta di legno calano le tenebre, il termometro va sotto zero, le foreste si infestano di lupi e tutto viene avvolto dalle basse nuvole creando un’atmosfera spettrale tipo The Shining. Dentro però è un’altra storia, l’atmosfera è calda, Alex ci racconta della sua vita vissuta in cima alle montagne di mezzo mondo, di quando ha costruito la funivia di Medellìn, della sua prossima chiamata in Bolivia… e per la felicità dell’oste, fiumi di cha cha accompagnano i nostri strani discorsi…


Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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