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Moto Mongolia 2012

Lucina_Marchese
  • Diario di bordo di Lucina_Marchese Inserito il 08-04-2013
  • Destinazione Italia, Mongolia
  • Quando Dal 25-07-2012 al 25-08-2012
  • Avventura in: Moto

SPEDIZIONE PALERMO ULAMBAATAR

16 Luglio

La Mongolia e’ caratterizzata da immense pianure spazzate dai venti, circondate da montagne nevose, è il paese dei grandi spazi, del leggendario deserto del Gobi che ne occupa buona parte della regione meridionale. Per centinaia d’anni le carovane di pellegrini, commercianti e missionari hanno percorso questa terra; cacciatori, nomadi e pastori hanno vissuto seguendo le loro mandrie, vivendo nelle tende di feltro e pelli, le “ger”. La sua storia millenaria ha segnato le sorti dell’Asia intera quando Gengis Kan, e i suoi successori, unificarono un immenso impero che si estendeva dalla Cina al Mar Nero. Oggi, di questo impero rimangono ben poche testimonianze ma intatta è la tradizione e la cultura mongola che accresce il fascino di questa terra. Questo viaggio ne esplora i più reconditi accessi.
Vicino alla capitale Ulan Bator, c’è Bayangobi dove si trova il monastero di Ovgont. Breve trasferimento per visitare la vecchia capitale del paese: Karakorum. Scendendo a sud raggiungiamo la regione del mitico deserto del Gobi, dove altissime dune di sabbia, sbarrano l’accesso. La valle di Yor è conosciuta come la “valle delle aquile” ed è caratterizzata dagli aspri canyon e dalla natura selvaggia. Mi inoltrero’ nella valle di Bayan Dzag, una zona desertica dove recentemente sono stati ritrovati i resti di numerosi dinosauri. Il giro prosegue percorrendo sempre in fuoristrada, gli altopiani occidentali, in direzione dei Monti Altai, costantemente sopra i 2.000 metri ed interamente ricoperti di verde dove migliaia di animali vengono lasciati al pascolo liberamente.
Il servizio andrà in onda all’interno della trasmissione “SU X GIU‘ ” condotta dalla giornalista Elisabetta Cinà in onda su GOLD 88 sul  digitale terrestre con copertura di tutta la Regione Sicilia.Il format  è un programma settimanale e va in onda ogni giorno, con n.10 passaggi a settimana.I servizi trasmessi poi andranno in onda sul canale online di youtube “supergiuonline“.

COMNFERENZA STAMPA A VILLA  AIROLDI 

OGGI 17 LUGLIO VILLA AIROLDI HA OSPITATO GENTILMENTE LA CONFERENZA DELLA SPEDIZIONE MONGOLIA 2012 DI LUCINA MARCHESE
Una donna che viaggia sola, in sella ad una moto, diretta fino in mongolia, di sicuro incuriosisce. Al punto da fare notizia, da attirare radio e tv locali nel tentativo di capirne di più. Cosa rappresenta per me il viaggio, perché ho scelto la mongolia, come nasce la mia passione per la moto…queste le domande più frequenti che mi sono state rivolte nel corso della mia prima conferenza stampa, ospitata oggi a villa airoldi.
L’ormai familiare eccitazione dei preparativi si arricchisce quest’anno di una nuova emozione: quella di raccontarmi. Non è facile spiegare , a chi non condivide la passione della moto, quanto questo mezzo cambi la prospettiva. La meta non è più traguardo ma diventa ogni giorno una conquista, ogni chilometro percorso in sella ti racconta che qualcosa dentro di te sta cambiando, in modo inevitabile, senza possibilità di ritorno. Perché ogni viaggio è un incontro, un dialogo intimo con luoghi e popoli lontani nei quali  ti tuffi all’improvviso, immergendoti del tutto.
Questo è quello che ho tentato di descrivere stamattina ai microfoni , tra un sorriso imbarazzato e l’altro

CI SIAMO QUASI ...

18 Luglio 
 
Si avvicina il giorno della partenza…ormai manca meno di una settimana e il conto alla rovescia scandisce il ritmo dipaura e adrenalina, sempre più incalzanti
I mesi trascorsi a studiare i percorsi sulla cartina non ti preparano mai abbastanza alla sensazione di questi ultimi giorni di organizzazione…la paura che l’impresa possa rivelarsi più grande di te sia per l’impegno fisico che per l’impatto emotivo si affianca all’adrenalina dell’aspettativa, l’immaginazione dell’attesa che precede la realtà, l’impazienza dell’inizio e il desiderio di esplorazione che diventa sempre più urgente…
E nel frattempo incombono i preparativi: la moto deve essere pronta a partire, proprio quanto dovrò esserlo io. La prima tappa è stata quella di un tagliando completo, al quale seguirà il cambio delle ruote, l’installazione del gps e il collegamento delle telecamere.
E le valigie…i borsoni dovranno riempirsi non solo dell’abbigliamento tecnico ma anche di tutto ciò che mi servirà ad affrontare sia il caldo del viaggio che la rigiditàdelle temperature notturne; l’imperativo è quello di coniugare leggerezza ed efficacia

LE TAPPE DELLA SPEDIZIONE MONGOLIA 2012

19 Luglio 

Il mio viaggio inizia il 25 luglio con partenza da Palermodirezione Milano per proseguire verso Budapest, tappa successiva  il paese di Malekhiv in Ucraina. Per poi procedere in direzione  Kharkiv al confine con la Russia, quindi la citta’ di Novosibirsk, per arrivare al confine mongolo, nel paese di Katun, in Siberia .
Finalmente giunta in Mongolia, transitero’ sulle rive del lago Tolbo, la cittadina di Olgii , a questo punto percorrendo grandi sterrati e piste minori mi inoltrero’ nel cuore della Mongolia, attraversando i villaggi di Bulgan, le ampie valli sabbiose delimitate dalle catene dei monti altai. Costeggiando il passo baga ulaan davaa  raggiungero’ il punto piu alto della mongolia a  mt 3000.
Continuando per i villagi di Altay, Bayankhongor visitero’ i piu bei monasteri del periodo di Gengis Khaan, e addentrandomi nella bella valle del fiume orhon attraversero’ il territorio nomade in cui visse Gengis Khaan,  questa zona e’ patrimonio dell’UNESCO , e vi si trovaKarakrum, la citta piu antica ed ex capitale della Mongolia.
La cittadina di Arvayheer e il villaggio di Bogd saranno gli ultimi “centri “ abitati  che attraverserò, prima di entrare nel deserto del Gobi, mi aspettera’ lo spettacolare paesaggio che include catene montuose, foreste, sorgenti, dune di sabbia e steppa. La regione del Gobi e’ forse la parte piu’ interessante della spedizione, dietro la bellezza del paesaggio c’e’ la dura realta’ di una terra inospitale.
Il viaggio mi portera’ infine, attraverso una gola profonda di 40 km nella zona delle cosidette rupi fiammeggianti, dune fossili risalenti al periodo dei dinosauri,  alla mitica capitale  Ulan Baatar.
Le date del viaggio sono dal 25 luglio al 25 agosto. Km percorsi 9500 da Palermo al confine mongolo e 3500 in Mongolia.
 
SONO PRONTA , SALPO - PARTENZA DA PALERMO 



25 Luglio 

PARTENZA DA PALERMO 24-07-2012
 
Ci siamo, sono pronta, salpo!
La nave lascia il porto lentamente, ammorbidisce il distacco, ogni istante è emozione; la sensazione è quella di estirpare le radici, per portarle in un luogo nuovo, inesplorato dove riprenderanno vita e assumeranno un forma nuova. E al ritorno saranno pronte per un nuovo innesto nella mia terra.
È una sensazione forte, che parte dal ventre…siamo legati alla nostra terra come il feto al cordone ombelicale.
Terra alla quale restituiró le mie radici, più forti e arricchite di nuove tinte.
 

Prima Tappa In Sella: Genova- Torino

26 Luglio 
 
Finalmente la nave, alle 17.16 del 25 luglio 2012, attracca alporto di Genova. E subito parto in direzione di Torino, sola con la mia GS. l’esigenza è quella di ritrovare con la mia compagna di viaggio la nostra antica complicità, necessaria per affrontare insieme questa meravigliosa avventura. E i 170 km che mi separano dalla mia prima tappa sono un’ occasione perfetta.
Ad aspettarci c’è Davide, amico, compagno di viaggio e istigatore delle attività ad alto rischio   stamattina infatti, dopo il necessario cambio gomme alla gs e un doveroso tributo alle bellezze della città come dei normali turisti culturalmente orientati, all’improvviso è scattata la molla dell’avventura nel bel mezzo della city.
Ed eccoci a sfrecciare in mezzo al traffico a bordo del segway, una sorta di monopattino intelligente che ci ha resi felici come due bambini a cui le iniezioni di adrenalina non bastano mai. E infatti non ci siamo accontentati: non abbiamo resistito all’emozione di un giro in mongolfiera, ad ammirare dall’alto la nostra prima capitale.
L’imperativo è non farsi mancare nulla, non lesinare sulle emozioni, e siamo appena al primo giorno.

UDINE

28 Luglio 
 
Dopo 220 km di inferno arriviamo stremati ad Udine;il nostro primo obiettivo è trovare un rivenditore autorizzato BMW per riparare la borsa del serbatoio della mia moto che si è sganciata. Riusciamo ad individuare l’unico presente in città ma il nostro entusiamo è subito smorzato dalla sua freddezza, maleducazione e assoluta mancanza di professionalità. Dev’essere una caratteristica tipica dei Friulani,penso in un primo momento. Ma a smentirmi quasi subito, il titolare di un negozio di ferramenta che congentilezza e competenza individua la soluzione al nostro problema: un nastro bio adesivo utile a sostenere la linguetta di pelle su cui è poggiata la borsa.
Felici, ma anche provati dalle nove ore di viaggio ci rechiamo in albergo per concederci il lusso di una doccia fredda in attesa di Stefano,terzo componente di questo spericolato ed avventuroso
progetto. E sarà proprio lui a guidarci alla scoperta di di una famosa osteria della città e della sua strepitosa cucina che vanta i migliori piatti tipici: cjarsons al ragù di salsiccia, frico con polenta e l’immancabile coppa stallo ( che prende il nome dall’osteria, ricavata in un vecchio stallo), a base di mascarpone. Ad innaffiare il tutto una bottiglia di valdobbiadene freddo e una grappa digestiva. Bisogna passeggiare un po’ per smaltire questa cena,indimenticabile, ma di sicuro più adatta alle rigide temperature della stagione invernale.
Scopriamo ben presto le bellezze monumentali di Udine e la straordinarietà delle sue piazze, come piazza Libertà, definita “la più bella piazza veneziana di terraferma”. A dominarla la Loggia del Lionello, splendido esempio di gotico veneziano quattrocentesco, con i suoi caratteristici corsi alternati di pietra bianca e rosa.
Si è fatto tardi, la grappa amplifica la stanchezza del viaggio, è ora di andare a dormire. Domani ci aspetta un bel po’ di strada: destinazione Slovenia.

Duemila Pieghe – Da Udine Alla Slovenia
 
28 Luglio

Ci siamo svegliati molto carichi stamattina, ma anche affamati: la giornata è iniziata con un’abbondante e calorica colazione in grado di fornirci le energie necessarie: varcheremo il confine della nostra terra e faremo strada fino in Slovenia.
L’itinerario che scegliamo privilegia la strada statale, a discapito dell’autostrada, monotona e noiosa. Impossibile rinunciare a queste strade immerse nei boschi, non attraversare incantevoli paesi come Cividale sulle sponde del Natisone, Tolmin e kobarid nella valle dell’Isonzo, Bovec che lambisce il parco nazionale del tigrav e infine le suggestive acque blu intenso del lago di Bled, al centro del quale si trova l’omonima isola che pare sia l’unica naturale della Slovenia. Il paesaggio ci incanta, non stupisce che sia una delle mete vacanziere preferite dagli sloveni; in lontananza si stagliano la Rocca e il castello che sovrastano il lago a completare questa immagine da cartolina; decidiamo quindi di goderne ancora un po’ con la scusa di unapausa caffè. Una pausa breve perché siamo ansiosi di affrontare la vera goduria di ogni motociclista:curve, un’infinità di curve perfettamente asfaltate che ci conducono tra le cascate e i torrenti di questi monti grandiosi, l’ideale per chi voglia dedicarsi al turismo sportivo. Peccato che il caldo sia snervante. Decidiamo di deviare verso l’Austria in cerca di refrigerio. Caldo afoso anche lí ma in compenso una meravigliosa scoperta: le Alpi austriache sono ancora più belle di quelle slovene. Troviamo una strada che attraversa tutte le vallate sulle quali si affaccia una lunga serie di borghi talmente piccoli da sembrare
bomboniere, ognuno con la suaminuscola chiesetta e il campanile. Impossibile restare impassibile davanti a un simile spettacolo, le remore e le difese cominciano a cedere, la mente vaga e all’improvviso comincia un’altro viaggio: quello interiore. Ed è lasciando liberi i pensieri che ho affrontato l’ultima ora di curve e di paesaggi mozzafiato che ci hanno portato fino a destinazione.

Due Ruote Muovono L’anima Alla Scoperta Di Budapest
 
29 Luglio

La sveglia suona all’alba, siamo stanchi ma motivati: oggi ci aspetta Budapest. L’obiettivo è raggiungerla entro ora di pranzo per viverla il più possibile ma senza rinunciare a quella che un motociclista considera la vera meta di un viaggio, la strada.
Il viaggio sulle due ruote non è mero movimento, spostamento. Diventa esplorazione e scoperta di territori sconosciuti.
Sali in sella e ti prepari ad attraversare boschi di abeti, pinete e querce e inebriata dall’intensità del loro profumo ti lascerai avvolgere dall’abbraccio dei loro rami secolari.
Ma il viaggio è anche attraversamento di popoli, incontro con gente diversa da noi, con un diverso modo di vivere e pensare. E quando arriviamo al lago Balaton, meta balneare degli ungheresi, mi si offre l’immagine di una tipica domenica estiva: lidi sparsi lungo le sponde, dove una moltitudine di gente, armata di secchielli e palette, cerca riparo sotto l’ombrellone o refrigerio distesa sul materassino. Eppure qualcosa non torna, manca l’ospite d’eccezione: il mare. E quasi mi coglie un senso di tenerezza per chi non può viverne la forza e la grandiosità.
Mi prende anche un pizzico di nostalgia, ma subito riaffiora l’urgenza di Budaspest e delle sue meraviglie.
E questa voglia ci accomuna tutti tanto che decidiamo di ripiegare sulla più noiosa autostrada pur di arrivare velocemente ad attraversare il bel Danubio blu ; ed eccoci sul maestoso PONTE DI CATENE,che costruito nel 1849 interamente in ferro, con i suoi 375 metri, fu il primo ponte stabile di collegamento tra Buda e Pest.
Facciamo un giro veloce alla cittadella antica ( Budapest ) da dove si sovrasta l’ intera pest e poi proseguiamo soddisfatti verso l’albergo.
Io non riesco a smettere di pensare che è proprio vero: “quattro ruote muovono un corpo, due l’anima”
L’anima vaga nei meandri dei pensieri più nascosti, si risveglia al contatto con i nuovi paesaggi e si rinnova..

 
CAMPI DI GIRASOLI MI PORTANO A L’VIV
 
30 Luglio
Anche oggi la nostra giornata comincia con le prime luci dell’alba: vi porterò tutti con me in Ucraina. La tappa di trasferimento cui siamo diretti è L’Viv (Leopoli), cittadina con un centro storico medioevale talmente bello da essere dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
Ma per raggiungere il confine dobbiamo attraversare 279 km di monotona pianura; nessuna collina a movimentarla, non un curva per l’intero tragitto. Una sola macchia di colore:girasoli a perdita d’occhio. Il pensiero vola a casa, a chi ama questi fiori, e più di me avrebbe saputo apprezzare la raggiante luminosità di tutto questo giallo intorno a noi.
E di colpo la frontiera: la conquista delle terre Ucraine è meno semplice del previsto, ci aspetta un’ora di attesa, in fila con auto, jeep, TIR e pullman, non manca proprio nessuno.
Ma varcata la soglia della dogana ci troviamo catapultati nell’irresistibile fascino di un paesaggio d’altri tempi: ai bordi delle strade, adagiate sull’erba, grandi ceste piene di mele, gelsi, angurie e funghi in vendita ai passanti; sullo sfondo un intreccio di valli nel quale si inserisce un minuscolo centro abitato, quasi deserto. L’atmosfera è rarefatta, surreale, quasi avessi iniziato un viaggio all’indietro, verso un tempo ormai lontano; un tempo in cui sembra debba succedere qualcosa che invece non succederà mai. E in questo tempo perduto esiste un solo piccolo market, che trasandato tradisce un ritmo lento e cadenzato, in cui biscotti e caramelle si vendono ancora sfusi, e nel quale è davvero poco lo spazio riservato all’imprevisto; i frigoriferi spenti, il pane ormai raffermo e i salumi asciutti svelano senza vergogna la sorpresa della donna che con gentilezza ci accoglie all’interno, colta impreparata dall’arrivo di un intero gruppo di motociclisti. La sua spontaneità ci disarma, e inconsapevole ci suscita un sorriso di tenerezza che ci accompagnerà per il resto della giornata.
Ancora campagna di straordinaria bellezza per noi e le nostre amiche a due ruote, il primo acquazzone di questo viaggio, e infine L’Viv, che si vanta di essere la meno sovietica di tutte le città Ucraine e che tiene sempre più viva la sua anima mitteleuropea fatta di caffè, un’orchestra filarmonica e un teatro dell’opera che non ha nulla da invidiare a tanti altri. L’Viv, a differenza della russa Kiev, è tipicamente ucraina. E ne va fiera. A domani.

MUCCHE AL GUINZAGLIO
 
31-Luglio: Ancora aria di l’Viv al risveglio; questa città così piena di contraddizioni mi attrae a sè con una forza di cui non riconosco bene l’entità. Di sicuro assorbe i miei pensieri, catalizza la mia attenzione. Tanto che, mentre bevo il caffè che ci siamo concessi prima di partire, ancora una volta mi soffermo. Tram, bus, pullman, poche auto al semaforo, sulle prime mi da l’idea di una città ben organizzata e invece, ad uno sguardo più attento, si offre senza remore in tutta la suacaoticità. E la gente, che disinvolta cammina per le strade, è al contempo molto sciatta, porta in se qualcosa di retrò, in totale disaccordo con una metropoli che galoppa verso la sua modernità.
Una mano poggiata sulla spalla mi ricorda che è il momento di salire in sella e imboccare l’unica autostrada ucraina che, monotona e noiosa, ci porterà fino a Kyiev. Ma questa è la terra delle non regole, quindi ti può capitare che a un certo punto, un autombilista impavido decida all’improvviso di invertire la sua rotta e di regalarti l’emozione di un potenziale frontale. Non abbiamo il tempo di gestire l’incredulità quando ai bordi della strada, quasi fosse una trazzera di campagna, si materializza una contadina kamikaze, che tenendo al guinzaglio le sue mucche , con un’inconsueto slalom , attraversa l’autostrada in cerca di un campo da pascolo.
Sembra che ogni km percorso ci allontani dalla civiltà e dal comune criterio di buon senso…niente che preannunci lo strepitoso fascino di Kyiev che in un pout pourri di stili architettonici incanta per le sue basiliche e le sue piazze gremite di giovani, liberi di frequentare pub e locali notturni dopo la rivoluzione arancione del 2004. E in piazza dell’indipendenza la gente si riunisce, suona e canta, pieno simbolo di rinascita.


WÜRSTEL, NOODLES E IL BAR DEL CAMIONISTA
 
01 Agosto 2012 – Posso affermare in tutta serenità che quello di stamattina non è stato il miglior risveglio del nostro
viaggio, almeno fino a questo momento.
L’albergo vanta un discreto grado di squallore, la sala in cui ci servono la colazione si inserisce alla perfezione nel contesto, la sua moquette porta inequivocabili i segni del tempo e il cibo sembra averla accompagnata nel corso di questi lunghi anni: a tavola troviamo würstel bolliti e noodlesannegati in una brodaglia che ricorda un triste e annacquato caffè americano. Rassegnata e delusa salgo in sella a stomaco vuoto. Anche Kyev, cui dedichiamo un’altra visita, mi appare caotica, un pessimo esempio di abusivismo edilizio espresso in una sequela di palazzoni in totale disarmonia con le bellezze che ci hanno emozionato ieri sera. Solo un caffè, conquistato dopo i primi 100 km di autostrada, riesce a risollevarmi e a darmi la carica necessaria per affrontare le difficoltà di queste strade tipiche della parte più orientale dell’Europa. Dobbiamo concentrarci molto per arginare la pericolosità di questo asfalto percorso quasi unicamente dai TIR; il loro passaggio è impresso in modo indelebile in profondi canaloni che attentano di continuo alla stabilità delle nostre moto.
Siamo stremati. Decidiamo di rifocillarci in uno di quelli che noi chiameremmo il “bar del camionista” e ritroviamo il buon umore con delle deliziose omelette al formaggio, patate alla brace e un boccale di birra rinfrescante. Il tutto all’incredibile prezzo di 3 euro.
Ancora chilometri di autostrada ravvivata soltanto dal giallo sfolgorante degli ormai familiari girasoli che ne adornano le carreggiate. E così arriviamo a Kharviv, città di frontiera a 50 km dalla Russia, intrisa di fascino in stile sovietico. Ci regaliamo i piaceri di un albergo extra lusso, io scelgo addirittura una suite tutta per me. Qui si che possiamo permettercelo.

LA FRONTIERA DEI SOGNI
 
02 Agosto 2012

Oggi ci attende la nostra prima grande sfida: la frontiera Russa. La mattina trascorre lentamente, in fila ad una lunghissima coda propedeutica alla delicata compilazione dei permessi e agli invadenti e intensi controlli cui veniamo sottoposti. La Russia è un paese ostile e insicuro e la burocrazia anti turista è solo un’appendice della ben più gravecorruzione: i posti di blocco, dislocati a 3-4 chilometri l’uno dall’altro, sono tutti forniti di autovelox contraffatti,con un unico obiettivo, elevare multe ai turisti per infrazioni mai commesse. L’unica alternativa alla resa è una reciproca guerra psicologica in cui vince chi cede per ultimo. Potremmo issare bandiera bianca, sarebbe piu semplice, invece iniziamo una lotta logorante che ci evita di cedere al sopruso: non pagheremo quanto non dovuto.
Neanche le cartine geografiche si dimostrano accoglienti: unica lingua disponibile il cirillico, incomprensibile a chiunque non viva da queste parti. La temperatura intanto si alza fino a toccare punte di 36 gradi durante i 300 km che ci separano da Veronezh, e ancora una volta accompagnati da campi di girasoli, arriviamo a destinazione talmente madidi di sudore da non desiderare altro che una doccia ghiacciata. D’altronde gli scorci di città che abbiamo intravisto lungo la via per l’albergo ( il toposky hotel, una ex caserma sul cui squallore preferisco non soffermarmi oltre) ci raccontano ancora una volta di un paese che con difficoltà ha gestito il suo improvviso boom economico, lasciandosi sedurre dalla tentazione di costruire palazzi figli di un piano regolatore a dir poco fantasioso.
Eppure, nonostante tutto, la gioia nel cuore continua a crescere. Stiamo viaggiando incontro al futuro, già di due ore in anticipo rispetto all’Italia e siamo sempre più vicini alla nostra meta; ogni chilometro percorso è un sogno realizzato.

L’IRONIA RUSSA DI VALENTINA
 
3 Agosto 2012
 
Il viaggio di oggi si preannuncia lungo, ci aspetta un’unica tappa di 580 km fino a Saratov, che ci avvicinerà alla Siberia; eppure il caldo che ci accompagna per tutto
il tragitto sembra portarci nel Sahara!
Ormai assuefatti alla consueta monotonia delle campagne russe all’improvviso attraversiamo una parete di fiori: ancora girasoli, ma questa volta in una veste nuova. Altissimi, tanto quasi da sovrastarci, si stagliano per lunghe e fitte distese ai bordi della strada, quasi si fossero alzati per permetterci il passaggio dentro un campo sterminato lungo 50 km. Per un attimo mi sembra di attraversare il mare, che così di frequente torna nei miei pensieri.
Siamo gli unici  a godere di questo spettacolo, per tutto il  tragitto ci imbattiamo solo in un inglese che si dirige a Honk Kong in bicicletta e in un tedesco che da Berlino arriva in Russia con lo stesso mezzo.
 
Arriviamo finalmente in hotel, un piccolo albergo in cui niente asseconda il lusso, neancheValentina, una donna tutto fare che ci accoglie all’ingresso con i suoi modi altrettanto spartani.
Come tutti i russi, pretende, sostenuta da un pizzico di arroganza, che chiunque capisca la sua lingua incomprensibile; quindi incalza, gesticola, si infervora, finchè proprio si arrabbia, e infine  scoppia in una risata più rassegnata che divertita, che la libera dal suo stesso disagio; miracolosamente si scioglie, ride ancora, stavolta di gusto, e ci mostra il suo nascosto sense of humour.
Riconciliata con se stessa, prima ancora che con noi, ci indica la strada per raggiungere il Volga, le cui fresche sponde sono adornate da deliziosi locali  notturni nei quali soddisfatti conquistiamo il meritato riposo.

TOGLIATTI E UN MATRIMONIO ALLA MARIA DE FILIPPI
 
04 Agosto 2012 – Ancora una volta è il chiarore dell’alba a darci il risveglio. Facciamo colazione con caffè, crêpe eyogurt preparate dalle sapienti mani dell’ormai maternaValentina, che ci rifocilla mentre pensiamo a Togliatti (o Tol’jatti), la meta di oggi. Si parte. Le sponde del Volga sono l’immagine che ci accompagna fino ad ora di pranzo quando, ormai affamati, sostiamo in uno dei diffusissimi “bar per camionisti” pieno, stracolmo di gente, tutta di madre lingua russa.
Ma più proseguiamo verso la Siberia, più percepiamo negli altri un bisognoso desiderio di comunicare; così ci affidiamo al linguaggio dei gesti, al mimo. Ben presto scopriamo che le parole non sempre contano, è possibile farne a meno, basta lasciarsi guidare da sentimento e sesto senso per farsi portare a tavola un’ ottima “frittela di trota con purea“. Facciamo anche amicizia con Igor, che viaggia con famiglia a seguito, davvero incuriosito da un viaggio talmente avventuroso fatto in moto da una donna: ci ha scattato tantissime foto.
 
Di nuovo in sella: strada difficile, guida impegnativa. La presenza quasi esclusiva di tir è raccontata da canaloni di 30 centimetri di profondità, che metteno in pericolo la nostra capacità di equilibrio.
Non dà tregua neanche il sole, che picchia forte costringendoci a una tappa imprevista. Ci immergiamo in uno dei tipici mercatini locali, corredato da ceste di mele, pomodori, patate e funghi. Le mele sono il simbolo nazionale della Russia, come i girasoli . Sono piccole e color corallo, hanno una forma perfetta e un sapore dolcissimo.
Ci rimettiamo in strada, e incolonnati dietro un fiume di TIR ritroviamo anche Igor, come noi in balia di traffico e caldo. Attraversiamo periferie orrende di paesi lanciati per caso in questo angolo di mondo, e finalmente intravediamo Togliatti. La meta appena raggiunta ci accoglie anch’essa con una periferia caotica, calda e squallida. Penso – dentro di me – forse per autoconvincermi, che in fondo le periferie hanno un loro fascino.
Finalmente un albergo. Corro in camera, faccio una doccia e vengo attirata da una voce e da una musica di sottofondo: giù, nel piazzale dell’hotel, sono in corso i festeggiamenti di unmatrimonio. In effetti mi ero già chiesta se non fosse il mese dei matrimoni, perché per strada abbiamo incontrato tante macchine addobbate a festa con corone di fiori ed enormi riproduzioni di fedi di plastica intrecciate.
Scendo di corsa con la telecamera e cerco di mimetizzarmi fra i partecipanti alla festa.  Inizio la ripresa: sposi al centro, parenti in cerchio attorno a loro e una figura con il microfono che – presumo – racconta la loro storia invitandoli a baci e danze romantiche.  Mi sento catapultata, all’improvviso, in una trasmissione di Maria de Filippi.

UNA LINGUA D’ASFALTO ATTRAVERSO LA STEPPA SIBERIANA
 
05 Agosto 2012 
 
– Di nuovo in viaggio. Ci lasciamo
alle spalle Togliatti diretti verso Ufa, situata nell’Europa orientale, prossima al confine con l’Asia. La Siberia è vicina e lo annuncia anche il paesaggio, che offre sempre meno gente e più tir, probabilmente in marcia per trasportare mercidall’Oriente all’Europa dell’Est. La strada è una lingua d’asfalto che si proietta dritta attraverso la steppa siberiana, noiosa e pericolosa per via del manto stradale malmesso e degli irrispettosi camionisti.  Lo stress da guida aumenta. Fortunatamente, un acquazzone spazza via l’arsura dei perenni 37 °C, regalandoci un paio d’ore fresche. A proposito, voglio complimentarmi con Acerbis (uno dei miei sponsor): l’abbigliamento che indosso si adatta perfettamente alle diverse condizioni climatiche. Facciamo uno stop nell’ennesimo “bar del camionista” e diamo un’occhiata all’orario, che è slittato di altre due ore in avanti.
Mangiamo solo un gelato, non c’è molto tempo da perdere, oggi andremo oltre i soliti 540 km e la stanchezza inizia a farsi sentire. Nonostante i 5000 km alle spalle, però, il pensiero della Mongolia di lì a poco ci ritempra. Di nuovo in sella, ma è una partenza quasi illusoria: la ruota di Enzo si buca e dobbiamo ripararla. Il gommista a pochi metri – neanche a dirlo – è “per camionisti” e non si ritrova una camera d’aria adatta. Risolviamo da noi, con le bombolette dateci in dotazione insieme alle moto.
Durante la sosta forzata facciamo amicizia con una famiglia, parliamo ancora a gesti e ci regaliamo sorrisi, prima di riprendere il viaggio. E poi finalmente Ufa,capitale e centro economico-industriale della Repubblica di Baschiria, alquanto squallida ma con grandiose pretese da metropoli. Questa volta, infatti, sia periferia che centro città non sono fatiscenti, ma ricche di centri commerciali scintillanti e grandi magazzini. Raggiungiamo l’hotel – che è più un alberghetto – situato al 5° piano di un palazzo quasi fagocitato dagli ipermercati. Sorpresa: camere pulite e vasca idromassaggio! Non lo avremmo mai immaginato, considerato che in questa zona della Russia siamo ben lontani dallo splendore di San Pietroburgo e della Piazza Rossa di Mosca.
 


MATRIMONIO RUSSO A TOGLIATTI
 
Giunta in albergo a Togliatti vengo attratta da qualcosa di inaspettato: dal piazzale dell’hotel arrivano musica e trambusto di gente in festa. Sono in corso i festeggiamenti di un matrimonio. Mi precipito con la telecamera e inizio a riprendere: sposi al centro, parenti in cerchioattorno a loro e una figura con il microfono che – presumo – racconta la loro storia invitandoli a baci e danze romantiche.
Buon divertimento!

FORSE STING È PASSATO DA QUI
 
06 agosto 2012

– Partiamo all’alba, direzione Shandrinsk, Siberia sudoccidentale. Decidiamo di fare strada senza perderci in troppe soste, per lasciarci indietro il prima possibile la Russia ormai noiosa e pericolosa. La meta si avvicina e vorremmo essere in Mongolia il 10 agosto, per immergerci nel suo paesaggio e godere della tranquillità di questa terra.
Oggi inaspettatamente il panorama è bellissimo, soprattutto perché la strada ci regala la vista dei monti Urali. Sono tra le più antiche catene montuose esistenti al mondo. Si formarono nel tardo carbonifero, quando un continente formato dall’attuale Siberia si scontrò con il supercontinente che racchiudeva gran parte delle terre di quell’era: una combinazione di Laurasia (Europa e Nord America) e Gondwana. Europa e Siberia sono rimaste attaccate da allora. Gli Urali si estendono per 2.500 km (larghezza massima 160 km) dalle steppe kazake, lungo il confine settentrionale del Kazakhstan, fino alla costa dell’Oceano Artico.
Il paesaggio è strepitoso: intere vallate ricoperte di piantagioni di grano color oro, con al centro piccoli boschetti di pini. Uno spettacolo mai visto. Le strade sono dei tornanti deserti che di tanto in tanto attraversano piccoli villaggi, tipici per le casette in legno colorate. I famigerati TIR sembrano svaniti nel nulla e l’atmosfera è ovattata, ne restiamo piacevolmente sorpresi. Sosta e pranzo veloci, non possiamo perderci la strada nelle ore più fresche. Guadagno l‘asfalto e mi viene in mente la canzone di Sting “Fields of Gold”: penso che debba averla scritta proprio qua.
 
Lucina Marchese ed Enzo
Finalmente spezziamo il fiato, abbandoniamo la stanchezza, l’adrenalina risale e torna l’emozione di essere degli esploratori che si immergono nel
paesaggio, tipica dei motociclisti. Otto ore in moto volano d’un fiato, e ci ritroviamo improvvisamente nel nulla, in un piccolo centro che in origine doveva essere un villaggio e in seguito si è trasformato in città. L’austero fascino sovietico è rimasto intatto in questo luogo, restio ai soliti centri commerciali che ormai devastano l’ex URSS.
Ci accoglie in hotel un gruppo di ragazzini. La notizia del nostro arrivo si sparge immediatamente e nel giro di mezz’ora subiamol’invasione di piccole “cavallette” che ci toccano tutti i tasti della moto, scattano foto e pongono quesiti in russo. Vorranno senza dubbio sapere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Sfuggiamo all’orda di curiosi e troviamo un parcheggio per le moto, ma il nuovo status di “animali rari” non ci dà tregua: il custode chiama il titolare che – così incredulo da regalarci quasi la sosta – ci chiede una foto… Messe le moto “a nanna”, è tempo di doccia fresca e mega cena.

SFATIAMO IL MITO DELLA SIBERIA
 
07 Agosto

All’alba siamo già nel parcheggio per ricongiungerci con le nostre compagne di viaggio a due ruote, e incontriamo il custode che si abbandona ad una confessione: non ha resistito alla tentazione di fotografarle tutte, nei minimi particolari.
Orgogliosi, saliamo in sella per la lunga tappa di oggi, 730 kmche ci porteranno fino a Omsk, nella pianura della Siberia occidentale, poco lontano dal confine con il Kazakistan. Attraversiamo terre da sogno: immense distese di orzo e avena dominano il paesaggio, i nostri occhi sono accecati dalle forti tinte giallo oro, verde e marrone, ne sono ipnotizzati; un quadro che sembra dipinto dal pennello di Van Gogh e di cui adesso siamo parte anche noi. Questo paesaggio così colorato, ovattato e rilassante sfata laleggenda di una Siberia gelida e austera, che tutti ci aspettavamo. Invece le temperature continuano a salire, arriviamo ai 34 gradi , insopportabili, tanto che per pranzo riusciamo a mangiare soltanto un gelato. A metà strada un posto di blocco: il solito poliziotto corrotto che forte del suo rilevatore di velocità contraffatto pretende di multarci per una velocità mai raggiunta; neanche questa volta ci pieghiamo al vile ricatto, preferiamo l’ormai consueta guerra psicologica che ci costerà almeno mezz’ora di ritardo, pur di far valere le nostre ragioni. Portiamo con noi il successo ma anche un po’ di paura: in questo tratto di strada le forze di polizia sono in misura massiccia e la corruzione aumenta in proporzione. Ci consola il diminuire dei TIR, il paesaggio che cambia e diventa man mano sempre più desertico e i volti incrociati che assumono tratti asiatici, la Mongolia è sempre più vicina. Meta ambita anche da due Ucraini che ci affiancano lungo il cammino, ancora più duro per loro, la raggiungeranno a piedi. E non smetto mai di stupirmi, di trarre nutrimento da quella che credo sia la parte più entusiasmante di un viaggio: l’incontro con nuove realtà, sconosciute fino a quel momento, l’impatto con le mille sfaccettature dell’animo umano mi obbliga a ridimensionarmi, a trovare una giusta collocazione. Fino a un minuto prima ci sentivamo unici e di colpo non possiamo che inchinarci alla loro follia.
Gli ultimi 200 km ci condurranno a Omsk

BILANCIO DI VIAGGI…
 
08 agosto 2012

– La giornata inizia come sempre all’alba, ma stamattina la luce ha un calore nuovo, il paesaggio cambiaforma e significato. E non solo perchè durante la notte un fortissimo acquazzone ci regala un’escursione termica di ben 20 C° restituendoci prepotentemente il mito Siberia. Ma anche perchè oggi, a metà del nostro sogno, conquistoun’altra tappa importante della mia vita, compio 44 anni. E lo ricordano anche i miei “compagnoni di viaggio”, che sin dalle prime luci del mattino mi coccolano e festeggiano, componenti indispensabili di questo grande privilegio che sto vivendo.
Ci bardiamo di tutto punto e affrontiamo la vera Siberia, i paesaggi pian piano diventano lunari. I boschi e le piantagioni colorate d’orzo e avena sono già un ricordo, adesso attraversiamo la vera steppa, a tratti secca e a tratti terrosa. Il cielo è grigio, sembra che debba piovere da un momento all’altro e l’atmosfera si fa spettrale. Per strada nessun villaggio, solo alcune pompe di benzina ogni 200 km circa. Procediamo per chilometri e chilometri tranquillamente, ognuno assorto nei propripensieri. Li vedo fluire dolcemente, li assecondo e riesco anche a trattenerne
qualcuno. Trovo il mio filo di Arianna nel numero 8, da sempre protagonista indiscutibile della mia vita. Il simbolo dell’infinito che trasmette un senso di ordine cosmico, di continuità e di uno spazio “giusto” ed opportuno in cui svelarsi, quest’anno per me si sdoppia, per raddoppiare le sue potenzialità. La moto, come nessun’altra cosa, ti avvicina alla parte più intima di te. E io ne approfitto per guardare indietro, alla dura salita che mi ha portato fin qui; e poi di nuovo volgo lo sguardo a quello che mi aspetta, al sogno che sto per realizzare, ma anche alle inattese opportunità che attendono il mio rientro.
La mente si blocca, lo stomaco reclama a gran voce. Ci fermiamo e pranziamo in una mensa per camionisti, anche qui attiriamo abbondantemente l’attenzione: siamo talmente diversi dagli altri da saltare subito all’occhio. È bello leggere lo stupore di chi ti osserva, sai con certezza che questo incontro cambierà la prospettiva di chi lo vive, te compresa, che porterai in viaggio la stessa meraviglia.
La tappa di oggi è lunga: solo dopo 650 km raggiungeremo Novosibirsk, capoluogo dell’omonima regione nella Federazione Russa e del Distretto Federale Siberiano. Questa città è ben nota a chi ha percorso la famosa Ferrovia Transiberiana, e rappresenta un importante nodo per i trasporti (ferrovie e autostrade). La periferia non tradisce le aspettative: ancora esempi di squallido abuso edilizio che peró nascondono il fascino di un piccolo centro storico in cui spiccano piazze enormi, come piazza Lenin, caratteristiche di tutte le città visitate fino ad ora.
 
Ci ritroviamo all’interno di un parco, attirati dalle melodie di un concerto, e con la complicità di qualche bicchiere di ottima vodka, ricominciano i festeggiamenti, a cui avete partecipato anche tutti voi. A domani.

A UN PASSO DAL CIELO
 
Novosibirsk si sveglia con temperature da “brivido”, 16 gradi di rigenerante refrigerio conquistato a fatica e ideale per le attività in programma oggi.
Stamattina infatti, è previsto il ricovero delle moto in officina per il consueto cambio gomme e una generale messa a punto e nel frattempo noi potremo dedicarci ad una più approfondita visita della città, considerata la capitale della Siberia nonché il centro geografico della Russia stessa e sede di uno dei più importanti teatri dell’opera.
Dopo pranzo riprendiamo il nostro cammino, appena 200 km, durante i quali veniamo colpiti da una picchiettante grandinata, ci porteranno a destinazione, Barnaul, nel territorio dell’Altaj.
 
Ormai ci siamo, mi sembra quasi di sentire profumo di Mongolia, immagino di ripercorrere la via della seta e calcare le strade sterrate della steppa.
” in Mongolia, la terra riflette il cielo. L’ombra delle nuvole corre lungo il deserto e le steppe. Il cielo talmente vicino. Il paesaggio non si svela…”
È ancora un sogno, presto diventerà realtà. Non vedo l’ora.
 




IL PARADISO DOVRÀ ATTENDERE
 
10 e 11 Agosto
Barnaul è stata l’ultima testimone Russa del nostro avvicinamento alla tanto sospirata meta, l’ultima che ci abbia offerto la possibilità di un albergo, da stasera stasera saremo ospiti, spero non troppo invadenti, della natura, dalla quale ci separerà un’unico, flebile filtro, la tenda. Di buon mattino imbocchiamo la strada che porta a sud verso il confine con la Mongolia; inizialmente si snoda tra infinite foreste di betulle per poi inerpicarsi tra le montagne dell’altopiano Altaj, e percorrendo la valle scavata dal fiume Katun, sale, fino ad arrivare a 1700 mt, mentre la temperatura continua a dimunire .
Ma non è il freddo a togliermi il respiro, il paesaggio è mozzafiato: le pareti che delimitano la vallata cambiano immagine di continuo e in un rapido susseguirsi di fotogrammi i nostri occhi imprimono nella memoria una continua variazione di toni e colori: boschi di pinete, praterie dal verde intenso, rocce frastagliate che d’un tratto si stringono in un canion; e poi ancora laghi dall’acqua cosi limpida da brillare come il cristallo, che restituisce la sua luce a tutto ciò che illumina.
Unico segno del passaggio dell’uomo, minuscoli villaggi interamente costruiti in legno, con i tetti che stagliano in cielo tinte forti, in contrasto con quelle offerte dalla natura, protagonista indiscussa. E legittimi figli di questa meraviglia,
cavalli e mucche circolano liberamente, sotto lo sguardo poco vigile delle poche faccie che incontriamo per strada, tutte mongole.
Adagiato sul fondovalle, il fiume serpeggia ad anse irregolari, si chiude in curve strette, a gomito, e noi ce lo troviamo all’improvviso di fronte, avvolti nel suo abbraccio che ci provoca quasi un senso di vertigine. A lambire le sue incantevoli rive, un piccolo bosco, rifugio ideale per la notte, fredda, ma indimenticabile.
Ci siamo svegliati molto presto, dobbiamo coprire gli ultimi chilometri prima di arrivare alla frontiera che speriamo di raggiungere in fretta, ci è giunta notizia di possibili lungaggini, specialmente sul versante mongolo.
E in effetti le formalità con la Russia le risolviamo in fretta e senza gli intoppi che invece ci avrebbero rallentato subito dopo. Un’improvvisa e violenta grandinata ci coglie impreparati, e dopo essersi scatenata in tutta la sua furia, cede il passo ad un acquazzone dalla personalità altrettanto decisa. E se noi abbiamo imbarcato acqua nonostante le nostre tute anti pioggia, i terminali della dogana, incapaci di difendersi, sono andati in tilt, relegandoci nella terra di nessuno, tra l’uscita della Russia e l’ingresso in Mongolia. A quanto pare qui resteremo fino a Lunedì, quando gli spietati doganieri mongoli, dopo aver ossequiato il riposo domenicale, decideranno finalmente di liberare i loro ostaggi che dovranno affrontare i 5 gradi che persistono a 2400 mt di altezza. Mi sembra un film, di cui forse avrei cambiato parte della trama, ma che continuo ad apprezzare per il suo fascino.

DOVE TUTTO DEVE ANCORA COMINCIARE
 
Dopo ore di evidente preoccupazione per la sorte cui sembravamo destinati, quando meno ce lo aspettavamo,l’imperfetto ingranaggio che regola la frontiera ha ripreso il suo normale funzionamento. Ci hanno liberati! E adesso posso proprio dirlo: ce l’abbiamo fatta, ricominciamo dal chilometro 0, siamo in Mongolia!
L’entusiasmo è alle stelle, la soluzione è arrivata in tempi inaspettati, non più sperati. Queste sono le strade che bramiamo da quando siamo partiti. Ancora montagne per noi, i meravigliosi monti altaj che svettano a sud, della steppa solo un lieve profumo in lontananza, e una bufera di neve che ci aspetta minacciosa a 2600 metri d’altezza. Qui dove le strade sono sentieri e lo sterrato è intervallato da roccia, ci accoglie un soffice tappeto bianco di 20 cm che ha messo a dura prova la prontezza dei nostri riflessi, i nostri nervi e la solidità delle nostre moto; che sul morbido si sono adagiate, quasi affondate, implorando tutto il nostro impegno. Ma il desiderio si trasforma in volontà e la volontà vince qualunque ostacolo ed è grazie a questa determinazione che abbiamo superato anche questo momento di pura adrenalina. Ci ripaga questa terra che supera ogni confine dell’immaginazione, questo paradiso che ti riporta indietro ad un tempo ormai perduto, una sorta di anno zero, troppo lontano per lasciar presagire l’evoluzione futura, dove tutto deve ancora cominciare…

QUI MI CHIAMANO RAMBO
 
13 e 14 agosto
La Mongolia è uno dei luoghi più affascinanti, incontaminati e primordiali di questo pianeta. Lo avevo letto, me lo avevo raccontato, ingenuamente pensavo di essere preparata. E invece stupore e meraviglia mi assalgono ad ogni angolo, perché è impossibile descrivere ciò che chiede semplicemente di essere vissuto.
Gli spazi sono sconfinati, a perdita d’occhio, l’orizzonteappare sempre infinito, chilometri e chilometri ti si stagliano davanti senza incontrare anima viva, finchè, come per incanto, si intravedono in lontananza minuscoli villaggi. A popolarli indigeni a cavallo quasi fossimo stati catapultati nel far west all’improvviso, almeno questa è la scenografia della mia esperienza. Perché il viaggio in moto è un viaggio personale, un’esplorazione intima di ciò che sei e di come ti mette in relazione con quello che vedi e incontri. Ma è anche puro divertimento. Misurarsi con queste strade, roteare sulla sabbia, passare allo sterrato e superare guadi in cui l’acqua arriva fin su alle ginocchia mi da la sensazione di essere entrata nel parco giochi delle due ruote. Un parco giochi per adulti, in cui a volte è necessario vincere prove estreme, cercando di adattare una moto nata per la strada ai percorsi tipici di una moto enduro, e ciononostante andare avanti, sempre, e conquistare, non solo questa terra meravigliosa, metro dopo metro, ma anche il soprannome di “Rambo”, con cui ormai sono stata etichettata da quei simpaticoni dei miei compagni di viaggio.
Difficile descrivere la sensazione di benessere interiore, di pace, che mi sta regalando questa terra confinata in un mondo tanto lontano dal mio, in cui le giornate scorrono lente, dilatate, magari costeggiando il fiume katun che disegna il suo corso attraverso vallate colorate di rosso e verde, quasi fossero dipinte. Dopo un pó ritrovarmi in un’ altra vallata, molto diversa dalle prime, che sembra essere il set di jurassic park, di colpo ripiombare in un deserto roccioso e sabbioso insieme e poi ancora steppa, rossa come il fuoco, rocciosa e adornata della vegetazione che ho sempre immaginato di trovare in Africa. La sera dormiamo quasi sempre in una gher, la tipica tenda circolare ricoperta in tessuto di lana, dove vivono i pastori nomadi e le loro famiglie; e così entriamo a stretto contatto con i loro sorrisi, la loro accoglienza e disponibilità. Ma capita anche che una notte, come oggi ad esempio, campeggiamo in mezzo al nulla e godiamo in pieno di questo cielo, che da solo vale l’intero viaggio: così blu, così terso, così basso da poterlo quasi toccare.
Posso provare a raccontarvi il turbinio di emozioni che questi luoghi incantati riescono a scatenare, ma una volta qui percepireste in un istante quanto riduttive siano le descrizioni, per quanto doviziose. La mongolia va vista, e non basta. Va vissuta.
 


A PRANZO CON LE MARGHERITE
 
15 e 16 agosto
Ho letto un po’ di tempo fa che una certa Mrs. Easton, una donna inglese entusiasta e temeraria, negli anni 30, già settantenne, amava perdersi in Mongolia per mesi interi. Perché? “…perché è scomoda, perché non ci sono uomini che ti guardano, che ti giudicano. Amo questo paese forse perché amo lo spazio vuoto”
Il vuoto, in ogni suo aspetto, mantiene ancora oggi il ruolo di protagonista ed è in questo che si concretizza il vero miracolo di questa terra. Crollano i limiti di spazio e tempo, svaniscono i consueti parametri della vita cittadina: le strade trafficate, il senso di oppressione del cemento, gli spazi angusti delle case sono svaniti nel nulla. Esiste solo natura senza confini, senza riferimenti urbani, ma neanche umani. Pranzi in compagnia delle margherite che, disposte in un campo sterminato, danzano per te al suono del vento. Attraversi il rosso intenso delle vallate frastagliate da guglie, o il verde smeraldo delle praterie, respiri il profumo d’assenzio della steppa e i polmoni si aprono fino in fondo, come mai prima d’ora, e trattengono talmente a lungo la purezza di quest’aria, che per un attimo ti gira la testa.
E ti accorgi che il tempo non ti insegue più, non ne sei più schiavo, perché in fondo qui il tempo non ha motivo di esistere. La frenesia delle tue giornate, gli impegni che con fatica devi portare a termine, le scadenze che incombono, hanno lasciato il posto a un vuoto infinito che si riempie della tua libertà.
Libertà che si nutre dell’assenza di tutto il superfluo che ha dominato la tua vita fino a questo momento e che oggi lascia il campo all’essenza di ciò che sei, di quello che stai finalmente scoprendo di te, in quest’inconscia esplorazione di sentieri interiori segreti.
Il senso della vita ti appare meno urgente, perché forse l’hai trovato senza cercarlo, proprio lí, su quel manto di ghiaia rossa che ha reso tanto impegnativa la guida della tua moto. O nello stupore che questi popoli tradiscono nell’incontrarti, tanto da cedere alla seduzione delle foto e all’istinto di seguirti. E anche nei loro silenzi riesci a sentire la poesia. La forza e la determinazione di chi, pur essendo sempre solo, non soffre mai di solitudine.
Seguendo le onde dei tuoi pensieri arrivi al tramonto, lo aspetti in riva al fiume e continui a ripeterti: che pregiata opera d’arte la natura!
“VITA, STORIE E PENSIERI DI UN ALIENO”
17 Agosto
 
L’impatto con la Mongolia, per un viaggiatore occidentale, è di certo molto forte. Vale la pena farsi sorprendere, lasciarsi alle spalle il fardello delle proprie comodità e abitudini, degliitinerari già battuti. Bisogna stringere un patto senza compromessi con l’anima di questa terra, dura e spietata, in cui tutto sembra remoto ed estremo, ma al contempo accogliente e familiare.
Continuiamo a viaggiare, orgogliosi delle nostre moto, che nonostante le lunghe ore di impegno reciproco su questi percorsi estremi, continuano ad avanzare fiere e ansiose del traguardo, la conquista di ogni singolo metro. E mentre procediamo sul nostro cammino vediamo sfrecciare dei mongoli in sella a motociclette anni cinquanta o sessanta, made in URSS che
mi ricordano tanto le Gilera 125, con le quali, sono certa, avrei avuto molte più difficoltà a restare in equilibrio sui terreni sconnessi.
Invece loro ci viaggiano con grande disinvoltura, a volte anche in 4 contemporaneamente, e ci guardano sornioni, incerti se deridere la velleità di eroi con cui siamo arrivati fino a qui. 
Di certo stimoliamo la loro curiosità. In ogni minuscolo villaggio sperduto che attraversiamo, veniamo accolti come alieni, catalizziamo l’attenzione di chi probabilmente si chiede come sia possibile arrivare dal futuro nella terra senza tempo. Ci osservano, ci scrutano, ci scattano foto di continuo e spesso cercano una prova tangibile del passaggio di questi “avventurieri” un po’ grotteschi: non c’è mano che non abbia toccato le nostre moto, che non l’abbia studiata in ogni dettaglio, anche minimo.
Attraversiamo dune di prato e montagne burrose per gran parte della giornata e io ho ancora in mente il fermo immagine di stupore e curiosità nei loro sguardi.
In serata riusciamo a trovare un campo per la notte nei pressi di un piccolo villaggio. Stiamo preparando la cena quando, dal buio della notte fanno capolino tre indigeni con in serbo una sorpresa: yogurt e formaggio di capracome dono di benvenuto, ad ulteriore testimonianza della loro proverbiale ospitalità, che sopravvive al passaggio dei secoli. Oggi mi accompagna un pensiero costante: è davvero un popolo speciale.
 
LA DURA LEGGE DELLA STRADA
 
18 e 19 Agosto
 
In viaggio dal nord al sud ovest della Mongolia il nostro tragitto prevede adesso una deviazione verso sud per imboccare la via che ci condurrà alla conquista del leggendario deserto del Gobi.
Lo sguardo continua a perdersi nell’immensità di un orizzonte che qui sembra non avere mai fine. E complice il silenzio, spezzato solo dal suono del vento leggero e frizzante, i pensieri scorrono talmente fluidi da non esistere più nelle loro singole individualità.
Ma la strada, quando meno te l’aspetti, ti richiama all’ordine, inesorabile. E’ la strada che comanda, che detta tempo e velocità. Ed è l’unica in grado di metterti in difficoltà, di sfidare le tue capacità, tecniche e mentali.
E cosi quando ci troviamo a dover affrontare un guado lungo 200 metri ci prende il panico, non siamo affatto certi di riuscire a superarlo senza causare danni alle nostre moto. L’impresa si presenta ardua e cenni di stanchezza accumulata cominciano ad affiorare. Ci circonda una piccolafolla di indigeni curiosi, attirati dalle nostre evidenti tensioni. E mentre i più audaci ci aiutano alla guida dei nostri mezzi con una disinvoltura tale, da lasciar credere che qui si impari a guidare la moto prima ancora di imparare a camminare, i meno impavidi, rimasti un passo indietro, sostengono l’impresa con un tifo cosi caloroso da contribuire alla sua riuscita:finalmente, esausti, abbiamo guadato.
Grazie a questo meraviglioso esempio di solidarietà sociale, di nuovo liberi e felici, ci rimettiamo in cammino al seguito di Atek, la guida che da due giorni ci conduce attraverso le complicate piste che portano al deserto. La comunicazione passa solo attraverso gesti e disegni ma questo non ci impedisce di cogliere l’eccezionalità di un uomo che, con una precisione da far invidia ai nostri gps, si muove con istinto animalesco nei meandri di un territorio tanto vasto e selvaggio, dove la vita scorre allo stato brado, senza una doccia e un bagno da quasi dieci giorni, solo natura, da cui impariamo a trarre tutto ciò di cui abbiamo bisogno. E sdoganati i consueti schemi di riferimento, restano solo un senso di libertà, pace e purezza interiore mai provati prima d’ora. La nostra vita di sempre ci appare talmente lontana da sentirla estranea, non piu nostra, l’unico legame saldo resta quello con le persone che amiamo.
Ma la strada è ancora lunga e le difficoltà in agguato. Ad attenderci un canyon di ben 15 km, stretto tra colline basse e talmente vicine tra loro da togliere il fiato. La nostra determinazione è incrollabile, superiamo indenni anche questa prova e dopo aver visitato una meravigliosa gher trasformata in tempio buddista, procediamo dritti verso la meta.
Lungo la strada, seguiamo le piste che ci portano alle le Rupe fiammeggianti, dune fossili che, frastagliate dall’erosione, assumono al tramonto sembianze di fiamme.
Il deserto ormai incombe, a preannunciarlo numerose dune color rosso vermiglio, in cui la sabbia si mescola alla terra. È il primo impatto che le nostre ruote hanno sulla sabbia, ci concediamo solo un paio di
cadute e di slittamenti prima di padroneggiare con assoluta sicurezza le nostre pesanti BMW bicilindri che mal si adattano ai percorsi della mongolia e ci renderanno quasi impossibile l’ingresso nel gobi. Ad attenderci anche una immensa distesa di margherite e erba cipollina.
 
Verso sera giungiamo in una gher per turisti, mai incontrati fino a questo momento. Finalmente un bagno a nostra disposizione e di nuovo il piacere di una doccia e di un pasto caldo che consumiamo in compagnia di una coppia Fiorentina, che ha ascoltato affascinata e incredula il racconto delle nostre gesta avventurose.

L’ORO DELLE ONDE
 
20 Agosto
 
Eccoci nel leggendario deserto del Gobi, uno dei luoghi più desolati, misteriosi e affascinanti del pianeta. Si apre uno scenario unico, indimenticabile : l’infinito respiro della steppa lambisce di verde il fascino giallo ocra della sabbia in un contrasto cromatico che incanta la vista, le “dune cantanti“, ad ogni soffio di vento, accompagnano il passaggio dei cammelli con suoni melodici e la superficie è disseminata di lagune, sparse qua e là.
Ogni tanto una gher, con un bizzarro tetto a forma di tartaruga.
Sullo sfondo di questo spettacolo mozzafiato noi abbiamo vissuto una delle esperienze motocicliste più entusiasmanti di tutto il viaggio. Se mi avessero raccontato che un giorno avrei portato la mia gs 1200 nel deserto di certo non ci avrei creduto, non lo avrei ritenuto fattibile. E invece le mie due ruote sono state accolte con entusiasmo da questa sabbia coloratissima; e poiché è risaputo che nel deserto,o dai gas o affondi, oggi ho dato il massimo, ed è stato divertimento allo stato puro.
Dopo questa giornata strepitosa ci allontaniamo dal Gobi per cominciare la risalita, sulla strada del ritorno. Il paesaggio cambia ancora, mantiene inalterato il suo incanto, ma diventa via via sempre più verde. Troviamo un campo libero in cui piantare le tende e ripararci dal freddo dei 4 gradi serali, certi che domani mattina ci sveglieremo in compagnia del ghiaccio.
 


21 Agosto
 
Come previso stamattina troviamo tende appesantite dal ghiaccio accumulatosi durante la notte, anche le moto sono ricoperte da una sottile lastra bianca.
Facciamo colazione e imbocchiamo la strada del ritorno, diretti alla capitale, Ulan Bataar, dove arriveremo domani.
È il momento di dire addio alla libertà, agli spazi senza confini, alle strade sterrate, al silenzio della natura.
Ci fermiamo a pranzare in una gher in compagnia di alcuni pastori. E cosi salutiamo questo popolo meraviglioso, allegro e tenace al tempo stesso, che ci ha commosso con la sua ospitalità, che nella povertà ha scoperto la ricchezza dell’anima, fiero della sua storia e delle sue tradizioni; un popolo che ci ha insegnato che il rispetto è il miglior stile di vita, la famiglia e le risorse della terra i valori più importanti. È il momento di tornare a quello che, comunemente, è considerato il mondo civile.
Proseguiamo e nel pomeriggio approdiamo in una città-villaggio, Zumood, un grande paese che appare come una via di mezzo tra un villaggio con gher e una città deturpata dai condomini. Cenni di un progresso che incombe, ormai prossimo, di cui comincio a percepire le ansie che mi attanagliano la gola.

22 e 23 Agosto
Stanchi ma soddisfatti della nostra impresa appena conclusa, arriviamo a Ulan Bataar, capitale che ospita quasi i due terzi dell’intera popolazione della Mongolia. Lasproporzione ci appare subito evidente.
Davanti a noi una metropoli immensa, caotica, sporca e inquinata, una babele che ci confonde e quasi ci soffoca. Disorientati dal traffico assordante arriviamo alla dogana per imbarcare le nostre moto all’interno dei container che le riporteranno in terra natia.
 
Alla dogana, un’inquietante discarica, salutiamo le nostre insostituibili compagne di viaggio, vere protagoniste di questa incredibile sfida e ci immergiamo nuovamente nell’irrespirabile aria malsana.
Il rientro è snervante, file interminabili di macchine si muovono a passo d’uomo nell’unica lingua di asfalto che serpeggia in modo irregolare sulle piste sterrate, dove gli orrendi edifici condominiali e le fabbriche si alternano alle poche gher che ancora resistono in periferia. Questo crea un’inconsueta commistione tra uomini d’affari e pastori che convivono in un
mega villaggio sporco e caotico snaturato a tratti da grattacieli e centri commerciali.
Ulan Bataar è obiettivamente brutta, ma i paradossi
che la caratterizzano le attribuiscono una forte e affascinante personalità che per quanto fin qui visto, rappresenta per questa terra unascheggia di futuro…….
Vedere le Gher mi riporta indietro, alle difficili tappe di un viaggio che sembrava irrealizzabile e che invece giorno per giorno e’ divenuto realtà.
Ripercorro adesso nella mia mente i luoghi, le strade, i volti i pensieri e tutto quello che per me e’ stato decisivo per arrivare fin qui. Adesso ho un nuovo obiettivo: tornare a casa.

LA CIVILTÀ É LA NOSTRA PRIGIONE?

24 Settembre 
 
“Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione? ”
E le nostre prigioni più anguste hanno spesso sbarre invisibili, camuffate dalla comodità del progresso, dai ritmi imposti da una civiltà che qualcun altro ha costruito per noi, umili soldati nella battaglia della nostra vita, a cui troppo di rado è concesso il plauso della vittoria.
Poi un giorno varchi la frontiera della Mongolia e le certezze che custodisci con cura nel bagaglio, svaniscono, di colpo non hanno motivo di esistere, il loro senso si perde nel silenzio della solitudine. Non hai scampo: comincia un viaggio a ritroso, nel tempo e nello spazio, la dimensione è insolita, e il tuo ruolo diventa marginale, l’unica degna della ribalta è la natura, dura e selvaggia, per nulla disposta ad ammettere invasioni.
La sensazione è che qui tutto debba ancora cominciare, la storia non ha ancora inciso un vissuto da tramandare. Un’intuizione inattesa ti suggerisce la possibilità che un pezzo di storia potrai scriverlo anche tu, insieme alle tue due ruote, ma ti serve il coraggio di sdoganare il limite delle sovrastrutture su cui hai posto le basi, mettendo al riparo la tua vera identità.
L’impatto è brusco. Avevi immaginato quanto duro e impegnativo potesse essere il percorso, mala realtà oltrepassa il confronto con le idee, e tuo malgrado scopri di non essere abbastanza preparato. Non sai ancora quanti sforzi dovrai imporre al tuo corpo per affrontare distanze senza pudore, che si esibiscono su piste prive di comodità umana: sterrato, pietraie, guadi, pantani, neve e sabbia, sempre diversi e sempre più impegnativi, in sella alla tua moto per almeno nove ore al giorno, durante le quali ogni metro è una conquista, una medaglia al merito della preparazione fisica e tecnica che ti ha consentito di arrivare fin qui. Ma ancora non basta. Devi abbandonare strati consolidati di freni inibitori, di blocchi sociali, che sorreggono la tua immagine ma ti impediscono di guardare chi sei, finché decidi di tornare all’istinto primordiale che ti rende figlio di Adamo ed Eva. E così scopri che i tuoi limiti non hanno confini, se non quelli che tu stesso scegli di tracciare; ogni giorno sempre più lontani. All’inizio ti sembra impensabile affrontare un simile impegno senza il conforto di un comodo e caldo giaciglio a fine giornata, hai a disposizionesolo campeggi liberi. E soprattutto non credevi possibile che la polvere e il sudore non sarebbero stati lavati dall’acqua rigenerante di una doccia, che allentando le tensioni accumulate durante la giornata ne facilita la metabolizzazione, segnando uno stacco necessario ad affrontare quella successiva.
Invece resti in collegamento continuo con la natura, in una sorta di sodalizio che vi unirà nella buona e nella cattiva sorte, giorno dopo giorno; un rapporto che nasce come imposto, per volere di una forza troppo più grande di te che non ti offre scelta se non quella di piegarti, ma alla quale finisci per abbandonarti, a poco a poco ti scopri disposto ad allentare la morsa delle abitudini evolutive di cui sei schiavo e scopri la tua libertà in un ciclo di vita scandito da ritmi nuovi, insoliti, entri in una nuova normalità in cui le esigenze considerate da sempre primarie perdono come d’incanto la loro importanza.
Ti rendi conto che ogni limite superato, te ne presenta subito un altro sul quale riuscirai a vincere perché scopri di avere delle risorse illimitate che vanno oltre la conoscenza e le aspettative che hai di te stesso. Adesso sai che ti sarà impossibile bloccare questo ciclo virtuoso, il prossimo viaggio sarà ancora più avventuroso, la prossima sfida ancora più impegnativa, e questa determinazione ti aiuterà nella lotta contro le paure che rallentano la tua vita di sempre.
 



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