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Marzo 2014 - ancora Iran e Kurdistan

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 03-04-2014
  • Destinazione Iran
  • Avventura in: Bici
IL KURDISTAN DEGLI ESTREMI
 
La breve ma intensa storia d’amore con questa incredibile regione del Nord-Ovest iraniano, il Kurdistan, è quasi giunta al termine. Prima di lasciarci, però, si concede sotto due facce opposte: da una parte un remoto villaggetto e la sua vita pregna di tradizioni, dall’altra un giovane rampollo e i quartieri alti di una grande città.
Sono giornate di lunghe pedalate e velocità costante, dove le distanze si misurano in multipli di 20 km e le rare salite e discese sono cosi dolci da essere a malapena percettibili sulle gambe. In questo arido paesaggio color terra non si vedono alberi ne arbusti, e se non fosse per questa lunga linea d’asfalto che ne rivela la provenienza terrestre, penserei di star pedalando sulla luna. Ci troviamo proprio qui, sulla luna, quando il sole, appena calato, lascia spazio a un breve crepuscolo e poi all’oscurità della notte. Abbiamo già percorso 5 tratti da 20 km e l’ultimo centro abitato risale a parecchie ore fà. Intorno a noi solo l’ombra delle montagne che si sta già sciogliendo con il blu di questo cielo tempestato di diamanti.
L’occhio di Pablo, 12 mila chilometri più esperto del mio, intravede un bagliore a qualche centinaia di metri sulla destra. E’ l’unica speranza di trovare almeno un po’ d’acqua o, al massimo, ospitalità. Nel buio pesto cerchiamo una stradina da seguire che non troviamo, quindi a mano trasciniamo le bici che, su questo terreno crepato e roccioso, sbuffano ad ogni sobbalzo. Arrivati, ci facciamo strada tra questi vicoli di terra battuta, è tutto così piccolo, cosi a dimensione d’uomo, che si vedono le nostre teste spuntare dai tetti bassi di questi isolati lunghi poco più di 5 metri. Girato l’angolo ci imbattiamo in un gruppo di uomini vestiti alla kurda che discutono nella penombra. Nel vederci, immaginatevi che visione, si zittiscono all’istante e, solo dopo aver scoperto la nostra nazionalità rompono il silenzio con un brusio di voci compiaciute.
 
Veniamo immediatamente traslati all’entrata della moschea, una ventina di passi più in là, e qui, un vecchio di nome Nasser e suo figlio Ajò, senza sprecare troppe parole, ci invitano a seguirli. Finiamo all’interno di una casa dove, dopo esserci tolti le scarpe, stringiamo la mano a ognuno degli oltre 30 signori seduti lungo il perimetro del lungo salotto. Ci fanno lavare mani, faccia e piedi prima di accomodarci in una stanzina adiacente alla sala, dove un neonato addormentato e nascosto sotto una coperta di lana rischia di esser calpestato da tutti. Nonostante la folla, nella casa regna il silenzio, che viene interrotto ciclicamente dal blaterio di qualcuno, subito seguito da un coro di blaterii di supporto. Poi silenzio di nuovo. Ci viene servito un piatto di riso e pollo e del chai. Dalla sala ogni tanto qualcuno viene a farci visita, mantenendo sempre il silenzio. Ad un certo punto, dopo una sessione di blaterii, tutta la folla si alza e, silenziosamente, se ne và.
 
Ajò ci porta a casa sua, qualche isolato e pochi passi più in là, e ci prega di metterci a nostro agio stendendo le gambe sui tappeti del suo salotto. Ora possiamo parlare, come prevedibile però nessuno conosce l’inglese, e la comunicazione si riduce ben presto a semplici sguardi. L’urgenza di parlare è assente, ciò che conta è avere la pancia piena, stendere le gambe ed essere al caldo. Spesso vengono offerti melograni, mandarini, uva e semi di girasole per coccolare l’ospite che, come abbiamo avuto modo di capire, in Kurdistan è sacro come in nessun’altro paese visitato finora. Ajò ci accende la televisione, un cubo nell’angolo della stanza che, a nostra sorpresa, trasmette la BBC. Siamo in mezzo al nulla, in questa casa di terra e due lampadine e da questo cubo esce la voce di un giornalista che presenta una notizia dopo l’altra con una rapidità alla quale la mente, ormai non più allenata, fa fatica a star dietro. Le orecchie osservano più che ascoltare e solo alcune parole trapelano da quello che altrimenti non rimarrebbe altro che un ronzio confuso. Sembra che gli USA spiino la Francia, che le Blue Mountains brucino, che il Berlusca sia ancora in tribunale. Niente di più lontano.
La mattina seguente partiamo lasciandoci alle spalle questo villaggetto che, sotto la luce del sole, rivela il suo color sabbia che lo confonde con il resto del paesaggio. Siamo diretti a Sanandaj, la prossima grande città dove dovremmo essere ospitati da un certo Armen, un ragazzo incontrato su Couchsurfing.
 
Con un messaggio conciso Armen ci dice di aspettare
i suoi amici all’incrocio. Sono loro che ci verranno a prendere. Infatti, poco più tardi veniamo prelevati in una rotonda da due dei suoi scagnozzi e scortati fino ad un locale alla moda nella periferia della città. Qui ci sono varie teche di vetro all’interno delle quali giovani dai vestiti sgargianti si intossicano coi fumi della Shisha e ridacchiano smaliziati. Armen lo troviamo dentro uno di questi acquari, è in compagnia della fidanzata che, almeno dal punto di vista estetico, rappresenta tutto il contrario di quello visto finora: un chador, che più che chador sembra un foulard di Hermès, copre timidamente una folta capigliatura biondo platino, pesanti strati di trucco evidenziano labbra e occhi, pantaloni attillati e maglietta scollata lasciano poco spazio all’immaginazione. La freschezza della vita di strada che accompagna me e il mio collega si fa subito sentire e i ragazzi aprono le porte dell’acquario per far circolare l’aria. Arman è uno a cui piace fare il duro, ha 22 anni ed è ricco. Esordisce con due frasi degne di nota: “Il sole è calato, gli occhiali non ti servono più” e “Forse non lo sai ma in Iran è maleducazione fissare la gente negli occhi”. Mi è già simpatico. Si uniscono altre 2 coppie, amici di Arman, e l’età media non supera i 20 anni. Ci vuole poco per capire che apparteniamo a due generazioni diverse. Altre battute memorabili sono “Suo padre è un povero contadino che guida il trattore, ahaha!”, “Io abito nella Up-Town dei ricchi, non nella Down-Town dei poveri” e, altra battuta da interpretare “L’Iran è un paese libero perchè tutto quello che è illegale, in realtà, è legale”. Sguardi interrogativi. Dopo aver passato il pomeriggio a fumare Shisha e ordinare cibo destinato a rimanere nel piatto, i ragazzi ci portano in cima alla collina più alta della città dalla quale si gode di una vista stupenda, ma fa freddo, e questi giovani in magliettine attillate il freddo lo sopportano molto meno dei loro stoici padri kurdi quindi, consumata la bella vista torniamo in macchina diretti verso Up-Town. Qui ci rifugiamo nell’appartamento privato di Arman, regalatogli dal padre, del valore di 50 mila dollari, ma prima di entrare ci vengono dettate due importantissime regole da rispettare: 1) essendo 5 uomini e 3 donne, e considerando che nessuna di loro è nostra moglie, è imperativo fare silenzio per non attirare l’attenzione di nessuno, 2) E’ severamente vietato sporcare la moquette o le pareti appena imbiancate.
 
Ok boss. Si è fatta ora di cena e, a nostra insaputa, Armen, che non ha più voglia di uscire dall’appartamento, ha mandato uno dei suoi amici a comprarci una scatoletta di pollo e maionese che consumiamo mentre loro guardano video su Youtube. Parlare con questi ragazzi è necessario perchè non amano il silenzio ma, devo ammettere, è tutt’altro che facile. Sono schivi e le poche volte che ti ascoltano è perchè si aspettano una cazzata che li faccia ridere. Arman riesce a raccontarmi che i suoi genitori non sanno che lui è fidanzato e, se dovessero scoprirlo, probabilmente lo obbligherebbero a interrompere la relazione, anche con la forza se necessario. Il motivo principale è che le due famiglie non si conoscono e, oltre a questo, i modi e i costumi della ragazza non farebbero altro che ostacolare la già remota ipotesi di una trattativa. Per le altre 2 coppie la storia è simile e quindi, questo appartamento rappresenta la loro unica opportunità di vivere le loro relazioni clandestine. Passare il tempo con loro diventa un susseguirsi di attività confuse che riempiono i minuti, le ore, e hanno come unico obiettivo quello di scacciare la noia. Le preferite sono ordinare cibo, consumare alcohol e rincretinirsi davanti a Youtube. Chissà. Anche io, soprattutto a quell’età, sfuggivo dal silenzio e dalla noia senza sapere bene il perchè. Poi ho scoperto che sfuggivo da me stesso prima di capire che la vera sfida dei nostri tempi è quella di avere il coraggio di essere se stessi. E cosi, la mia reazione è stata quella di incamminarmi per un lungo viaggio alla scoperta della mia essenza. Due requisiti sono stati però fondamentali, senza i quali non mi sarei potuto allontanare neanche 10 metri dal portone di casa: il primo, un passaporto di un paese che, nonostante le critiche, gode di buone relazioni con la maggior parte degli altri paesi del mondo e, secondo, l’appoggio incondizionato dei miei cari. Senza questi due privilegi, chissà.
 
MONARCHIA, DITTATURA, REPUBBLICA E TEOCRAZIA IN IRAN
 
Così
come successe in Italia nel 1946, anche in Iran si andò a dormire con una Monarchia e ci si risvegliò con una Repubblica. Era il 30 marzo del 1979 quando, stando a quello che le parole ‘Monarchia’ e ‘Repubblica’ definiscono, il potere passò dalle mani di un solo sovrano a quelle del popolo. Per l’Iran, però, queste definizioni non sono cosi scontate come lo sono per noi e, per capire meglio come questo passaggio abbia cambiato il paese, è necessario conoscere qualche dettaglio in più.
 
Fino al 1979 l’Iran era nelle mani dello Shah di Persia, Sua Maestà Reza Pahlavi, succeduto al padre a soli vent’anni e probabilmente uno degli unici monarchi persiani a ricevere un’educazione di stampo internazionale. Forse anche per questo motivo la sua politica è sempre stata estremamente favorevole all’occidente, il quale, con le sue multinazionali non ha perso occasione per sfruttare avidamente le risorse del paese secondo i propri interessi. Lo Shah sognava un paese potente, laico e moderno ed è per questo che, tra le altre, introdusse riforme rivoluzionarie come il suffragio femminile e il diritto al divorzio. Purtroppo però nessuno è perfetto, e questo valse anche per Sua Maestà Imperiale, la quale, peccando di avidità e protagonismo, si intascò la maggior parte dei proventi del petrolio, la risorsa principale del paese, e represse violentemente qualsiasi tipo di opposizione con l’aiuto della Savak, la sua brutale polizia segreta.
 
Stando ai racconti della gente incontrata per strada, fino a 35 anni fa, in Iran si godeva di libertà e benessere socio/economico elevati: gli iraniani viaggiavano per il mondo, mentre gli stranieri che volevano visitare il paese trovavano le frontiere aperte; nelle strade di Tehran riecheggiavano le note di feste dove l’alcol scorreva a fiumi e la mancanza del velo accompagnava una libertà di costumi normale per l’epoca. Tutto questo iniziava a vacillare solo se eri coinvolto in attività anti-governative, reali o presunte. In tal caso i rischi in cui potevi incappare erano grossi: si parla di centinaia di migliaia di incarceramenti e migliaia di torture ed esecuzioni.
 
Nel 1979 avvenne la rivoluzione iraniana che inaugurò la Repubblica Islamica con un bagno di sangue. L’Ayatollah Khomeini, rientrato dopo anni di esilio al quale lo Shah lo aveva costretto per dare un freno alle sue iniziative contro il governo laico, salì al potere appoggiato da un popolo ormai stanco della politica repressiva ed inefficace del monarca e che vedeva in lui l’unica via d’uscita dal regime. Riconosciuto dai principali esponenti religiosi islamici come esempio buono e giusto da imitare, Khomeini si dichiarò Guida Suprema del paese creando un modello di potere senz’altro originale: sarà compito suo, infatti, approvare il capo dello stato, controllare l’operato del Parlamento e guidare le forze armate. Insomma, la Guida Suprema avrà l’ultima parola su tutto e il suo dovere sarà quello di allineare il paese alla Shari’a, o Legge di Dio.
 
Le prime azioni di Khomeini furono esemplari. Ordinò l’arresto, l’esilio o la fucilazione di migliaia di collaboratori dello Shah, la presa in ostaggio di 54 funzionari dell’ambasciata americana a Teheran, introdusse la pena di morte per adulterio e per bestemmia, abolì il divorzio e l’aborto, bandì le bevande alcoliche e il gioco d’azzardo, iniziò le persecuzioni contro gli omosessuali e, per le donne, impose il velo e abbassò dell’età minima per il matrimonio a 9 anni.
 
Oggi l’Ayatollah Ali Khamenei ha succeduto Khomeini anche se la politica di forte stampo moralista e l’idea che l’occidente sia “Il grande Satana del mondo”, sono rimaste. Anche vari capi di stato si sono succeduti e, il penultimo, Mr Ahmadinejad, sempre fedele alle volontà della Guida Suprema, in 8 anni di governo ha portato il paese allo sfascio. La sua politica anti-americana e, soprattutto, la determinazione a portare avanti un programma nucleare, hanno fatto sprofondare il paese in una crisi economica senza precedenti: Stati Uniti ed Europa hanno proibito l’importazione, l’acquisto o il trasporto di greggio iraniano e minacciano di tagliare fuori dal loro sistema finanziario chiunque conduca transazioni con la banca centrale del paese. Questo ha provocato un congelamento delle attività dell’industria petrolifera, che rappresentava una delle principali fonti di lavoro in Iran.
 
L'IRAN DELLE CONTRADDIZIONI...MONARCHIA O
REPUBBLICA?
 
Ad Hamedan sono stato ospite a casa di Nader, un ragazzo di 26 anni neolaureato in ingegneria chimica a pieni voti. Cerca lavoro da 2 anni, ma nonostante gli infiniti colloqui ai quali viene convocato, non ha ancora avuto fortuna. Ha imparato l’inglese da solo perchè con la disoccupazione alle stelle, la competizione tra i giovani è sanguinolenta e conoscere l’inglese è un vantaggio che può fare la differenza. Mi mostra un blocco di quadratini di carta sopra ad ognuno dei quali ha scritto a mano una parola, il suo significato, sinonimi e contrari. Sono dieci mila e li conosce tutti a memoria. Raramente ho sentito un inglese cosi perfetto. Spera di trovare uno di quei lavori che lo spediscono in cima a piattaforme petrolifere in mezzo al mare, in tal caso i contratti prevedono 2 settimane di lavoro e 2 di pausa. In questo modo potrebbe avere abbastanza tempo per trovare una ragazza, sposarla e passarci del tempo assieme, pur guadagnando uno stipendio. Ad Hamedan la probabilità di trovare un lavoro è praticamente inesistente. La settimana prossima avrà il secondo colloquio per una grossa azienda a Teheran che gestisce alcune piattaforme nel Golfo.
 
Conoscendo questi fatti diventa più facile comprendere quegli iraniani che, nel raccontare la storia recente del loro paese, preferiscono sostituire i termini ‘Monarchia’ e ‘Repubblica’ con ‘Dittatura’ e ‘Teocrazia’. Giudicare cosa sia meglio per gli iraniani non è facile, certo è che molti hanno la sensazione di essere passati dalla padella alla brace. Se all’epoca dello Shah la ricchezza era mal distribuita e la libertà di opporsi, violentemente repressa, almeno la gente poteva viaggiare e divertirsi, due grandi valvole di sfogo. Oggi pensare di uscire dal paese con un passaporto iraniano è una pazzia che pochi si concedono. Uno di questi è un altro Nader, questa volta di Teheran, che, racconta, dopo quasi 11 mesi di lavoro ininterrotto era riuscito a ritagliarsi una vacanza di 10 giorni in Messico. Una volta atterrato nella capitale, le autorità aeroportuali di Città del Messico lo hanno sbattuto in carcere per 3 notti prima di rispedirlo a casa perchè incerte sui motivi del suo soggiorno. Oppure, in un’altra occasione, dopo circa 9 mesi di transazioni burocratiche sfiancanti, era riuscito ad ottenere un visto per l’area Shengen che gli concedeva di rimanere in Europa per non più di 8 giorni.
 
E magari fosse solo la difficoltà a viaggiare l’unico ostacolo per un cittadino di questo paese. Se hai la sfortuna di nascere donna, e qui, al di fuori delle grandi città, la maggior parte dei padri la considera ancora una sfortuna, dalla prima comparsa del ciclo mestruale sei obbligata a coprirti il volto con un velo, devi rimanere vergine fino al matrimonio, rischi la pena di morte per adulterio e, in generale, avrai molti meno diritti dell’uomo. Oltre a questo, camminare mano nella mano con una ragazza che non sia tua moglie, tua sorella o tua madre può darti problemi, bere una birra, può portarti frustate, criticare il Leader Supremo può portarti al carcere, fischiare, cantare o ballare in pubblico può portarti portarti sguardi di disapprovazione.
 
Detto questo, possiamo dire che sia meglio la Monarchia o la Repubblica?

Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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