Adventure4You Shop



« Torna alla lista

Luglio 2013 - direzione Balcani

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 01-04-2014
  • Destinazione Italia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Albania, Montenegro
  • Avventura in: Bici
LA VISITA ALLA PECORA NERA
 
Dopo aver guardato una trasmissione dedicata a lui su MTV, mi sono fissato nella memoria che da qualche parte, sparso nelle campagne del Friuli, vive un ragazzo di nome Devis che porta avanti il suo progetto, Pecora Nera, alla riscoperta di una vita essenziale, con un forte legame con la terra. Il suo progetto ha sucitato qualche interesse nella volgare macchina mediatica che, prelevandolo, masticandolo e sputandolo qua e la, per necessita’ di marketing lo ha definito come il ragazzo che ci dira’ come vivere con 200 euro al mese, oppure come un pazzo contadino moderno (chi e’ il vero pazzo Devis?). Se volete farvi la vostra idea, leggetevi il suo libro, pluripremiato, oppure andate direttamente a fargli visita a Raveo.
 
Io, che voglio arricchire questo viaggio di incontri positivi, ho deciso di andarlo a trovare per conoscere lui e il suo progetto di persona, cosi, dopo essermi lasciato alle spalle le vette piu alte delle Dolomiti, ecco che, dopo un’ultima curva, all’entrata del paesino di Raveo, riconosco l’esatta inquadratura vista su MTV: una piccola e buffa casetta di legno, un lungo terreno coltivato ed un politunnel, il tutto immerso in una vallata abbracciata dalle dolci montagne della Carnia.
 
A Devis gli avevo gia’ accennato via mail che nell’arco delle future due o tre settimane gli avrei fatto visita, ma si sa, i tempi della bici raramente mantengono la loro parola, cosi che, a Raveo ci arriviamo solo pochi giorni dopo il nostro primo contatto. Se la sagoma che intravedo all’orizzonte e quella di Devis, allora capisco che anche lui non si aspetta il nostro arrivo, anzi, dal linguaggio del suo corpo sembra stia pensando “Minchia, sono venuti veramente!”.
 
Finalmente ci stringiamo la mano, i suoi occhi sono azzurri, me li ricordavo neri, sono contento di trovarmi qua e, grazie allo spirito di adattamento estremo che questo viaggio mi obbliga ad avere, mi sento come se fossi a casa mia, tra i miei simili. Devis ci concede la sua buffa casa di legno della quale sono gia’ innamorato. Lui dorme nella Tepee che ha da poco inaugurato. Passiamo un paio di giorni con lui e qualche frequentatore abituale del posto, tra cui Ambra ed Eros. Conosciamo Monica, fidanzata di Devis, ragazza tutta d’un pezzo. Conosciamo anche Devis che si rivela essere una persona con un’instancabile voglia di fare, con una grande passione per la sua terra ed i suoi frutti, capace di ascoltare e di regalare grossi stimoli grazie alla sua cultura ed alle sue valorse esperienze di vita. Mangiamo polenta fatta con il mais del suo campo, togliamo erbacce, passeggiamo al torrente risalendolo fino alle cascate, proviamo un prototipo di stufa a pirolisi, parliamo e stiamo in silenzio, in pace.
 
Augurando a Devis che il suo sogno di viaggiare il sud America in bici con la Monica si avveri il prima possibile, gli passo la parola. Grazie ancora e in bocca al lupo per il vostro fantastico progetto. Mandi!
 
CIAO CIAO ITALIA, DIREZIONE BALCANI
 
Finalmente, dopo circa un mese a zonzo per il Bel Paese, diamo inizio alla parte più esotica di questo viaggio. Si aprono le porte dell’estero, del nuovo, del diverso. L’allontanamento dalla mia cultura e l’avvicinamento verso nuove culture avverrà in modo lento e graduale, con il ritmo che solo la bicicletta ti può dettare, e più aumenteranno i chilometri, più le differenze si faranno marcate.
21 giugno, benvenuta alla giornata più lunga dell’anno. Sveglia nel bosco sloveno e mattinata con musica nelle orecchie. Grande positività, mi sento che sto affrontando una prova che mi da l’opportunità di capire diverse cose. Non mi sento più dominato dalla ragione, ma ogni giorno che passa sono sempre più attratto dalle sensazioni, dalle intuizioni, da quella conoscenza istintiva e millenaria che ognuno di noi porta dentro di sé, e che nasconde un mondo, un mondo libero dai limiti della razionalità.
Rientriamo in Italia per qualche km, poi di nuovo Slovenia e, per la prima volta, Croazia. Alle frontiere ci fanno un po’ di storie per il passaporto di emergenza che Pablo si è fatto fare dall’ambasciata argentina a Roma perché aveva finito le pagine di quello vecchio. Il problema di questo nuovo, oltre al fatto che è tutto compilato a mano, è la foto, in particolare i capelli: sembra la cresta di un tacchino. Un tacchino poco raccomandabile. Arriviamo comodamente nella spiaggia di Rijeka, Fiume, ci accomodiamo sulle rocce, bagno e cena. La luna quasi piena riflessa sul mare ci accompagna tutta la notte mentre dormiamo sulla apparentemente tranquilla spiaggia, che si
rivela poi essere molto frequentata anche di notte. Ragazzi ubriachi non ci disturbano troppo, una coppietta copula nei lettini di fianco a Pablo che, come al solito, non si accorge di niente. Ci si sente protetti sotto il cielo stellato, il mare a pochi passi e il chiarore della luna.
All’indomani sveglia con bagno in mare, non si può chiedere di meglio. Iniziamo a pedalare nella strada costiera, la numero 8, dove le auto sfrecciano come fosse un’autostrada. La Croazia, con le carreggiate strette, lo scalino tra l’asfalto e il guardrail, per noi cicloturisti è troppo pericolosa. Alla fine di una galleria, a causa di una curva, le macchine che arrivano a più di 100 all’ora non possono vedere la coda che si sta creando a pochi metri da loro e, nonostante io mi fermi a sbracciarmi per farli rallentare, molti hanno slittato sul cemento tra i fumi delle ruote inchiodate, a 2 metri dalle nostre gambe.
Purtroppo ci tocca rimanere sulla stessa strada ancora per parecchi giorni. Ad un certo punto, dall’alto, intravedo una struttura di legno sospetta che si erge alta dalla riva e sporge su uno specchio d’acqua bello profondo. Scendo e chiedo all’unico signore che sembra del posto se ci si possa tuffare. Lui mi dice che, se sono capace, non ci sono problemi. Mi arrampico sulla cima di questi due tronchi paralleli sorretti da due tiranti d’acciaio e, una volta arrivato in alto, tutta la struttura inizia ad ondulare paurosamente. Da sopra sembra più alto dell’arco di roccia del golfo di Orosei dove sono solito tuffarmi e che uso come unita di misura. Se non mi tuffo nel giro di un secondo sono sicuro che il panico prenderà il sopravvento. Mi lascio andare. La sensazione è pazzesca, l’impatto violento ai limiti del tollerabile. Pablo purtroppo non mi riesce ad immortalare in volo perché la macchina non mette a fuoco. Il signore mi dice che è alto 12,40 metri e che in passato serviva da vedetta per avvistare i tonni prima della mattanza. Ottima pausa. Riprendiamo a pedalare alla ricerca di un posto dove dormire…
 
DA RIJEKA IN POI...TRA PEDALATE E INCONTRI
 
… La mattina ci svegliamo con il sole che sorge, non sono neanche le 6. La pace ha invaso i nostri corpi e le nostre menti, la voglia di meditare è troppa. Ci sistemiamo sulla punta del faro con la distesa di mare davanti e intorno a noi e il sole, ancora debole della mattina, alle nostre spalle. Meditiamo per un’ora intera, out of the solar system and back. Coroniamo questa mattinata di pura estasi con un bagno nel blu profondo. In mare siamo noi e nessun altro.
Come d’accordo, imparto a Pablo la prima lezione di nuoto a stile libero e gli insegno a tenere gli occhi aperti sott’acqua. Gli si apre un mondo fino a quel momento sconosciuto ed ovviamente non vuole più uscire dall’acqua! Una volta fuori, rilassati sotto il sole, affrontiamo il discorso delle nostre abitudini alimentari in questo viaggio, avendo manifestato già varie volte di volerle cambiare con altre più salutari. Troppo spesso ci capita di entrare affamati in grandi supermercati pronti a svaligiare gli scaffali. Il risultato è quello di trovarci con la panza riempita all’orlo, il portafogli svuotato e nessuna energia per pedalare. Un controsenso totale, sintomo che c’è qualcosa che non va. Ci rendiamo conto di approcciarci al cibo in modo quasi compulsivo. Dobbiamo provare a gustare il cibo invece di divorarlo e imparare ad ascoltare il nostro corpo invece di riempirlo fino al limite. Pensiamo bene quindi di iniziare da subito ad applicare un po’ di disciplina e decidiamo di digiunare per questa giornata. O meglio, di mangiare tutto quello che ci rimane, ossia 3 fichi e 2 prugne secche a testa. La giornata scorre tra lunghe nuotate a largo, improvvisazione di flauto Bansuri e armonica e quei sacri momenti dove ci gustiamo un frutto come se fosse l’ultima risorsa di cibo su questo pianeta. Per noi in effetti era cosi.
Verso sera due giovani ragazze e il loro bizzarro cane che respira rumorosamente ci raggiungono al faro. Facciamo la loro conoscenza, sono di Zagreb, si trovano qui in vacanza e l’inglese dicono di averlo imparato guardando i cartoni animanti di Cartoon Network. Dopo il liceo il loro sogno è di iniziare a produrre prodotti cosmetici a base di canapa. Infatti per la canapa nutrono una vera e propria passione, tant’è che iniziano a rollare spinelli a ruota libera invitandoci a giocare a Uno di cui sono veramente fanatiche. Evitiamo di fumare altrimenti rischiamo di metterci a brucare gli arbusti secchi dalla fame e, mentre il buffo cane continua a mangiarsi cartine e a leccare la cenere degli spinelli, le ragazze, forse demotivate dalle nostre scarse competenze
al gioco, ci salutano e scompaiono barcollando al chiarore della luna.
Io e Pablo, dopo gli ultimi 300 morsi dati all’ultimo fico rimasto ci addormentiamo con in mente una sola cosa: la colazione.
 
DA SPALATO A DUBROVNIK IN BICICLETTA
 
La nostra discesa lungo la costa croata prosegue e ben presto ci rendiamo conto che la scelta di voler stare a lato del mare ci obbligherà a vivere la Croazia più turistica, quella dove si parla inglese, dove si mangia pizza, dove tutto costa più caro, quella Croazia insomma che a stento riesce a mostrare il suo lato più autentico. Questo ci servirà da lezione la prossima volta che, mappa alla mano, pianificheremo il nostro itinerario futuro.
 
Entriamo nella città di Zadar a pomeriggio inoltrato alla ricerca di un punto internet. La periferia che raggiungiamo dopo aver superato in apnea la zona industriale è piena di edifici che sembrano essere blocchi di cemento abbandonati e sbucati da sottoterra come funghi, che donano al posto un’atmosfera di decadenza, miseria e aridità umana, alla quale farò fatica ad abituarmi strada facendo. Il centro cittadino invece regala ben altre sensazioni: è un formicaio di turisti a piedi e i bar sono affollati di gente che beve cocktails costosi sforzandosi di ascoltare le parole del vicino che ormai volano libere nell’aria perchè il bip proveniente dall’iphone vince su tutto e tutti. Sono tutti abbronzati, con lo sguardo protetto da scintillanti occhiali da sole, ben vestiti e pronti ad alzare il proprio livello alcolico per passare una serata da sballo all’interno di uno degli infiniti baretti, uno diverso dall’altro ma alla fine sempre uguali, dove già si possono ascoltare le hit commerciali del momento che scaldano l’ambiente e gli animi di questi giovani consumatori di divertimento. Croazia: vissuta.
 
Dopo aver speso 60 Kuna, circa 8 Euro, per un’ora di internet, conosciamo Joshua, un ragazzo tedesco di madre spagnola che non vede l’ora di praticare il suo ottimo castillano con noi. Lui fa il postino a Friburgo e sta girando l’est Europa con la sua Volkswagen familiare che gli fa anche da casa. Crede profondamente nel comunismo e discute su come praticarlo assieme ai suoi compagni, coi quali si ritrova nel centro sociale di cui è fondatore. Beviamo una birra assieme, due, tre e parliamo di politica. Non mi interessa, io vorrei solo afferrarlo dalle orecchie e chiedergli chi è lui veramente. Camminiamo per il molo del centro e scopriamo l’organo marino scolpito all’interno del marmo che fa suonare il mare, è di un artista/architetto che pochi metri dopo ha creato un sistema solare in scala che si illumina di migliaia di colori diversi. Mi sdraio sul sole. Il mare mi canta. Siamo intrappolati nella città per la notte. Dormiamo di fianco alle bici, su un marciapiede a lato dell’internet point. Notte da non ripetere.
 
Il 27 di giugno è il compleanno di Pablo e vogliamo trovare un bel posto per rilassarci una giornata. Dopo aver interpellato vari locali domandandogli se conoscessero un posto isolato, buono per pescare e senza nemmeno l’ombra di un turista, scolliniamo e finiamo nell’isolata spiaggia di Stari Trogir, o Trari Strogir, o Trori Stragir. Siamo solo noi e il pescatore Bogor che ha appena ritirato le sue reti remando a largo con il suo piccolo barchino di legno. Ci dice che pesci ce ne sono pochi e il suo scarso bottino lo conferma. Ci sistemiamo su uno dei tanti moli diroccati della spiaggia, passiamo la notte dormendo sotto le stelle. L’indomani, appena svegli, troviamo a pochi metri dalle nostre teste due signori che lanciano la lenza dalle rocce. Incuriositi andiamo a condividere con loro il nostro entusiasmo per la pesca. Sono della Repubblica Cieca e stanno pescando polpi. Ci offrono mezzo litro di birra e la colazione a base di cipolle fresche, peperoni, carne di maiale in gelatina e salame. Passeremo con loro la giornata alla ricerca disperata di far abboccare qualsiasi cosa, ma finiremo a farci grosse risate cercando di comunicare facendo disegni sulle roccie con un pezzo di legno bruciato.
 
Il paesaggio è cambiato strada facendo: siamo passati dalla costa settentrionale che, scarsamente abitata, ti da la sensazione di essere solamente tu, le alte montagne sulla sinistra e il mare a strapiombo sulla destra. All’altezza del bivio diretto a Zadar, fino a Sibenik si attraversa una pianura a livello del mare, ricca di pinete e lagune ma putroppo troppo spesso interrotta da rivoltanti zone industriali e, infine, scendendo verso Dubrovnik, la strada riinizia il sali scendi passando per la penisola di Primosten, bellissima e con un turismo un
po’ più chic della media, poi Spalato, con una starigrad, città vecchia, da favola, una decina di chilometri di costa Bosniaca e poi di nuovo Croazia fino all’antica e moderna Dubrovnik con vecchie case incastonate in una piccola isoletta collegata alla terraferma e con le giganti navi da crociera.
 
Lasciamo la Croazia con il dispiacere di averla vissuta nella sua espressione meno autentica. Trovarci in una delle coste più belle del Mediterraneo in piena stagione estiva ci ha confuso con tutti gli altri turisti arrivati in macchina e con l’appartamento in affitto. I pochi locali che rimangono da queste parti in questo periodo ci rimangono per incassare e noi di sicuro non potevamo fare molto per aiutarli. Come conseguenza interagire con le persone non è stato facile e se non fosse stato per le mie scarpe bucate, che attraevano l’attenzione di tutti, le occasioni di parlare sarebbero state quasi nulle.
 
Quello che è rimasto costante in questi chilometri di costa sono state le spiagge di roccia e i moli di cemento, l’acqua cristallina, gli alberi di fichi, gli alberi di gelsi, i camper di targa tedesca, le interminabili insegne di appartamenti in affitto e il pane croato, gigantesche ciabatte croccanti fuori e morbidissime dentro.
 
MONTENEGRO CON RAKIJA: ULTIMI GIORNI AL MARE
 
Entriamo in Montenegro consapevoli che continueremo a percorrere la strada costiera per farci ancora qualche giornata di mare e siamo quindi pronti a sopportare una realtà pregna di turismo. In parte sarà cosi, soprattutto nelle località di Kotor e Budva, dove la realtà che permea è quella impacchettata per soddisfare le aspettative del turista medio, ma sulla costa montenegrina si ha la sensazione che questo paese ti mostri la sua vera faccia.
Il primo contatto con la gente ce lo abbiamo nella spiaggia di Herceg Novi e il contrasto con le precedenti centinaia di spiagge croate si percepisce all’istante: una quantità infinita di bancarelle grigliano hamburger e friggono pesciolini riempiendo l’aria di fumi, gente di ogni forma passeggia per la spiaggia, alti, magri, grassi, nani, giganti, chi senza un braccio, chi senza una gamba, interrompendo la monotonia dei corpi longilinei e perfetti trovati nelle spiagge croate. Sono tutti sorridenti, gli sguardi non sono sfuggenti ma accoglienti, ombrelloni di ogni colore e dimensione, costumi da bagno variopinti, acqua marrone e bagnasciuga profondo pochi centimetri per centinaia di metri mi fanno ricordare una cartolina di Rimini negli anni ’50. E, a volte, anche un film di Emir Kusturica dove ogni persona che guardo potrebbe essere il protagonista.
Mangiamo un panino con sardine e pomodoro poi un ragazzo con tre denti d’oro e basta si avvicina con un vassoio pieno di bignè al cioccolato. Ne compriamo un paio e ci stendiamo all’ombra di una palma cullati dai rumori e dagli odori di questo nuovo paese.
Il giorno seguente percorriamo in tutta la sua lunghezza il fiordo di Kotor che, prima di inoltrarsi verso l’interno, ci permette quasi di toccare l’altra sponda che però raggiungeremo solo qualche ora più tardi. Lungo la strada scorgiamo per caso l’entrata nascosta di una grotta. Fermiamo le bici e decidiamo di andare a dare un’occhiata. L’entrata è gigantesca, il pavimento roccioso e in alcuni punti ricoperto di escrementi di pipistrelli. Il fondo della grotta non si vede, è solo un grande buco nero. Ci addentriamo lentamente facendoci luce con il flash della macchina fotografica che ha difficoltà a mettere a fuoco il nulla. Ne i rumori, ne la luce provenienti dall’esterno riescono a penetrare fino a qui e noi siamo circondati dall’oscurità e dal rumore delle gocce d’acqua che cadono chissà dove. Rimaniamo a lungo in silenzio. Il tempo e lo spazio non esistono più, potremmo essere ovunque e chissà in quale epoca. Siamo nell’universo.
Il Montenegro è piccolo e a breve faremo il nostro ingresso in Albania, dove abbiamo deciso di allontanarci dalla costa e iniziare la marcia verso Est. Per questo decidiamo di fare un ultimo saluto al mare passando una notte sulla spiaggia. Ci fermiamo sulla lunga lingua di sabbia di Petrovac, spingendoci nell’estremo più a sud dove, da lontano, sembra essere la parte meno frequentata e quindi più indicata per piazzare le tende senza creare disturbi. Il posto è dominato dalla mega villa di un milionario russo che, nonostante si trovi in un posto remoto e sicuramente poco frequentato, ha deciso di costruire una muraglia con telecamere lungo tutto il perimetro della sua maestosa proprietà. Ci facciamo un bagno lento e, una volta usciti,
mentre ci asciughiamo appoggiati ad un muretto una famiglia si avvicina incuriosita dalle nostre bici. Sono il nonno, Milo, la nonna, la nipotina, Tara di 9 anni e il nipotino, Stephan di 11. Gli raccontiamo la nostra avventura e Milo entusiasta, ci dice che anche Tara è una sportiva e che ha già vinto qualche gara nazionale di ginnastica artistica. Intimidita, ma volenterosa di mostrarci la sua abilità, la bambina prende la rincorsa nel prato e inizia a volteggiare in aria come una piuma. Siamo sbalorditi, è veramente una piccola campionessa. Chiediamo a Milo se sia possibile accamparci nel prato e lui dice che dobbiamo chiedere alla proprietaria, la quale gestisce anche un piccolo hotel nascosto dietro la villa del russo. Il caso vuole che dietro l’angolo spunti proprio lei, la proprietaria. I bambini le corrono incontro domandandole se sia possibile piazzare le tende, ma la signora, molto severamente, gli dice che è proibito. Nonostante l’insistenza di Tara e Stephan è irremovibile. Forse è meglio cosi perchè Milo mi fa un gesto con la mano chiedendomi se mi bevo dei cicchetti e, alla mia conferma, siamo tutti invitati a casa loro che si trova a pochi passi, sempre nascosta dall’ingombrante villone. La casa è veramente modesta, non hanno acqua corrente e sia per il bagno che per la cucina hanno armato una serie di secchi e secchielli sul muretto a lato del giardino. Ci sediamo a tavola e Milo tira fuori una bottiglia di Coca-cola da due litri piena di Rakija fatta in casa da lui con il suo amato alambicco di rame. Si uniscono anche i due vicini di casa, un divertente architetto di Belgrado e un massaggiatore di un’altra città che non ho compreso. Sono tutti originari della Serbia e in questa spiaggia ci vengono in vacanza da 27 anni. Ora che sono tutti in pensione si posso concedere 2 mesi di villeggiatura. Mangiamo gelato offerto dall’architetto, pancetta e patate preparate dalla nonna, ci raccontano di quanto si stava bene nella Jugoslavia socialista e di come ora il capitale abbia corrotto le anime di tutti, assistiamo ad uno spettacolino di danza e canto improvvisato dai bambini e la Rakija scorre a fiumi. Verso mezzanotte, ci congediamo e andiamo a montare le tende in spiaggia.
La mattina dopo non facciamo in tempo a svegliarci che incrociamo Milo appena tornato da caricare le taniche d’acqua in paese. E’ con un amico più giovane e suo figlio. Senza spendere troppe parole, ci ripete il gesto del cicchetto e ci dice di seguirlo. 2 minuti dopo ci troviamo nuovamente seduti al tavolo con la bottiglia di Rakija che fa da protagonista. Ad un certo punto, forse al quarto cicchetto, Milo ci mostra con orgoglio il suo fucile da pesca e ci chiede se abbiamo voglia di andare a fare una battuta di caccia subacquea. Noi, che non ci tiriamo dietro a niente, lo seguiamo fino in spiaggia dove, con estrema agilità, si mette maschera e pinne e si butta in acqua. Proviamo prima un po’ io, poi Pablo, poi Milo ma, come al solito, torniamo a mani vuote. Milo e l’amico si conoscono perchè fino a qualche anno prima lavoravano insieme guidando macchine movimento terra vicino a Belgrado. Tutti e due sono d’accordo che il socialismo era migliore perchè, oltre al fatto che il lavoro era garantito a tutti, si poteva bere e fumare senza che nessuno ti dicesse niente. Se riesco ad andare oltre alla normale reazione che si può avere ad un’affermazione come questa, trovo all’interno di questa descrizione molti elementi che mi fanno riflettere sulla vita di queste persone sotto il regime socialista.
La cena la offriamo noi andando a comprare carne e verdure da cucinare sulla griglia. Passiamo una serata in famiglia. Ci salutiamo e la mattina successiva partiamo lasciandoci alle spalle per l’ennesima volta, delle persone splendide che ci hanno aperto le porte di casa loro e del loro cuore e che rendono questo viaggio un’esperienza meravigliosa.
 
FINALMENTE IN ALBANIA
 
Siamo all’ombra di un gelso dai frutti bianchi, intenti a riempire le borracce da una fontana con un timido zampillo d’acqua quando, vediamo apparire dietro di noi due ragazzi sulle loro bici cariche quanto le nostre. E’ la prima volta in questo viaggio che incontriamo altri ciclo-viaggiatori che pedalano nella nostra stessa direzione. Sono Dan e Leon, vengono pedalando dal nord di Londra, sono amici dall’infanzia e sono diretti ad Istanbul. Interessante. Ci scrutiamo ancora un po’, pedalano da circa due mesi, fanno una media di 75 km al giorno, non sanno quanto a lungo durerà il loro viaggio, al massimo 4 anni e hanno un budget di 5 euro giornalieri. La compatibilità è totale e, visto che nessuno osa, mi butto io e dico “Perché non attraversiamo
il confine e ci facciamo una birra in Albania?”.
 
Dall’altra parte della frontiera le novità iniziano a farsi sentire subito: la strada è malmessa, ma con un certo fascino, e ogni macchina che ci sorpassa, sia da un senso che dall’altro, ci tira un colpo di clacson, cosi come ogni persona che incrociamo per strada lancia un urlo per attirare la nostra attenzione. Il bello è che, non appena fai contatto visivo con queste persone, sia che stiano guidando, sia che si stiano crogiolando sulla sedia a dondolo o spaccandosi la schiena nel campo, ti regalano un sorriso a 32 denti. Questo rimarrà cosi per tutto il tempo che trascorreremo in questo fantastico paese.
 
La birra ce la prendiamo in riva a un lago guardando un gruppo di ragazzini che si tuffano da un molo, fino a quando non ci scoprono e diventiamo noi il centro della loro attenzione. Tra le grida di esaltazione il più grande della gang mi chiede se può provare la bici e io acconsento, cosi che le grida diventano ora assordanti. Finito lo spettacolino, pronti a rimontare sulle bici, Dan ci chiede se siamo d’accordo ad avere un po’ di compagnia in più nel viaggio, cosi ci imbarchiamo tutti e quattro alla scoperta dell’Albania.
 
La prima notte albanese la passiamo in cima ad una splendida collinetta con un rudere dove abitano una giovane mamma di due figli e il padre di lei. Abbiamo chiesto ospitalità e ci hanno accolto senza battere ciglio. Passiamo un paio di ore seduti sul prato a chiacchierare tutti assieme e cosi io e Pablo abbiamo l’occasione di conoscere meglio i nostri due nuovi compagni di avventure. Leon lavorava consegnando frutta e verdura biologica nel ricco quartiere di South Kensington a Londra, mentre Dan lavora in proprio come cameraman freelance ed ha spesso collaborato con la BBC che gli ha permesso di viaggiare molto negli ultimi anni. Tutti e due hanno la passione per il ciclismo e a Londra fanno parte di un gruppo di ciclisti che organizza spesso gite fuori porta. Se io e Pablo i 75 km giornalieri li facciamo in 5/6 ore di pedalata, loro impiegano la meta’. Diciamo che gli piace “spingere”.
 
Il giorno dopo, attraversando la città di Lezhe, incrociamo una comitiva di automobili che lanciano caramelle e sigarette sfuse dal finestrino per celebrare un matrimonio, ed incredibilmente incappiamo anche in un altro gruppo di ciclo-turisti che si sta dirigendo a Istanbul. Sono due coppie di Belgi e un turco, ed è abbastanza ovvio che pedalare assieme sarebbe da pazzi, per questo ci salutiamo consapevoli che tanto ci incontreremo ancora strada facendo. Sotto il ponte dell’autostrada c’è un mercato che vende scarpe spaiate, cosi decido di andare a tentare la sorte sperando di trovare un paio di sandali decenti. Incredibile ma vero, trovo il destro e 10 minuti dopo pure il sinistro, cosi baratto il paio di sandali per un paio di scarpe da donna quasi nuove che avevo trovato sul ciglio della strada in Slovenia e mi ero caricato cosi, per scrupolo. Pranziamo nello stesso mercato comprandoci pomodori, formaggio, pollo, cipolle e un panino grande quanto un disco volante. Tutto al prezzo di 2 euro in quattro.
 
Il caldo si fa sentire e appena vediamo un fiume decidiamo di darci una rinfrescata. Ci sono un paio di rocce belle alte e, in fondo, l’acqua sembra abbastanza profonda, cosi, dopo aver fatto un rapido sopralluogo, come prevedibile, mi tuffo. Tutti si buttano in acqua tranne Leon che ha poca confidenza. Ad un certo punto, dalle rocce, spunta un ragazzo albanese col quale mi metto a parlare. Vive tuttora a La Spezia dove lavora in un cantiere navale, in Italia si trova bene, anche se dice che ormai si mangia di più in Albania che nel Bel Paese. Colpa della crisi. Mi dice che ora è in vacanza e quindi è tornato a casa e che viene spesso a farsi il bagno qui perchè è l’unico punto dove l’acqua è pulita. C’è andata bene, in effetti una pecca di questo paese è che scaricano la spazzatura da tutte le parti tranne che nei rari cassonetti.
 
Verso sera ci fermiamo in un piccolo bar che sembra più essere la veranda di casa del proprietario. Prendiamo una birra e chiediamo se ci sa consigliare un posto dove montare le 4 tende. Finiamo nel cortile di casa sua. Questo paese ci sta iniziando ad entrare nel cuore.
 
La strada che ci porta fino a Bulqize è intagliata nel versante di una lunga montagna che domina una vasta vallata sotto di noi e il panorama che ci accompagna per questa faticosa, ma dolce, salita è mozzafiato. Questo paese continua a sorprenderci. Bulqize si trova a valle e così ci arriviamo dopo una meritata discesa.
Lo scenario che ci troviamo davanti è veramente originale: la città ha di fronte a se un’altra città, come se fosse specchiata, che a sua volta si trova sotto ad una gigante miniera. Pare che questa “città-specchio” viva solamente negli orari in cui la miniera è attiva, altrimenti è disabitata.
 
Appena entriamo nel centro di Bulqize veniamo subito circondati da una folla di curiosi, tutti con il loro rassicurante sorriso. Per farla breve, noi che ci eravamo fermati per pranzare finiamo per rimanere nella città fino a cena. Nella strada di ingresso alla città fino al piccolo ristorante veniamo invitati da una mezza dozzina di persone ad unirci a loro per una birra. Noi ringraziamo ma continuiamo per la nostra strada, cosi, fuori dal ristorante si crea una folla di gente che aspetta che noi finiamo i nostri sandwich per prenotarci per una bevuta. E cosi è: facciamo le 7 e ci vengono offerte birre su birre. E’ divertentissimo.
 
A fine pomeriggio ci troviamo al tavolo con un certo Luli che parla un po’ di inglese e ci sta pregando in ginocchio di essere suoi ospiti per la notte. Noi siamo imbarazzati, non abbiamo fatto altro che ricevere birre in offerta e ora Luli ci vuole invitare per cena e per la notte a casa sua. Dirgli di no potrebbe spezzargli il cuore! Così diciamo si, per l’ennesima volta! Lui è veramente eccitato, non riesce a dire altro che “I’m so happy! I’m so happy!” e ci dice di seguirlo. Casa sua si trova in campagna, a un paio di km fuori dal centro. Ci racconta durante il viaggio che gli piacerebbe trasformare la sua casa in una meta per i turisti di passaggio dove lui vorrebbe offrire un’esperienza di “vera ospitalità albanese”. Tutto questo a pagamento. Noi gli diciamo che possiamo aiutarlo a fare un sito con foto e a pubblicizzarlo su internet. Lui è fuori di sè dall’emozione. Sembra come che in quel momento abbia trovato la soluzione a tutti i suoi problemi. Comunque, arriviamo finalmente a casa dove vive con la madre e il padre. E’ una casetta di campagna di inizio secolo, a due piani e la stalla. Loro vivono al primo piano dove, oltre alla cucina, c’e’ uno splendido e ampio salotto pieno di tappeti, poltrone e un tavolino basso. C’è la televisione. La soffitta cade a pezzi ma il vecchio forno ad angolo, le pannocchie appese ovunque, e la stanza con l’alambicco pieno di taniche di Rakja gli regalano un forte fascino bucolico.
 
Ci fanno sistemare le bici dentro alla stalla dove troviamo un asinello, una vacca e uno squadrone di galline impaurite. Ci fanno accomodare subito a tavola e iniziano a servirci prima un caffè turco e poi inizia la Rakja. In casa, il principale consumatore di questo ottimo distillato è il padre di 74 anni che dicono ne consumi una media di 300 litri all’anno. E non facciamo fatica a crederlo visto che non appena posiamo il bicchierino vuoto sul tavolo lui è attentissimo a riempirlo nuovamente fino all’orlo. Non parla una parola di inglese, ma a ogni cicchetto ci propone un brindisi e poi ci abbraccia e bacia uno ad uno sul collo dicendo al figlio di dirci che è felicissimo di averci come ospiti. La madre invece è una donna che si da da fare. Ha le mani forti e callose e sta sempre in cucina. In questo momento è seduta sulle scale a pelare patate più veloce di un cadetto in caserma. Ad un certo punto spunta Luli e ci chiede cosa preferiamo mangiare per cena. Noi gli diciamo che qualsiasi cosa va bene, cosi lui torna 2 minuti dopo e ci dice di affacciarci dalla veranda. Ci sporgiamo e in quell’esatto momento vediamo la madre che, con un colpo sicuro, decapita un pollo. Il corpo continua a svolazzare mentre il gatto si fionda sulla testa e corre al sicuro con il suo succulento bottino. Ci sediamo increduli. Il padre ci serve altra Rakja. Arriva la cena in tavola e a noi viene quasi da piangere perchè non siamo più abituati a vedere tutto questo ben di dio tutto insieme: ci sono scodelle piene di patatine fritte, un piatto di formaggi prodotti da loro, un’insalatona con i prodotti dell’orto e, ovviamente, il gallo che avevamo visto svolazzare vivo fino a 20 minuti prima. Mangiamo e beviamo fino a scoppiare, la famiglia continua a riempirci i piatti, e il padre i bicchieri.
 
E’ ora di andare a letto e la madre, in 30 secondi, mette le lenzuola ai divani del salotto e siamo pronti per andare a dormire. Dormire su qualcosa di morbido e con la pancia piena è veramente un sogno. Il padre si fa scappare qualche urlo perché vuole ancora Rakja anche se per andare a letto ha bisogno della moglie e del figlio perché non si regge più
in piedi. Ridiamo tutti insieme fino alle lacrime. Che notte surreale.
 
La mattina dopo ci svegliamo all’alba e tutto riparte di nuovo. La madre che, più rapida di Flash Gordon, imbandisce la tavola, il padre che ci riempie i bicchieri di Rakja. Il menu della colazione consiste in latte appena munto e ancora caldo, uova fresche, pane cotto nel forno a legna e caffè turco. Passiamo le ore successive a fare foto al terreno di Luli che è veramente un piccolo paradiso: c’è un piccolo ruscello, qualche albero secolare, un terreno in piano orientato verso sud dove coltiva l’orto e alberi da frutta sparsi dappertutto. Ovviamente, con un consumo cosi elevato, l’albero più presente è quello che fa le piccole prugne che fermentate e distillate danno la Rakja.

Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
Voto utenti:
  1. 1
  2. 2
  3. 3
  4. 4
Il tuo voto:
  1. 1
  2. 2
  3. 3
  4. 4

Lascia un commento

Letta l'informativa sul trattamento dei dati personali,

  • Alle attività di marketing

    Alle attività di marketing:
    Ovvero all’elaborazione e al trattamento dei dati da parte di Adventure4You per le finalità di marketing di cui al punto b) del paragrafo Finalità del Trattamento, con le modalità di trattamento previste, cartacee, automatizzate e telematiche, a mezzo posta ordinaria od elettronica, telefono e qualsiasi altro canale informatico.

  • Alle attività di profilazione

    Alle attività di profilazione:
    Ovvero all’elaborazione e al trattamento dei dati da parte di Adventure4You per le finalità di profilazione di cui al punto c) del paragrafo Finalità del Trattamento, relative - a titolo esemplificativo e non esaustivo - alle abitudini e propensioni al consumo, comportamento, consultazione e utilizzo del sito web.

  • Alla comunicazione a terzi per fini di marketing

    Alla comunicazione a terzi per fini di marketing:
    Ovvero alla comunicazione dei dati a società connesse o collegate a Adventure4You nonché a società partner delle stesse che li potranno trattare per le finalità di marketing di cui al punto d) del paragrafo Finalità del Trattamento, con le modalità di trattamento previste, cartacee, automatizzate e telematiche, a mezzo posta ordinaria od elettronica, telefono e qualsiasi altro canale informatico.

Cliccando sul pulsante di invio, confermo la richiesta del servizio indicato al punto a) dell’informativa, il consenso al trattamento dei dati per le finalità del servizio e con le modalità di trattamento previste nell’informativa medesima, incluso l’eventuale trattamento in Paesi membri dell’UE o in Paesi extra UE.

Invia il tuo commento

con i tuoi dati prima di inviare il commento.

Sei un organizzatore di viaggi avventura? Desideri essere visibile e inserire i tuoi viaggi nel portale Adventure4You? Registrati ora!
Conosci un preparatore fuori di testa? Segnalaci il tuo preparatore preferito, noi lo aggiungeremo al sito Adventure4You! Proponi il tuo!
Aggiungi e condividi il tuo itinerario! Inserisci!