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Gennaio 2014 - Direzione Iran

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 03-04-2014
  • Destinazione Iran
  • Avventura in: Bici
SUL CAUCASO IN UN LETTO DI PAGLIA...
 
Il calore umano di Surenavan e i 5 mila metri del Mt. Ararat scompaiono con la stessa rapidità che ci occorre per sorpassare una montagna: 4 ore di salita e 2 di discesa. Ora lo stacco è netto. Davanti a noi, la cara vecchia strada, sempre pronta ad accoglierci con il suo ruvido abbraccio.
Il ginocchio si lamenta. I 9 giorni passati a poltrire sui divani di velluto appiccicoso hanno rammollito i muscoli ed i pensieri, cosi ci pensa la salita a ricordarmi quello che sto facendo. Devo riportare assolutamente anche la testa sulla bicicletta oltre che le gambe.
 
Anche la testa. Il clima quassù è rigido, il calore della stufa è un lusso ormai non più disponibile e basta una piccola sosta per cadere vittima del freddo: il ginocchio non sopporta più la pressione sul pedale e la giornata del ciclista finisce qui. Davanti ad una grande proprietà privata, il cancello aperto ci intima di entrare e un gentile signore appena arrivato a cavallo ci concede di dormire nell’ufficio e ci regala dell’uva. Il pavimento è in linoleum, c’è luce, una scrivania e delle sedie. Giochiamo a Backgammon per prendere sonno anche se, perdere quattro volte di fila concilia più il nervoso che lo sbadiglio.
Il giorno dopo facciamo colazione con uno sciroppo d’uva casereccio e molto nutriente che ci è stato regalato dalla famiglia di Surenavan, siamo ai piedi di un’altissima parete di roccia che fa tardare l’arrivo del sole e davanti a noi un anonimo monastero domina silenzioso la sua vallata. Salgo sulla bici ma il ginocchio torna capriccioso e delega a quello sano il compito di far avanzare la bicicletta. Così non posso durare molto e se mi sforzo rischio di peggiorare l’infiammazione che poi avrebbe bisogno chissà di quanti giorni prima di sfiammare. In Grecia ho conosciuto un ragazzo francese costretto a fermarsi per 6 mesi prima di poter tornare a pedalare e nonostante infinite consultazioni mediche e radiografie nessuno è stato in grado di diagnosticargli il problema. Così lui ha concluso che il ginocchio è un’articolazione molto misteriosa oltre che delicata e mi ha esortato a non sottovalutare mai neanche il più leggero dei cigolii. Meglio fermarsi quindi e la piccola stalla abbandonata sul bordo di un dirupo e con una vista mozzafiato fa al caso nostro.
 
Abbiamo il pomeriggio libero, avvenimento raro, e la voglia di impiegare bene il tempo libero, bene assai prezioso perché scarso, ci porta ad allestire un giaciglio di fieno degno dell’addormentato più esigente. Fa ridere che le nostre attività al di fuori del pedalare ruotino tutte attorno al mangiare e/o al dormire.
Il giorno dopo il ginocchio sembra in forma, e menomale perchè i prossimi giorni saranno duri: in questo ultimo tratto che ci separa dall’Iran, con tutte le salite e le discese che ci aspettano, guadagneremo un dislivello di circa 1600 metri al giorno, che in 5 giorni, discese comprese, equivarrebbe all’altezza del Mt. Everest.
 
SULLA VIA DELLA SETA DIREZIONE IRAN
 
Il primo passo di montagna bello impegnativo ci tocca il giorno stesso. Arriviamo a 2300 metri un’ora prima del tramonto, pedalando sull’antica Silk Road armena (ndr: La via della seta). Ci fermiamo giusto il tempo di scattare qualche foto ed indossare tutti i vestiti che abbiamo: ora dobbiamo scendere sudati a tutta velocità e con una temperatura che a breve cadrà sotto lo zero. Duriamo poco, mani e piedi sono cosi congelati che hanno smesso di far male, quando un villaggetto incontaminato appare all’orizzonte. E’ abitato da poche anime, ora tutte intorno a noi, mostri sacri provenienti da chissà dove.
 
Mimando il gesto del freddo chiediamo un tetto sotto cui ripararci, quassù è tutto così gelato che l’erba è croccante e la terra è roccia, e l’alluminio dei nostri picchetti si piegherebbe come burro prima di fendere il terreno. Un signore ci concede il secondo piano della seconda metà di casa sua, ancora in costruzione. Lì scegliamo l’unica stanza coi vetri alle finestre, anche se, la mancanza della porta d’entrata ci espone alle intemperie degli altri spazi ancora privi di vetri. Non ci siamo ancora sistemati l’alcova che il proprietario ci invita a casa sua, nella metà di casa finita. Qui, una grande stufa sprigiona un tepore che ci fa piano piano riacquisire la sensibilità degli arti. Io, Pablo e il capofamiglia siamo seduti attorno ad un tavolino, la moglie ed i due figli più grandi sono in cucina, mentre la bimba più piccola guida
il triciclo per il salotto e detta legge.
 
Ci offrono un caffè ma, come di consueto in questo paese, al caffè fa seguito un piatto di frutta a cui fa seguito un piatto di formaggio a cui fa seguito un piatto di verdure fresche, il tutto accompagnato sempre e comunque da interminabili quantità di Lavash, il pane sottile e morbido onnipresente sulla tavola di ogni armeno. Fuori dalla porta è arrivato il buio e si è portato dietro freddo e silenzio. Le famiglie si riuniscono all’interno delle case, i padri sono tornati dalle fabbriche, le madri dal campo, i figli da scuola e la vita a quest’ora si trasferisce attorno al calore della stufa. A noi forestieri dalla pellaccia dura, però, tocca il freddo, perchè è fuori che dormiamo, quindi, finita la cena, corriamo a tuffarci nel sacco a pelo cercando di sprecare il meno calore possibile. I nostri corpi, avvolti dal freddo, fumano. Ormai il misterioso Iran è alle porte…
 
ISLAMIC REPUBLIC OF IRAN
 
Sotto la voce Duration of Stay, il luccicante adesivo appiccicato a pagina 29 del passaporto, riporta la seguente dicitura: 21 days. 21 giorni per pedalare il gatto. Si, il gatto. Proprio come noi italiani abbiamo lo stivale, gli iraniani hanno il gatto, seduto di profilo con la testa a nord-ovest e la coda a sud-est. Ecco, noi entreremo tra le due orecchie, pedaleremo attraverso il cuore e usciremo da quella che mi auguro essere la zampa posteriore sinistra. Oltre 2500 km di montagne, deserti e Islam. Avremo sicuramente bisogno di una estensione del visto, 21 giorni non sono sufficienti, ma non volendo riporre troppa fiducia nelle severe mani dell’immigration office, non sprechiamo neanche mezza giornata di pedalata e oltrepassiamo il confine di prima mattina.

Alla dogana non passiamo inosservati: siamo solo noi e le nostre sporche, ingombranti biciclette. Veniamo chiamati con tono severo e sbrigativo, prima da una parte, poi dall’altra. E’ pieno di baffi e capelli neri freschi di tosatura. “Che lavoro fa tuo padre?”, “Quali città visiterai in Iran?”, “Quali paesi hai visitato nella tua vita?” sono alcune delle domande del lungo interrogatorio a cui sono stato sottoposto da un signore dentro una teca di vetro e alle quali ho risposto in piedi propendendo verso una minuta fessura in modo da far arrivare le mie parole dritte e concise alle sue orecchie pelose. Collaborazione, affezione, benevolenza. Ho la sensazione che sia l’atteggiamento giusto per evitare problemi. E, in Iran, non si scherza. Il senso della giustizia in questo paese è molto diverso dal nostro, e tante cose che diamo per scontato a casa nostra, come per esempio la libertà d’espressione, qui non sono ancora dei diritti. Criticare i leader supremi, o Ayatollah, non è tollerato ne in pubblico ne in privato, l’interazione tra i due sessi è un tema molto delicato e rischioso, il corteggiamento è proibito, il consumo di alcol è proibito, ballare, cantare o fischiare in pubblico è proibito. E le punizioni vanno dalle poche frustate, all’imprigionamento fino all’impiccagione. Il taglio delle mani e la lapidazione fortunatamente sono retaggio del passato. E’ fondamentale capire quindi che, in questo paese, esistono alcune norme di comportamento che, per quanto assurde ci possano apparire, è necessario rispettare. E in Iran, scoprirò in seguito, non c’è valore più apprezzato del rispetto.
 
Ci siamo dunque, il passaporto è timbrato, l’Iran ci ha aperto le porte e noi, entusiasti come sempre, fuori dalla dogana ci riempiamo i polmoni di quell’aria fresca che si respira ogni volta che si entra in un nuovo paese. Pedaliamo lungo il fiume Aras, risalendo per l’orecchia destra del gatto e costeggiando la frontiera con l’Azerbaijan prima di addentrarci nel paese verso Sud. Il paesaggio da roccioso è diventato pianeggiante e ci impressiona la sua desolazione. Per farvi capire, in Italia raramente ti capita di pedalare per più di 5 km senza vedere un centro abitato, qui ne possono passare anche 50. Il modo di pedalare quindi cambia, ci sono molte meno distrazioni, devi sempre stare attento alle scorte di acqua e cibo e una volta che monti sulla bicicletta sei sicuro di rimanerci per parecchie ore. Per molto più tempo del solito, non sei altro che tu, solo, con te stesso…
 
Lunghe e silenziose pedalate quindi ci portano la prima notte a Jolfa, dove dormiremo in un parco all’aperto in balia di un vento malefico, poi Marand, una città a Nord del Lago Urmia, protagonista di una triste catastrofe ambientale: una volta popolato da una grande varietà
di flora e fauna, oggi a causa della crescente desertificazione che affligge il paese, è condannato a ridursi ad una pozzanghera salata. E’ proprio qui, alle porte di Marand, che facciamo uno degli incontri più singolari del viaggio: immerso nei miei pensieri vengo interrotto da un ragazzo in bicicletta che mi si affianca sibilando “Please stop”. Ok, anche se il tuo mezzo sorriso mi suscita un po’ di timore, va bene, mi fermo. Senza proferire altre parole e con molta calma, scende dalla bicicletta, mette il cavalletto, apre la zip di una biccola borsetta attaccata al portapacchi posteriore, tira fuori una lattina azzurra e me la porge. “Please”. Ok, la apro, la bevo, mmm buono, è un succo di ananas con veri pezzi di ananas dentro, continuo ad osservarlo, ancora nessuna parola. Dalla stessa borsetta tira fuori un album e mi porge anche questo. Lo sfoglio. E’ pieno di foto di lui in compagnia di altri viaggiatori come noi, in bicicletta. Lo guardo meglio e solo ora mi rendo conto che ha una gran bella bicicletta e una maglietta con stampata la fotografia di un ragazzo che pedala in mezzo al deserto e vari loghi, tra i quali quello di Warmshowers. Ma allora è uno di noi o, almeno, deve conoscere la dura vita del cicloviaggiatore. E’ un ragazzo di poche parole ma parla inglese e ci dice che, se siamo d’accordo, lui ci può accompagnare fino a Marand e darci un posto dove dormire. Strada facendo scambiamo qualche parola e più mi racconta, più alimenta la sua figura enigmatica. A quanto pare, in due anni, ha accumulato 242 ciclisti nella sua lunga lista, non se ne fa scappare uno perchè conosce cosi tanti camionisti che, ogni volta che incrociano un ciclista, chiamano Akbar, questo è il suo nome, e gli donano le coordinate. Così Akbar, felice come una pasqua, monta in sella alla sua bella bicicletta e con il suo mezzo sorriso e la sua maglietta, che indossa anche se nevica, gli va incontro, orgoglioso di potere aggiungere un nome alla sua lunga lista. E’ anche lui un accanito viaggiatore in bicicletta? No, pensate che non è mai uscito dall’Iran. Dice che i suoi genitori sono contrari. Però, se mai dovesse succedere, lui ha già 242 amici sparsi in giro per il mondo pronti a ricambiare l’ospitalità. Furbo. Mi racconta anche un po’ di statistiche: la maggior parte dei cicloviaggiatori proviene da Germania e Inghilterra. Pablo è il primo argentino che incontra e pochi giorni prima due ragazzi italiani (MaGiò) sono passati dalla stessa strada e, ovviamente non se li è fatti scappare.
Raggiungiamo una piccola casetta di blocchi di cemento a lato della strada dove un suo amico lavora pesando il carico dei camion. Dice che possiamo dormire qui, è un posto sicuro. Akbar si allontana un attimo mentre noi montiamo le tende e torna poco dopo con 3 falafel sandwiches. Mangiamo e sfogliamo il suo album pieno di foto. Troviamo Lì, un ragazzo cinese incrociato in Armenia. Pazzesco. Ci mostra la foto di una coppia di ragazzi olandesi passati da Marand qualche mese prima e che purtroppo hanno perso la vita a Bangkok investiti da un camion. Un’ombra cala nei nostri spiriti e non ci abbandona per tutta la serata…
Si fa notte e Akbar deve tornare al suo market dove lavora. Deve recuperare la mezza giornata spesa a venirci incontro dopo che vari camionisti l’avevano avvisato del nostro imminente arrivo nella periferia della sua città. Prima di scomparire ci scatta la foto. Siamo i 244esimi.


Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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