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Febbraio 2014 - tra Iran e Kurdistan

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 03-04-2014
  • Destinazione Iran
  • Avventura in: Bici
IN IRAN, A TABRIZ
 
Quando Behzad e Mehdi, due cicloviaggiatori iraniani incontrati in Turchia, ci avevano chiesto di raggiungerli nella loro città natale, Tabriz, gli feci ripetere quel nome un paio di volte prima di memorizzarlo.
 
Di quella città non ne avevo mai sentito parlare, cosi come non avevo mai sentito parlare della maggior parte delle cose sull’Iran. Gli accordi presi quella mattina, nell’impeto di promuovere il mutuo supporto, tanto gradito tra i viaggiatori senza fissa dimora, ci garantivano un tetto sotto cui dormire, in una città sconosciuta 2 mila chilometri e 3 paesi più in là. Poi i paesi sono diventati 2, 1 e, ormai, solo 12 km di salita e 70 di lieve discesa ci separano dalla città. Tabriz in realtà è stato per secoli uno dei centri commerciali più importanti al mondo, tappa principale della Via della Seta. Non a caso, la città ospita più di 35 km di tunnel riempiti di oltre 7000 negozi che costituiscono il bazaar coperto più grande al mondo, dove la manifattura di tappeti rappresenta la sua punta di diamante.
 
In un punto internet proviamo ad accedere a Facebook per comunicare il nostro arrivo a Behzad e Mehdi, ma la pagina è bloccata. E sarà cosi per tutto l’Iran. Compare una schermata in Farsi che impedisce l’accesso. Cosi come Facebook, anche youtube, Twitter, Myspace, quotidiani internazionali e la maggior parte dei forum sono inaccessibili. Proprio per questo, in Iran più che in qualsiasi altro paese al mondo, sono diventati maestri nell’aggirare questi limiti. Proxy è un termine tecnico che qui fa parte del vocabolario comune. I proprietari del cyber cafè, orgogliosi della loro attività potenzialmente rivoluzionaria, mi aiutano ad accedere al mio profilo rischiando l’arresto e la chiusura del negozio. Prendo appuntamento con Mehdi alle 18:30 difronte al museo di Tabriz.
Il traffico della strada è anarchia percui passeggiamo sui marciapiedi, con le bici a mano, occupando tutto lo spazio. La gente ci ferma di continuo, ci vuole aiutare e ci ripete “Welcome to Iran”. Incontriamo Nima, un ragazzo di 19 anni che studia ingegneria a Tabriz ma è originario di un piccolo paesino del Kurdistan iraniano. Gli chiediamo indicazioni per il museo e si offre di accompagnarci. Ci racconta subito che lui è Sciita, cosi come la maggior parte della gente di questa regione e, pieno di orgoglio spiega quanto sia importante per lui difendere la sua appartenenza religiosa. Nonostante la giovane età Nima è un combattente, si capisce da come parla oltre che da ciò che dice: a 17 anni si è arruolato come volontario per andare a difendere i suoi fratelli sciiti dai ribelli Sunniti in Siria. Dopo un breve addestramento di una settimana nel campo base, Nima è stato spedito al fronte dove, nascosto tra le macerie di edifici distrutti, sparava con il fucile di precisione.
 
Non era l’AK-47, il famoso Kalashnikov, ma, racconta, uno di fabbricazione americana di cui ora non ricordo il nome. Nima a 17 anni faceva il cecchino volontario nella guerra in Siria. Guardandomi con gli occhi disillusi di uno che ha vissuto la guerra sulla propria pelle, mi racconta di quando lui e la sua squadra furono inviati per un sopraluogo in un piccolo villaggio di Sciiti appena attaccato dai ribelli. Vi trovarono tutti gli abitanti decapitati. Questa è la guerra mi dice e la sua missione è quella di ammazzare tutti coloro che ammazzano i suoi fratelli. Per questo non vede l’ora di finire l’Università e tornare al fronte. Giovani con priorità diverse ma, forse, in questo caso, può essere meglio annacquarsi il cervello con la Playstation.
 
Alle 18:30 ci incontriamo con Mehdi che con il suo caloroso saluto ci aumenta il buon umore. E’ in bicicletta, ovviamente, di ritorno dal laboratorio di raffinazione dove lavora come ingegnere chimico. Una professione assai diffusa tra i giovani istruiti di questo paese. Arriviamo a casa sua, è su due piani. Noi vivremo al secondo mentre il resto della famiglia, padre, madre e due sorelle, al primo. Nonostante la madre e le sorelle cucineranno puntualmente ogni pasto per i prossimi 3 giorni, noi non le vedremo mai. Il padre si occuperà del trasporto del cibo dalla cucina al nostro appartamento. E il banchetto non tarda ad iniziare. Seduti su questi giganteschi tappeti che coprono tutta la superficie del pavimento, arriva prima un giro di Chai, poi frutta, poi la cena, poi ancora Chai, frutta e Chai di nuovo e zucchero allo zafferano.
 
Arriva Behzad, anche lui di ritorno da un laboratorio di raffinazione, più affettuoso di Mehdi nel salutarci,
se possibile, e passiamo la serata chiacchierando del più e del meno sdraiati sui tappeti. Spesso durante la serata mi capita di pensare che questi ragazzi li abbiamo conosciuti per 20 minuti in mezzo ad un’autostrada turca e ora sembriamo fratelli. Loro sanno cosa vuol dire vivere per la strada e fanno di tutto per rendere il nostro soggiorno il più confortevole e piacevole possibile. Quando è ora di andare a letto 3 sottili materassi vengono srotolati sui tappeti e il letto è pronto. L’uso dello spazio è terribilmente efficiente: salotto, sala da pranzo e stanza da letto nello stesso ambiente. La mattina andiamo a fare colazione a Kandovan, un luogo sulle montagne fuori Tabriz, dove una piccola popolazione vive tutt’oggi all’interno di case scavate dentro a rocce granitiche a forma di piramidi. E’ un luogo di turismo locale dove gli iraniani vengono a fare picnics, attività nei confronti della quale nutrono una vera passione: tutti trasportano nel bagagliaio della macchina una tovaglia di plastica che srotolano all’occorrenza, sentendosi nel salotto/sala da pranzo di casa in pochi secondi. Anche noi facciamo lo stesso, in cima ad una collina con marmellata di ciliegie, miele, panna e il famoso pane iraniano Sangak, che nella classifica dei pani preferiti del paese è tra i primi. Una focaccia lunga due metri. Sia Behzad che Mehdi che il loro amico Hadi condividono una passione sfegatata per l’alpinismo e la bicicletta e hanno una vasta cerchia di amici coi quali organizzano scalate e viaggi in sella alle loro mountainbikes. Uno dei loro amici è un certo Azim Gheychisaz, un ragazzo di 33 anni che stà lottando per guadagnare un record: è sulla buona strada per diventare la persona più giovane ad aver scalato in tempo record tutte e 14 le vette oltre gli 8000m, senza l’ausilio di ossigeno ne Sherpa. Proprio stasera celebrerà a casa sua con gli amici, il ritorno dalla sua 12esima vetta, il Cho Oyu in Nepal. La compagnia è composta da gente esilarante: campioni di bici da corsa e mountain bike, vecchi alpinisti saggi, giovani che cercano di seguire le orme di Azim. Parlo con un ragazzo che il 22 giugno scorso si trovava a 7000m sul Nanga Parbat quando nel campo base sotto di lui venivano uccisi 10 turisti da un gruppo di terroristi. Lui fu costretto a scendere perdendo la costosa opportunità di raggiungere la vetta. Il giorno dopo, mentre Mehdi ha il turno in laboratorio, Behzad ci porta a visitare il bazaar. Grazie a lui andiamo a passo spedito senza perdere l’orientamento in questo infinito budello sotterraneo. Arriviamo nella zona dove vendono i tappeti, il fiore all’occhiello di tutto il bazaar, qui ci sono quelli fatti a mano più belli e lavorati al mondo. Behzad, che assieme alla famiglia, per parecchi anni, hanno prodotto tappeti, fa da Cicerone. Ce ne sono di lana, seta, lana e seta, tondi, rettangolari, piccoli, grandi, con temi floreali, copie di quadri famosi… I più preziosi sono quelli che raffigurano volti umani, perchè estremamente difficile da riprodurre.
 
Ne trovo uno imitazione di un dipinto impressionista che non conosco, ma che non sembra assolutamente un tappeto. 34 mila dollari. Il proprietario di un negozio con vari tappeti tondi di circa 5 metri di diametro mi rivela che uno dei loro pezzi può arrivare a costare fino a 300 mila dollari. I loro principali clienti sono sceicchi degli Emirati che inviano le loro segretarie a comprarli. Questi tre giorni sono stati un toccasana, avrei voluto scrivere molte più cose ma me le porterò nella memoria e basta. Non ho parole per descrivere l’accoglienza ricevuta da questi ragazzi praticamente sconosciuti. Di noi non sapevano nulla, eppure ci hanno aperto le porte di casa, concedendoci il loro tempo e le loro attenzioni. Ci hanno considerato come fratelli dal primo momento. Questo fa riflettere.
 
KURDISTAN: UN PAESE "STUPEFACENTE"
 
Per la gioia delle nostre schiene, una volta arrivati ad Abjeshir, stendiamo le tende sul soffice prato inglese di un parco pubblico ai confini della città. Qui, due ragazzi del posto, per la prima volta ci parlano del Kurdistan, distante ormai solo qualche km.
Si soffermano divertiti sul buffo modo di vestire degli uomini: indossano pantaloni larghi e paffuti, e una panciera come cintura, mentre le donne, ahimè, sempre il solito chador nero. Effettivamente, l’indomani, sono proprio questi pantaloni a farci capire di essere entrati in territorio Kurdo.
La brezza che ci ha accompagnato fin’ora, in pochi minuti si è trasformata in bufera di vento e sabbia. Pedaliamo su di una lingua d’asfalto, che taglia il deserto in due, ormai scomparsa sotto una coltre di sabbia
che, veloce come il vento, scorre sotto alle nostre ruote e ci da la sensazione di navigare una nuvola in tempesta. Si ha la sensazione di non muoversi più in avanti nello spazio, ma di lato, cosi come il peso del nostro corpo che, per contrastare la spinta del vento, non propende più in avanti, ma in obliquo. Ciglia, sopraciglia e capelli sono ormai cementificati, la pelle si sgretola con ogni movimento, i denti masticano roccia e la catena gracchia sotto lo sforzo di ogni pedalata. Attraverso una piccola fessura, lo sguardo meditativo osserva il mondo, mentre viene letteralmente inghiottito dal deserto.
 
Man mano che avanziamo in mezzo a questo polverone dorato, centimetro, dopo centimetro, dopo centimetro, una sagoma spunta all’orizzonte e si fa sempre più nitida. Sembra gesticolarci qualcosa. E’ un ragazzo che, una volta raggiunto, deve urlarmi all’orecchio per farsi sentire: “What do you do?! Come inside and reset!”. Solo dopo ho capito che con RESET intendeva RELAX, anche se, devo ammettere, per come è evoluto il pomeriggio, il termine utilizzato da lui erroneamente, era senza dubbio molto più azzeccato. Lasciamo le bici al riparo e saliamo al primo piano di una piccola casetta costruita in blocchi di cemento. Li vi troviamo Alì, proprietario di casa, mentre Vahid, il ragazzo che ci ha fermato, è il suo amico di Tabriz che gli viene a far visita una volta ogni tanto. Ci avevano visti arrivare dalla finestra e Vahid si è precipitato in nostro soccorso. E’ una cosa da pazzi pedalare con questo tempo, dice, e ci fa subito accomodare. La casa è un piccolo monolocale pieno di tappeti e con una cucina. Raccontiamo la nostra storia mentre Vahid prepara il pranzo e i discorsi cadono rapidamente sulla libertà dell’occidente e i divieti dell’Iran. Sbeffeggiandosi delle restrizioni appena descritte, Alì ci apre le ante di un mobile in cucina e ci mostra il contenuto di quello che lui chiama il suo “supermarket”: Vino e grappa fatta in casa e un blocco di una sostanza scura e resinosa che loro chiamano Gouli. Oppio.
In Iran fumare oppio è una tradizione diffusa da secoli e, soprattutto nelle regioni del Kerman e Baluchistan, confinanti con Pakistan e Afghanistan, la produzione è altissima, la qualità è la migliore e i prezzi veramente irrisori. Fatto stà però che la polizia ha tolleranza zero e, se i nostri amici fossero scoperti, rischierebbero anni di carcere, sia per l’oppio che per l’alcohol. Oh well, non particolarmente afflitti da questi pensieri, preparano il primo brindisi versando nei bicchieri un liquido giallastro che chiamano “wine”. Il sapore è disgustoso, acido e secco, l’alcohol praticamente inesistente, deglutirlo una tortura. Decidiamo di guardare un film e Vahid propone “The stoning of Soraya”, la storia vera di Soraya, una ragazza di un paesino nei pressi di Isfahan, vittima del marito che stufo di lei, se ne vuole liberare. Per evitare di compromettere la sua reputazione e il suo portafoglio però, il marito architetta un piano diabolico per far accusare la moglie di adulterio. Un’accusa che, se rivolta ad una donna, in quegli anni significava lapidazione pubblica. Il film è crudo e tragico ma descrive molto bene l’inferiorità della donna nella società iraniana, soprattutto nel punto in cui il giudice, parlando a Soraya le dice: “Tu sai che, in Iran, se un uomo viene accusato di adulterio, è la moglie che deve dimostrare la sua colpevolezza. Mentre se è la donna ad essere accusata, sarà lei stessa a dover dimostrare la propria innocenza”.
 
Con l’amaro del film e l’acido del vino in bocca, Vahid e Alì ci vogliono portare in piscina. Per noi significa una doccia e una nuova esperienza, cosi entusiasti partiamo. Schiacciati come sardine sotto spirito nell’abitacolo del classico Pick-up azzurro iraniano, ci dirigiamo verso la piscina di Bonab. Chiusa. Proseguiamo altri 5 km verso una seconda piscina. Anche questa chiusa. Altri 5 km e finalmente ne troviamo una aperta. E’ un Hammam per soli uomini (che sorpresa!) con piscina semiolimpionica, trampolino, idromassaggio a 60°, vasca di acqua gelata, sauna e bagno turco. C’è addirittura un chiosco che vende patatine. A prima vista sembra che la gente vada in piscina più per starnazzare e divertirsi che per nuotare. Noi li seguiamo e, tra un tuffo e una bagno turco, Alì si offre di farmi un massaggio. Mi fa sdraiare sul pavimento della sauna e, con la grazia di un orso bruno, mi scolla la pelle dalla colonna vertebrale e mi prende a cazzotti. Shiatzu? Torniamo a casa per cena, altri due amici si dovrebbero unire e in programma ci
sono kebap di ali di pollo.Accendiamo un fuocherello sul tetto utilizzando fogli di giornale e benzina. Le ali di pollo sono quasi pronte quando arrivano gli altri due ragazzi. Uno è un signore sui 45 anni tranquillo e sorridente, l’altro è un po’ meno piacevole.
 
Non smette di parlare un secondo e continua a farci ripetere frasi in Farsi che divertono solo lui. Finito di mangiare, è arrivato il momento di fare ciò che tutti aspettano, cosi il signore appoggia sul tappeto un fornelletto a gas e lo accende; arrotola un foglio di carta fino a farlo diventare una cannuccia; prende due bastoncini di metallo, uno lo appoggia sul fornelletto a scaldare, con l’altro infilza un pezzo di oppio delle dimensioni di una caramella. A questo punto è pronto, si mette la cannuccia di carta in bocca, con una mano tiene l’oppio e con l’altra il bastoncino incandescente. Prima di finalizzare il processo ci lancia un sorrisino malizioso. L’oppio inizia a sciogliersi emanando un denso fumo bianco che lui indirizza su per la cannuccia, dentro ai polmoni. Le pupille si dilatano e il corpo si affloscia sui cuscini. La scena è idilliaca ma, verso le 2 di notte le continue attenzioni del ragazzo logorroico iniziano a diventare pesanti cosicchè, per sfuggirgli, inizio a scivolare lentamente verso il pavimento pretendendo di cadere in un sonno profondo, fino a che, pochi minuti più tardi, non succede veramente. Io e Pablo dormiamo per poche ore, avvolti dai fumi che loro continuano a produrre fino all’alba. Verso le 7 Vahid ci sveglia dicendo che dobbiamo correre a far colazione prima che il posto chiuda. Vuole portarci a mangiare una cosa speciale. I due amici se ne vanno mentre noi ci ritroviamo schiacciati come sardine affumicate nell’abitacolo del classico Pick-up azzurro iraniano. Arriviamo in questo piccolo ristorantino che emana un pungente odore di capra. I posti a sedere sono pochi e tutti occupati, la gente succhia qualcosa prima di sputare nel piatto degli oggetti non identificati. Guardo meglio: denti. Sono denti. La specialità di cui parlava Vahid sono teste di capra bollite. Nel piatto viene servito un mix di cervello, occhi e lingua e, se sei fortunato trovi pure una mandibola dalla quale succhiare i denti. Come se non bastasse, ci aggiungono anche la cartilagine delle zampe. Una leccornia. Vi assicuro che io non faccio mai problemi con il cibo, ma alle 7 di mattina, il cervello di capra mi fa semplicemente rivoltare lo stomaco. Scusa troppo facile, Vahid è dispiaciuto ed è convinto che non vogliamo mangiare perchè il posto è sporco. Nulla di più lontano dalle nostre motivazioni, comunque sia, per non alimentare polemiche, mi faccio portare un piatto del brodo di cottura e, a denti stretti, me lo bevo tutto. Basta non pensare al cervello e va giù liscio.


Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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