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Dicembre 2013 - Armenia

Mecum
  • Diario di bordo di Mecum Inserito il 02-04-2014
  • Destinazione Armenia
  • Avventura in: Bici
PRIMI GIORNI IN ARMENIA
 
Superiamo la frontiera più balorda finora incontrata ed entriamo in Armenia. Siamo solo noi e un gregge di pecore, a 2000 metri, in mezzo a chilometri e chilometri di aride montagne dorate che sembrano dune nel deserto. Alcuni ufficiali si trovano all’interno di catapecchie di lamiera al riparo dal gelido vento che inesorabile soffia all’esterno. Controllo passaporti.
 
La prima notte, un armeno ci aggancia per strada apostrofandoci qualche battuta in francese. Quando vede che gli rispondiamo a tono ci invita a salire per un caffè a casa sua. Ha voglia di chiacchierare, cosi il caffè diventa una cena e finiamo a dormire nel pavimento del suo garage. Ci racconta che durante l’anno fa il meccanico a Bruxelles, sente di essersi riscattato, ora possiede una Mercedes e, con orgoglio, me la mostra sul suo Iphone. Dice che la gente in Europa è seria, spesso arrabbiata e ha perso il senso della convivialità. Per questo, appena può torna qui in Armenia dove la vita sarà anche più semplice ma almeno è più allegra.
 
La seconda sera, neanche a farlo apposta, continuiamo a praticare il francese a casa di un prete ortodosso che, trovandoci per strada, fradici, sotto la pioggia, ci offre riparo nella sua parrocchia. Lì conosciamo il nipote, un ragazzino che ha vissuto per molto tempo a Lione e, grazie alle sue traduzioni, passiamo la serata a parlare di religione con il parroco che ci tiene ad essere chiamato Holy Father. Quando gli dico che al momento non credo in nessuna religione, ma non escludo che in futuro possa abbracciarne qualcuna, lui mi risponde di non avere fretta, che sarà dio ad arrivare a me. Poi mi esorta ad andare a Gerusalemme, a prescindere dal fatto che io creda o meno. “A Gerusalemme si sente la forza di dio” mi dice. Il giorno dopo ci porta a visitare la sua chiesa.
 
Continuiamo a pedalare e, dopo una pausa di qualche giorno sulle rive del lago Sevan, una località turistica in estate, ma non in questo periodo dell’anno, pedaliamo gli ultimi km che ci separano dalla capitale Yerevan con un vento frontale che ci obbliga a spingere sui pedali nonostante la discesa.
 
Pablo sta aspettando un suo amico ex collega di lavoro che, approfittando degli scandalosi sconti ottenuti dalla compagnia aerea per la quale lavora, è riuscito a comprare un volo Buenos Aires/Yerevan per meno di 20 dollari. Lui, argentino ma di origini armene, sapendo che Pablo si trova nel paese dei suoi nonni, posto che lui non ha mai conosciuto, ha colto l’occasione al balzo per prendersi qualche giorno di ferie e venirlo a trovare.
 
Dovrebbe atterrare l’indomani e trattenersi per una settimana. Pablo mi confessa che l’amico è una persona alla quale piace concedersi qualche confort e, infatti, non tarda a dimostrarlo: per convincerci a lasciare l’ostello dove alloggiamo prenota una stanza per 3 in un hotel a quattro stelle. La spesa che eccede il nostro budget giornaliero la pagherà lui, in cambio vuole una bottiglia di buon Cognac al suo arrivo. E’ già tutto fatto. Mi sento un po’ soffocato dalla situazione…
 
Aspettando l’amico, intanto, ci troviamo nella capitale già da due giorni e le nostre attività giornaliere, inevitabilmente condizionate dal contesto cittadino, mi rendono, come al solito, insofferente. Al di là delle spese per dormire e mangiare che qui decuplicano, passo le ore a vagare per una città che non risparmia un’occasione per farmi capire che, senza soldi, mi è inaccessibile. Ci fosse un bel monumento o un parco mi siederei su una panchina in contemplazione, ma in città come questa le attrazioni principali sono il nuovo Sheraton, le vetrine delle grandi firme in centro o, al massimo, uno spettacolino di spruzzi d’acqua accompagnati da canzoni di Shakira prima e Bocelli poi.
 
Ammetto di avere poca tolleranza, ma passare un’intera settimana a far finta di apprezzare uno stile di vita che non approvo, anzi ripudio, proprio non mi và. Soprattutto quando so che pochi chilometri più in là posso trovare esattamente quello che cerco: la pace di piccoli villaggetti, dove le tradizioni sopravvivono, dove si parla col proprio vicino, dove si accoglie un forestiero perchè si è curiosi della novità.
 
Pablo da la colpa alla mia mente. Dice che è troppo complicata. Posso capirlo, anche se trovo ingiusto etichettare come complicata una mente per il solo motivo che è madre di un punto di vista differente. Comunque, giusto o sbagliato che sia, l’indomani, mentre Pablo raggiunge
il suo amico all’hotel, io lascio Yerevan e torno a graffiare l’asfalto in sella alla mia bicicletta.
 
RIFLESSIONI DI VIAGGIO
 
Pablo rimane nella capitale mentre io vado alla ricerca di qualcosa di più piccolo, di un’Armenia più tradizionale. La solitudine, come sempre mi fa riflettere e, libero dall’influenza del mio collega, mi osservo. Osservo il mio modo di viaggiare. La routine di questa vita stra-ordinaria.
 
Penso. Penso alla quantità di gente che abbiamo incontrato finora in questo viaggio. Tantissima. Molta di più di quella che mi sarei sognato di incontrare durante la mia vita socialmente attiva da lavoratore. Questo mezzo di trasporto suscita curiosità.
 
Mi ricordo la prima volta che vidi dei cicloviaggiatori. Ero un bambino, in macchina con mia madre, e osservavo il panorama delle colline sarde scorrere davanti ai miei occhi, quando li sorpassammo. Fu come avere una visione. Quel piccolo quadretto di tre ragazzi grondanti di sudore, con la fronte bruciata dal violento sole d’agosto e le guancie rosse paonazze come il colore delle borse strabordanti montate sui lati delle loro biciclette, era una sequenza inaspettata nel fluire d’immagini altrimenti prevedibile, un’esplosione di colori in contrasto con un bellissimo paesaggio in bianco e nero.
 
Quell’immagine mi trasmetteva una fatica enorme, e subito pensai che, solo persone con il gusto per il masochismo potessero scegliere quel modo di viaggiare. Allo stesso tempo però, provavo una profonda ammirazione. Sembravano arrivare da un altro pianeta. Ogni metro era guadagnato, sudato e pensai che la grandezza del loro sforzo doveva essere in qualche modo ripagata con qualcosa di altrettanto grande. Altrimenti perchè lo facevano?
 
Avrei voluto rallentare, viziare i miei occhi ancora per un po’ con quell’immagine che, più osservavo, più faceva crescere in me la voglia di avventura.
 
Oggi quello sudato in bicicletta sono io e vivere quest’esperienza in prima persona mi ha fatto capire due cose molto importanti al suo riguardo, che fino ad ora avevo ignorato:
 
Prima di tutto è ripetitivo. Tutto ciò che appare straordinario agli occhi di uno che fantastica su un’impresa simile, col passare del tempo, nel viaggio,  diventa ordinario. Quello che noi consideriamo l’eccezione nella vita normale, per strada si trasforma in regola. L’imprevisto è cosi presente durante la giornata che, paradossalmente, se ne può prevedere l’arrivo. I dialoghi si ripetono, sempre le stesse domande, sempre le stesse risposte.
 
Oggi quello sudato in bicicletta sono io e vivere quest’esperienza in prima persona mi ha fatto capire due cose molto importanti al suo riguardo, che fino ad ora avevo ignorato:
 
Prima di tutto è ripetitivo. Tutto ciò che appare straordinario agli occhi di uno che fantastica su un’impresa simile, col passare del tempo, nel viaggio,  diventa ordinario. Quello che noi consideriamo l’eccezione nella vita normale, per strada si trasforma in regola. L’imprevisto è cosi presente durante la giornata che, paradossalmente, se ne può prevedere l’arrivo. I dialoghi si ripetono, sempre le stesse domande, sempre le stesse risposte.
 
Tutto è temporaneo, passeggero. E’ vero, si conosce tantissima gente e si visitano posti incredibili, ma dopo poche ore il viaggio ti impone di voltargli le spalle e proseguire. E’ come se tutto ti fosse concesso a patto che non superi le 24 ore di durata. Ecco perchè spesso ho percepito il tempo come tiranno.
 
Non voglio essere frainteso, questo rimane un viaggio in grado di scuotere le colonne portanti di un uomo, che distrugge qualsiasi maschera e, senza concedere via di fuga (se non quella di tornartene a casa), ti obbliga al confronto con te stesso. Capire però che tutto è momentaneo e ripetitivo mi fa intuire che la sua potenza sia molto più sottile e meno evidente di quello che mi ero immaginato, e va cercata altrove.
 
Con questi pensieri per la testa, arrivo a Surenavan, un piccolo villaggio che delimita il confine tra Armenia, Turchia e Azerbaijan, all’ombra degli oltre 5 mila metri del Monte Ararat. Chissà come vive questa gente di frontiera. Incuriosito, decido di rimanere in questo paesino più a lungo del solito. Voglio provare a rompere la ripetitività delle giornate e rimanere abbastanza a lungo da levarmi di dosso la soffocante immagine da viaggiatore vissuto.
 
SURENEVAN
- ARMENIA
 
Sono solo e ho voglia di staccare dai soliti ritmi e provare, anche se solo per pochi giorni, a stravolgere la visione di questo viaggio. Sono solo sensazioni e non so bene come farlo, ma mi basta poco per capire che in questo viaggio TUTTO E’ POSSIBILE. Basta solo volerlo.
Surenavan è un piccolo paesino che sorge a lato della strada statale che, da Yerevan, si dirige in direzione sud, costeggiando i fili spinati della frontiera turca. Passati il grande inceneritore del cementificio, con il suo pennacchio di fumo nero visibile a km di distanza, e una fabbrica dove puliscono e tagliano diamanti, esco dalla statale curvando a sinistra. C’è silenzio, la stradina è vuota, l’asfalto distrutto, e le case sembrano disabitate. Spero vivamente di trovare qualcosa da mangiare perchè ho finito le scorte di cibo e il prossimo centro abitato è a 20 km di distanza. Grazie a dio, pochi metri più avanti, mi imbatto in quello che sembra essere l’unico market di questo piccolo paese.
 
Appoggio la bicicletta sul muretto ed entro. Saluto: “Baref!”, il signore al bancone risponde con un cenno senza guardare, ma quando gli domando una bottiglia d’acqua e della frutta, incuriosito dallo strano accento alza lo sguardo e il suo volto cambia espressione. Divertito e quasi incredulo, chiama il fratello, che sta riponendo della merce su uno scaffale, per condividere questo spettacolo stravagante. Sono sicuramente un cliente inaspettato.
Sono curiosi, cosi gli racconto della mia avventura e, una volta rotto il ghiaccio, gli domando se conoscono un posto dove montare la tenda. Discutono tra loro e alla fine, il fratello che stava riordinando gli scaffali, Robert, mi dice di seguirlo. Mi porta prima nel magazzino pieno di scatoloni, “qui va benissimo” gli dico ma lui, poco convinto, prosegue in un grande spazio vuoto attiguo al market dove, dice, se le cose dovessero andare meglio, amplieranno il negozio. Anche qui gli faccio cenno che sarebbe perfetto, ma lui continua a camminare e mi porta su per una scala a chiocciola non ancora terminata, fino al primo piano di un palazzo in blocchi di cemento dove mi apre la porta di una stanza impolverata, ma vuota. Ha deciso, dormirò qui. Lo ringrazio e inizio ad arredare la mia cuccia: stendo il telo di plastica per terra, sopra sistemo il materassino e poi il sacco a pelo; una piccola candela, il libro e il taccuino a lato. La mia suite è pronta.
Esco dalla stanza e mi guardo intorno: sulla destra il Monte Ararat è cosi vicino che quasi lo posso toccare, mentre di fronte, la vista sull’entrata del market mi permette di osservare i volti della gente che vi entra ed esce, intenta a fare acquisti: c’è la signora che sceglie il pollo dal congelatore, dei bambini che escono correndo con le tasche piene di caramelle, un gruppo di uomini che chiaccherano e sorseggiano birra con in mano dei sacchetti pieni di pane. Le strade intorno sono vuote o, al massimo, c’è qualche persona diretta al market, o di ritorno, con le buste della spesa in mano. Sembra che la vita di questo paesino si concentri tutta intorno al negozio di Robert.
 
Ho fame e scendo anch’io al market. Lo guardo meglio, è molto grande e, oltre ai bidoni pieni di riso, pasta, legumi o semi, oltre agli scaffali pieni di dolciumi artigianali, prodotti per la pulizia, cosmetici, ecc…, vendono anche prodotti per la casa, piccoli elettrodomestici, abbigliamento per uomo, donna e bambini, insomma, vendono veramente di tutto. Il locale è pulito e perfettamente in ordine. E’ la prima volta che trovo un market così organizzato in questo paese.
Questa dev’essere l’ora di punta perchè Robert è indaffarato ad assistere la coda di clienti, quasi tutti cugini, parenti o, almeno, amici d’infanzia. Mi dice di aspettarlo seduto sulla panchina all’entrata. Arriva con un vassoio pieno di wafers, caramelle e due caffè. Si siede accanto a me, proviamo a dirci qualcosa ma non parlando una parola d’inglese preferiscce stare in silenzio. Le caramelle sono molto elaborate e una più buona dell’altra, ma sono solo 5 o 6 tipi tra i più di venti che vende in negozio. Non può averle scelte a caso perchè sono troppo buone.
Quando gli chiedo se c’è un ristorante dove mangiare qualcosa sorride e mi dice di aspettarlo. Appena arriva qualcuno per sostituirlo alla cassa, mi fa cenno di seguirlo per l’ennesima volta e mi porta a casa sua, che si trova dall’altro lato della strada. Entriamo in cucina e ci sediamo al tavolo dove altre persone stanno già mangiando. Sono alcuni dei fratelli e il padre, Misha, un personaggio, mentre ai fornelli ci
sono la madre e la sorella. Tutta la famiglia lavora nel market, che loro chiamano ‘magazine’, e per tutto il giorno si danno i turni. Mangiamo una zuppa di pollo accompagnata da chili di pane e Misha stappa una bottiglia di Cognac armeno in mio onore. Tutto quello che c’è sulla tavola proviene dagli scaffali del market. Mi raccontano che il pollo lo comprano dall’america, il pane fresco arriva tutte le mattine da Ararat e il Congac è tra i più costosi, e rappresenta il massimo del vizio che gli abitanti di questo villaggio si possono concedere.
 
Finita la cena Robert deve tornare a lavoro, cosi Misha mi prende in custodia. Anche lui non parla una parola di inglese, ma questo non lo frena dal farmi lunghi monologhi raccontandomi storie della sua vita: pare che abbia lavorato per parecchi anni come camionista, trasportando merci tra Iran, Turchia, Azerbaijan e Armenia. La sua passione è raccontarmi di quanto il perimetro dell’Armenia fosse più esteso fino a pochi anni prima e che oggi, purtroppo, la maggior parte dei suoi terreni appartengono ai paesi confinanti. Anche se faccio fatica a comprenderlo non devo disperare perchè mi ripeterà lo stesso discorso almeno 3 volte al giorno per tutto il resto della mia permanenza a Surenavan.
 
HAIG, ADRIANO E TOTO
 
Con Misha ci dirigiamo a passi molto lenti verso il magazine dove, seduti sulla panchina, troviamo un gruppo di uomini che, scoprirò nei prossimi giorni, si ritrovano lì tutti i giorni dopo il lavoro. E’ buio e non vedo le loro faccie, ma solo i mozziconi accesi delle loro sigarette. Mi presento a tutti scatenando un coro di risate imbarazzate. La mia presenza gli fa dire cose che io non capisco ma che a loro fanno morir dal ridere. Conosco Yerevan, detto Yero, un signore sulla cinquantina che ogni sera mi inviterà a mangiare Kebap a casa sua, prima di scomparire; poi un ragazzo dal nome impossibile, col quale mi ritroverò ogni giorno a bere una birra verso le 6 seduti alla panchina.
 
Poi arriva Haig, il grande, maestoso Haig. Anche lui è un puntino rosso che volteggia nell’oscurità anche se avverto il suo sorriso ogni volta che mi parla. E’ un sorriso di intesa, lo stesso che io avrei con un amico ritrovato col quale voglio tornare a divertirmi. Questo sorriso mi farà affezionare molto a quest’omone di 50 anni e 125 kg peso. E’ curioso di conoscere la storia di questo forestiero, e chi già la conosce non tarda a raccontarla, stando attento a non omettere nessun dettaglio. Sembra che per lui siano sufficenti poche informazioni perchè si gira verso di me e dice “Let’s go”. Gli altri scattano in piedi al suo ordine e ci seguono verso la macchina, una vecchia Lada, e insieme partiamo per non si sa dove. Durante il tragitto, durato non più di un minuto e mezzo, ognuno elogia le virtù dell’amico – “Haig really good man, very good family!”. A quanto pare mi hanno portato a casa dell’omone. Qui, dopo aver attraversato varie stanze arriviamo in un grande salone pieno di divani sistemati lungo il perimetro. Ci sono già seduti un gruppo di anziani e stanno brindando al discorso appena terminato di quello che sembra essere il capo villaggio, una sorta di Grande Puffo. Vengo spinto a capotavola e, in mezzo a un’esplosione di urla, ci tracanniamo un bicchierino di Cha Cha tutti assieme, mentre qualcuno urla la mia storia all’orecchio di Grande Puffo, ormai sordo e quasi cieco. A questo punto, il vecchio prende la parola e immediatamente cala un silenzio di tomba. Tutti seguono il discorso facendo cenni di consenso con la testa e valorizzando ogni parola uscita dalla bocca di quest’uomo, per il quale tutti nutrono un profondo rispetto. Il vecchio dice che approva la mia impresa, ringrazia dio per averci fatto incontrare e mi augura una vita piena di salute e successo. Brindisi, poi un’altro e un’altro ancora.
 
Non vi dico quanti bicchierini ci siamo fatti perchè non ci credo neanch’io. Nel mezzo di questo marasma, fà la sua entrata Hermine, la graziosa moglie di Haig, professoressa d’inglese nell’unica scuola di Surenavan. Se fino a questo momento ci eravamo raccontati vita morte e miracoli non si sa in quale lingua, ora che Hermine può dare un senso alle nostre parole, i discorsi diventano più solenni. Parliamo di tutto, ma la cosa a cui questi signori tengono di più è farmi capire che, nonostante nel mondo circolino veramente poche informazioni su questo paese, l’Armenia è piena di storia, cultura e tradizioni in grado di attrarre qualsiasi turista. Confermo la loro teoria confessando che del loro paese
conosco solo il capitolo nero dei genocidi che hanno portato alla morte di centinaia di migliaia di Armeni, se non milioni, mentre loro dell’Italia conoscono perfino Totò Cotugno, Adriano Celentano, Romina Power e Albano. E per dimostrarmelo, sparano a palla “Azzurro” che qui è in cima alle classifiche da una decina d’anni. Poi il vecchio si congeda e ce ne andiamo tutti a dormire.
 
I giorni sucessivi ho passato molto tempo con Haig. Tutte le mattine lo trovavo in macchina davanti al magazine che mi ondeggiava la mano da destra a sinistra, un gesto tipico armeno, che significa “Wazzup?”. Dopo avergli confessato di avere un calendario abbastanza vuoto, con un sorriso mi ordinava di saltare in macchina e, senza dirmi niente, guidavamo a zonzo per la regione. Una volta mi ha portato a comprare dei pantaloni lunghi di cui avrei avuto bisogno per pedalare in Iran ma costavano troppo e quindi non li ho comprati; un’altra volta siamo andati a visitare il monastero di Khor Virap, letteralmente a 20 metri dalla frontiera turca e per questo i muri che si affacciano alla Turchia sono crivellati di pallottole sparate per divertimento dalle sentinelle; un’altra volta ancora mi ha portato a visitare i suoi campi di albicocche e la tomba del fratello ucciso a 19 anni nella frontiera con l’Azerbaijan, pochi km più a sud. Mi ha raccontato che la sera in cui suo fratello morì, lui imbracciò il fucile e andò diretto nel punto dove era accaduto il fatto. Lì vi trovò due guardie che uccise e poi fu costretto a scappare e nascondersi nelle montagne per una settimana prima di poter tornare a casa. Aveva 21 anni e ha ancora gli occhi lucidi quando ne parla.
 
In questo villaggio ho trascorso 9 giorni e mi sono ricaricato. Ho finalmente arricchito il viaggio con un’esperienza nuova e completamente diversa da quelle precedenti: per 9 giorni mi sono sentito un abitante e non un viaggiatore. E per uno che si trova sulla strada da mesi, vi assicuro che non è una banalità. Le possibilità di questo viaggio sono infinite e ogni volta che me ne rendo conto le mie gambe tremano di fronte alla sua potenza.
 
Cosi come sono comparso a Surenavan, silenziosamente, a ritmo di pedale, cosi la mia storia è entrata a far parte delle tante storie che gli abitanti di questo paesino sono soliti raccontarsi seduti sulla panchina. Questa storia porterà nuove emozioni e, grazie a lei, la gente potrà conoscere nuove sfaccettature di se stessa e degli altri, fino a quando, detto tutto quello che c’era da dire, saturata ogni considerazione, esplorato tutto quello che c’era da esplorare, non diventerà altro che un’altra occasione per ripetersi.


Gentilmente concesso da Mecum 
http://www.mecum.it/
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