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ANDES OFF ROAD 2011

Pennello
  • Diario di bordo di Pennello Inserito il 23-04-2012
  • Destinazione Cile, Bolivia, Peru
  • Quando Dal 26-02-2011 al 30-03-2011
  • Avventura in: Moto
ANDES OFFROAD 
 
6000 km in moto tra le meraviglie di Perù, Cile e Bolivia
‎MACHU PICCHU, CUZCO, NAZCA, AREQUIPA, IL LAGO TITICACA, IL SALAR DE OYUNI, IL DESERTO DI ATACAMA, L'AMAZZONIA BOLIVIANA, I VULCANI, LE LAGUNE E I GEYSER A 5000 METRI DI ALTITUDINE...
PIPPO DE SANTIS, ROBERTO DE PAOLIS, VANTE DE RITIS E STEFANO RAIMONDI
 
 
Prefazione  
di Stefano Raimondi
 
Ho scritto questo diario giornaliero ogni sera per la voglia di condividere con voi questo viaggio solitario. Tale è per me un viaggio in moto, anche se lo si percorre con dei cari compagni.
Molte ore passate, dove viaggi col corpo e viaggi con la mente. Un viaggio dentro l'altro. Due viaggi paralleli.
Ho scritto ogni sera sul mio iPhone e quando ne avevo l'opportunità spedivo i testi via web ad Isabella che dopo averli corretti dai miei innumerevoli “orrori” d'ortografia li diffondeva ad amici e parenti.
Ho scattato foto con il piacere di affondare le mani in quella terra.
Adesso mi piace l'idea di radunare e mescolare immagini e parole in un unico oggetto. 
Sono le mie sensazioni e ve le offro...
 
Acclimatamento a Cuzco
Il viaggio durato poco più di un giorno. Tre voli presi per arrivare fin qua. Per non rischiare di perdere il bagaglio lo abbiamo ridotto al minimo, in modo che tutto entrasse in una sacca a mano da poter portare in cabina. Abbiamo viaggiato indossando l'ingombrante abbigliamento da moto, casco compreso! D'altronde in moto viaggeremo con una sacca stagna da 40 litri sul portapacchi, un leggero zainetto e il marsupio per la fotocamera. Questo è tutto. Indumenti “civili” pochissimi e tanto sapone...
Trascorriamo 4 giorni a Cuzco, un po per acclimatarci all'altitudine un po per visitare gli interessanti siti archeologici Incas.
Il secondo giorno passa mal di testa e “fiatone”. Più del sito archeologico Sacsahuaman trovo interessante il mercato al coperto e il vecchio quartiere intorno la stazione.
Il terzo giorno si parte per Machu Picchu. Un po' in autobus un po' in treno.
 
 
1° giorno, Cuzco - Yauri
Km 240 asfalto 180 pista 60
 
Primo giorno in moto. Lasciato Cuzco alle 10, siamo arrivati a Yauri attraversando un bellissimo altopiano a quota 3800, toccando i 4275 m in un passo. Iniziato con un bell’asfalto scorrevole che dopo Sicuani, dove pranziamo, mangiando un po’ troppo, ha lasciato il posto a una bella pista. Le moto Honda XRL 650 sono “morbidone” e i motori sembrano dei 250! Ma va bene così! Siamo passati da Cuzco bella ma zeppa di turisti a Yauri dove siamo gli unici. Questo è il vero Perù! Gente sorridente e curiosa come noi di loro. Le ragazze hanno dei lineamenti delicati ed esotici, a volte sembra di essere in Mongolia. I mercati sono affascinanti, pieni di cose a noi sconosciute. I colori intensi e decisi. Domani sveglia alle 6 come al solito e un bel tuffo nel mercato per soddisfare vista, olfatto e udito. Sono le 21:45, tutti già dormono. Buonanotte anche a voi che già da tempo sognate.
 
2° giorno, Yauri - Yanque
Km 166   asfalto 29 pista 137
 
Niente asfalto. Si comincia su pista dopo aver lasciato Yauri. Ed ecco il primo guado, affrontato con un bel dietrofront! Seguiamo con lo sguardo le motorette dei locali sull'altra sponda per capire come fanno. Semplice: passano poco più in basso su un ponte tibetano (per noi) peruviano per loro! Oggi ne attraverseremo alcuni. Oscillano un poco e sono stretti. Devi stare attento che il manubrio non tocchi i cavi d'acciaio. Sono molto divertenti da percorrere.
Il fondo non è buono come ieri. Pieno di buche, un po’ di fango. I terreni circostanti sono verdissimi, inzuppati dalle frequenti piogge. I guadi sono tanti, non difficili ma usiamo parecchia attenzione. Il viaggio è appena cominciato e non ce le andiamo a cercare!
Saliamo, saliamo... Non te ne accorgi dalla strada ma dall'aria rarefatta. Valichiamo due volte prima a 4500 m e poi a 4780. Sole forte, cielo cobalto, la rarefazione... ecco che arriva il mal di testa a tutti. Per fortuna la meta è a soli 3200 m, così questa sera i dolori sono più o meno passati. Abbiamo impiegato tutto il giorno per fare 166 km di paesaggi, irreali per noi abituati ai nostri begli Appennini. Incontrato alcuni peruviani sorridenti su copie cinesi di XL 125, pochi pastori scalzi, buffi alpaca, qualche camion, i primi fenicotteri e un gruppo di
operai che organizzano i preparativi per la festa di carnevale che si terrà il prossimo lunedì in località Trés Canyons. In questo punto confluiscono 3 fiumi con relative vallate. È un luogo spettacolare, è valsa la giornata solo per questo. Ma è per noi sperduto nel nulla. I peruviani ci arriveranno per un solo giorno di festa da ogni dove e con ogni mezzo.
Le moto si comportano bene. Scoppiettano in rilascio e puzzichiano un po’. Pippo è molto sensibile a questo odore di benzina incombusta. Sempre avanti sta!
La nota “flosciaggine” delle sospensioni delle XL e XR è per questo tipo di percorso e alle nostre andature, molto apprezzata. Con una GS 1200 o una 450 racing, il percorso sarebbe stato un incubo!
Oggi Vante è stato battezzato dalla pura e limpida acqua di un bel torrente. Inciampato ha, mentre incominciava a guadare. Vestito più da alpinista che da motociclista si è inzuppato! He..he..he... bisogna fargli però i complimenti: prima volta in fuoristrada e con soli 10 mesi di moto alle spalle! Incosciente? Incoscienti noi? Vedremo! Siamo però tranquilli perché lo spirito di Vante è quello "giusto" per questo viaggio e questo conta molto di più della sola esperienza su due ruote.
Be'.. Mo' si è fatto tardi e domani un altro canyon di 100 km ci aspetta con tante buche!!!
 
3° giorno, Yanque - Mollendo
Km 350  asfalto 170 pista 180
 
Notte di lusso. Albergo consigliato da Herman, steward e motociclista conosciuto nel volo Madrid-Lima. Giornata splendida. Cielo cobalto, cime innevate e temperatura ideale. La pioggia è rimasta sulla cordigliera. Ci dicono che a Cuzco piove a dirotto! La ritroveremo in Bolivia? Sul salar di Uyuni è un mese che piove! Mi sa che rimaniamo in Cile! Torniamo ad oggi. Canyon del Colca spet...ta...co...la...re! Profondo fino a 3 km! Siamo andati a caccia di condor. Trovati per la gioia di Roberto. Pista scorrevole meno buche di ieri. Montagne coperte di cactus, altri passi quota 4000 e giù verso il mare. Una lunga discesa durata 8 ore. A quota 3000 incomincia la zona desertica... che arriva fino all'oceano. A quota 1400 percorriamo un tratto della Panamericana. L'ambiente cambia repentinamente. Camion enormi e coloratissimi attraversano anonimi villaggi allungati lungo il nastro d'asfalto. Lunghissimi rettilinei interrotti solo da profondi canyon da attraversare. Non ci sono viadotti. Giù e su per alti costoni. Lasciamo la Panamericana e deviamo verso la costa. Percorriamo gli ultimi km per la prima volta dopo il tramonto, verso il mare.
 
4° giorno , Mollendo - Tacna
Km 270  asfalto 200 pista 70
 
Ci sveglia un forte odore di pesce. Dà proprio fastidio la mattina! Riesco a collegarmi con Skype. Mi risponde Enrico. Sono un po’ emozionato e non so che dire. Anche Enrico dice poco. Si salva con un " mamma...?'' chiamando Isa, che sta però pranzando e non arriva subito. Silenzio imbarazzante per alcuni secondi.
I muri dell'albergo lasciano intravedere uno scorcio d'oceano; riesco a inquadrarlo con l'iPhone. A chilometri di distanza vedono quello che vedo io. Bello! Riesco anche a parlare con Lorella e Carlo; appena tornato dalla Tunisia.
Partiamo.
Pippo ha tracciato una rotta per Tacna seguendo la costa. Me la immaginavo trasandata, piatta e costellata di località di mare. Tutt'altro. È montuosa, desertica, tutta giallo ocra e blu marino.
Il mare è scuro. Schiuma intorno a bianchi scogli e verdi onde piene di alghe. Poche case. Le montagne entrano in acqua e il nero asfalto taglia i pendii a mezza costa. La strada è ancora in costruzione; tratti di pista si alternano ad asfalto. Ogni tanto macchie arancione: sono gli operai che la stanno ultimando.
Sopra di noi a bassa quota volteggiano avvoltoi dal collo rosso. Sfruttano le correnti marine che si scontrano sulle coste delle montagne. Procedendo verso sud percepiamo un odore di pesce marcio che diventa sempre più intenso. Sono altre industrie di farina di pesce. Quando ci passiamo vicino l'odore è insopportabile.
Ci fermiamo a mangiare nella graziosa e vivace città marinara di Ilo. Nel porto una flottiglia impressionante di pescherecci. Fa caldo.
Pomeriggio tutto asfalto. La strada continua a costeggiare il mare fino a 40 km da Tacna. La città di frontiera è caotica e c'è parecchio smog. Per fortuna i documenti delle moto che servono per espatriare sono arrivati qui con il corriere aereo da Lima, come promesso dal
rent-bike di Cuzco. Li ritiriamo all'aeroporto. Ci rimane solo da risolvere un problema meccanico alle moto. I cuscinetti della ruota posteriore di due xr sono consumati. Non ce la sentiamo di proseguire altri 25 giorni in queste condizioni. Domani cercheremo di risolvere il problema.
 
5° giorno, Tacna - Putre
Km 200 asfalto 200 pista 0
 
ruote. Altrimenti ci dobbiamo arrangiare con meccanici locali o provare in Cile. Il concessionario Honda è poco lontano dall'albergo, ha i cuscinetti, siamo fortunati!
Si parte per il Cile. Alle 13 siamo in frontiera. Impieghiamo due ore per le pratiche doganali. Facciamo una puntata ad Arica per cambiare i dollari. Sembra di stare a Miami! Caldo, strade colorate, negozi alla moda, gente che passeggia in bermuda e maglietta. Ragazzi che fanno il bagno. Bella, ma preferiamo meno civiltà e confusione.
La nostra meta è il parco nazionale di Lauca, nella cordigliera andina, al confine con la Bolivia. In due ore saliamo dal livello del mare a 3500 m! Il paesaggio è desertico. L'unica pianta presente è una varietà di cactus chiamata “a candelabro”. A quota 3000 m, in pieno deserto, incontriamo l'unico ristoro presente. Tutto colorato e costruito con materiale vario. Sembra l'opera di un artista. Ci vive una famiglia molto estrosa. Lui sessantenne, barba bianchissima, molto loquace e di buon umore, ci mostra mentre ci offre una tazza di matè tutti i suoi lavori. Zona astronomica, con due vecchi Apple fine anni '80, zona archeologica, zona mineraria, cucina ad energia solare, pala eolica, serra in policarbonato, pannelli fotovoltaici, tende per ospitare gruppi, forno, e altre cose non terminate. Una specie di Archimede.... Tutto realizzato con materiale riciclato, sparso alla rinfusa sulla sommità di un passo! Affascinante! La moglie non è da meno. Medico sulla cinquantacinquina, occhi azzurri, volto bruciato dal sole, bel viso. Ha vissuto in molti stati. Ambedue parlano molte lingue tra cui l'italiano. I due figli, molto belli, 12 e 10 anni, giocano a tennis con un filo e due racchette rotte. Non vanno a scuola e sono nati in quella casa. E' il padre che gli fa scuola tutti i giorni. Dalla descrizione sembrerebbe una famiglia di "figli dei fiori" ma non è questa l'immagine che danno. Certo sono singolari, ma... "tanto di cappello!" Ovviamente rimaniamo tutti molto colpiti e affascinati.
Il tramonto sta arrivando e abbiamo altri 50 km da percorrere per la meta. Il freddo pungente avanza, e man mano che saliamo di quota ci immergiamo tra le nuvole. Non ci cambiamo, continuiamo con l'abbigliamento del mattino quando facevano 28 gradi. All'arrivo a Putre il termometro ne segna 8! Brrrrrr....
Putre non è una città ma un piccolo villaggio di montagna con alcune pensioni. Ne scegliamo una gestita da un italiano. Ottimo livello. Anche il wi-fi in camera!
Pippo ha un forte raffreddore. Si va tutti a letto in calzamaglia. Domani sveglia più tardi. Tra Perù e Cile ci sono due ore di differenza. Altra stranezza del Sudamerica.
 
6° giorno,  Putre - Salar de Surire
Km 167 asfalto 40   pista 127
 
Stiamo riposando, distesi su brande in un container. Occupiamo due alloggi di minatori cileni. Siamo sul Salar de Surire a quota 4200. Qui si estrae dalla superficie salata la borace per ottenere l'acido borico. In questo momento la miniera è chiusa. C'è solo il guardiano che gentilmente ci ha ospitato, ben contento di scambiare due chiacchiere. A parte il guardiano in tutto il salar sono presenti poche altre persone. Quattro carabinieri a nord e il guardaparco con moglie a sud. Noi proprio da quest'ultimo dovevamo alloggiare. Siamo nel Parque Nacional Lauca. Questa mattina quando siamo partiti da Putre avevamo due opportunità: o viaggiare veloci e arrivare fino a Colchane, il che voleva dire percorrere 240 km di pista, oppure prendersela con calma e fermarsi a metà strada nel rifugio al Salar del Surire. Decidiamo per il rifugio ma non ci assicurano la presenza del guardiaparco. Quindi dobbiamo per forza arrivare alle 12 al rifugio. In questo modo se troviamo chiuso abbiamo ancora luce per arrivare a Colchane.
Visitiamo Parinacota, un piccolo villaggio a 40 km da Putre. È' deserto, solo un anziano ci apre la bottega così riusciamo a comprare qualcosa per il pranzo e l'eventuale cena al rifugio. Al centro del villaggio c'è la chiesa seicentesca. Il tetto è di paglia e ha un bel portale dipinto di rosso. Il minuscolo campanile tutto bianco ha una minuscola entrata che porta alla campana. Come erano
piccoli un tempo!
Lungo la strada per il salar incontriamo un pick-up dei guardaparco. Ci assicurano che il rifugio è aperto e troveremo una persona. Che fortuna, possiamo procedere con più calma. La pista è bella, lo scenario superbo. C'è il sole, ci sono le nuvole, basse, sopra le nostre teste, quasi riusciamo a toccarle. La luce è forte, polarizzata, i colori intensi. Nessun albero, solo piccoli ciuffi verde scuro e muschio che forma grossi rotondi sassi verde chiaro.
Viaggiamo a distanza l'uno dall'altro, quasi a voler ognuno il proprio spazio intimo con la superba natura. Montagne che superano i 6000 m con la cima tra le nubi, specchi d'acqua che riflettono il continuo movimento delle nuvole, greggi di alpaca e lama diffidenti e delicate vigogne che ci guardano passare ed in fine al rifugio curiose viscacce che prendono il pane dalle mani. Però il rifugio è chiuso! Che fare? Ormai è tardi per proseguire. Fortuna che c'è Guillermo, il guardiano della miniera, che ci ospita. Più tardi arriverà il guardaparco con la moglie ad invitarci al rifugio. Ormai siamo comodamente sistemati qui e Guillermo ha promesso zuppa calda per tutti!
 
 
7° giorno, Salar de Surire - Iquique
Km 400  asfalto 260  pista 140
 
Lasciamo la miniera di borace di buon ora. La giornata è splendida. E’ piovuto ieri sera e adesso il cielo è terso. Percorriamo la laguna dal lato ovest in modo da avere il sole che illumina lo specchio d'acqua pieno di fenicotteri rosa e vigogne al pascolo. Il giro della laguna è lungo e termina con un bagno sulfureo (Pippo e Vante) mentre Stefano e Roberto vanno a caccia di foto!
Continuiamo tra montagne dalle cime innevate e vallate cespugliose fino a Colchane. La benzina è finita e proviamo a passare in Bolivia dove c'è un distributore. Niente da fare non ci fanno passare,  allora ci fermiamo sul confine e ci affidiamo a una donna che per mestiere, con un carretto a mano, va al distributore e ci riporta 50 litri, quanto basta per arrivare pelo pelo sulla costa.
La discesa dai 4200 m a 0 m è tutta asfaltata. All'inizio rimaniamo in quota per 80 km poi dai 4200 ai 1200 è abbastanza rapida. Sempre con curve molto dolci, nessun tornante. L'ultimo tratto è sul dorso di un pendio tra due canyon lungo 30 km. Seguono due rettilinei di 15 km ciascuno su un immenso altopiano. Tutta la zona è desertica dalle Ande al mare! Percorrendo l'ultimo tratto che porta a Iquique si contano 47 lapidi di incidenti mortali, su un tratto di 40 km. Quasi tutte le strade asfaltate che abbiamo percorso in Perù e Cile ne mostrano la presenza. In effetti non sono lapidi ma piccoli mausolei, generalmente hanno una casa in miniatura e una croce. Addobbate con fiori, bandiere e oggetti che ricordano il defunto. Sono molto vivaci e colorate. Qualche volta si vedono i parenti che pregano vicino, e offrono fiori e birra.
Mi colpiscono e ricordano la pericolosità delle strade. Funzionano da deterrente, almeno su di me!
Per arrivare a Iquique gli ultimi 500 mt di dislivello sono impressionanti. Si scende con una lunga diagonale appoggiata ad un costone giù fino al mare. La città è la più grande che abbiamo visto fino ad ora. Tra lo stretto spazio della montagna che si tuffa in acqua e la città, c'è un'immensa duna. Gli alti palazzi in confronto sembrano fiammiferi infilati nella sabbia. È una cosa incredibile! Questa duna assomiglia a quelle che si vedono in Libia!
La giornata in moto finisce con la ricerca dell'albergo, non facile. È domenica e sono tutti occupati. Finiamo in un hostal base... base. Ci rifacciamo con un ottimo ma caro ristorante in centro!
 
8° giorno,  Iquique- Tocopilla
km 235   asfalto 232  pista 3
 
Giornata tranquilla. Tutta costa, mare a destra e catena montuosa a sinistra. Con il deltaplano, sfruttando la spinta della brezza marina che batte sulle montagne, si percorre (per chi è capace) l'intera distanza fatta da noi oggi in moto!
Iquique. Soggiorno in hostal sporco e trasandato. Il centro città ha un suo fascino con edifici coloniali di legno, avvoltoi sui tetti e cormorani sulle palme. La gente cammina, sapendo dove andare, ma senza fretta. Le case sono coloratissime e man mano che l'ombra della montagna retrocede, il sole accende tutti i colori. La città si illumina e ogni dettaglio emerge.
I primi 50 km di costa non sono belli. Passiamo l'aeroporto, alcuni porti e depositi minerari di fosfati. Osservo
la strada alla ricerca di qualche altarino dedicato alle vittime della strada da fotografare. Anche qui gli incidenti sono stati tanti ma meno che sulla strada di ieri. La fantasia e l'estro dei cileni, si esprimono anche in queste opere. Sono tutte diverse e si percepisce da esse il carattere dei familiari. Sobrie, coloratissime, curate, disordinate, esagerate, raffazzonate, discrete e altro... In un punto tra la strada e il mare centinaia di croci. Un cimitero? Mi fermo e osservo meglio. Le fosse sono piccole, le date di nascita e morte ravvicinate e molte hanno un gioco o un peluque appoggiato. Non è possibile! Non ha senso. Bambini? Cerco dettagli per capire... trovo una foto... cani, sono tombe di cani, a centinaia! Riproduzioni d piccole tombe cristiane. Bizzarri questi cileni! Genuini questi cileni. Semplici questi cileni. L'amore non ha barriere e non se ne vergognano!
Il tratto di costa successivo è suggestivo. Aveva ragione Giorgione ad insistere per farcelo visitare. Una serie di montagne da superare che entrano in acqua. Tutte con lo stesso andamento a Sudest. Maestose, completamente spoglie, mostrano i diversi minerali di cui sono composte. Pennellate di colore dal giallo chiaro al rosso mattone. Dall'altra parte della strada, verso il mare, scogli neri. Alcuni con la cima bianchissima. Sembrano di marmo o sale! No... è il guano dei cormorani! Depositato negli stessi punti per decenni. Sulla riva mucchi ben sistemati di alghe messe a essiccare. I pochi abitanti di questa lunga costa si dedicano a questa attività o pescano.
Nei disordinati villaggi di legno senza acqua corrente e spesso senza energia elettrica, o su qualche spiaggia isolata, si riconoscono "personaggi alternativi" che dimorano qui, non per necessità ma per scelta.
Ogni tanto si vede una zona di villeggiatura. Le case, anche queste di legno, sono però più ordinate.
Arriviamo a Tocopilla e capiamo che siamo a ridosso delle miniere di rame. Una grossa statua, posta all'inizio della città, fatta di questo metallo ci accoglie.
 
9° giorno,  Tocopilla -Toconce
Km 260  asfalto 220 Pista 40
 
Lasciamo l'oceano. Non lo rivedremo più.
Ancora una volta la strada comincia a salire da subito, ancora una volta attraversiamo l'altopiano desertico da ovest a est. Questa immensa distesa piatta color cipria. Un'unica strada l'attraversa, dal mare verso le montagne. 120 km senza una curva. Ci fermiamo a pranzare alla mensa dei minatori di Maria Elena, poi cominciano le curve e si entra tra le montagne.
Arriviamo alla miniera di Chiqiucamata. La più grande riserva di rame del mondo. Un cratere scavato dall'uomo profondo 850 metri. Proviamo a visitarle ma la prossima visita è per domani. Peccato! Non si può fare tutto. Non ci possiamo lamentare! Questo viaggio, per le cose viste e le emozioni che mi ha dato fino ad ora, potrebbe finire qui. Ma siamo fortunati e abbiamo ancora altri giorni per assaporare questa terra.
Sono fortunato perché Isabella si sta occupando anche dei miei compiti a Chiusi e condivide con me questa scelta.
Uno dei primi giorni dopo la mia partenza, in risposta al mio dubbio di averla lasciata sola con i bambini, mi ha scritto: "Questo tuo viaggio arricchisce tutti noi". Queste parole mi accompagnano e sono sedute sulla sella dietro di me.
Lasciata la miniera cerchiamo di trovare un posto per dormire il più vicino possibile al geyser El Tatio. La guida e i locali ci suggeriscono di trovarci lì alle 6 del mattino.
Passato l'ultimo villaggio certo, dove c'e un albergo, fermiamo una macchina per chiedere se più avanti esiste un posto da dormire. Ci confermano che a Toconce c'è! Altri 40 km di pista tra le montagne. Arrivati troviamo un'atmosfera particolare! Tutto il villaggio è ubriaco! Festeggiano il carnevale e la festa di Pachamama. Di un albergo neanche l'ombra.
Tornare indietro? Vediamo se troviamo da dormire. Il “fiuto” di Pippo ancora una volta ci aiuta: letti in una stanza privata con un disordine inimmaginabile e calorosa cena offerta dalla famiglia di Nelson. Un autista della miniera che ha qui una graziosa casa di villeggiatura. Chiacchieriamo con loro tutta la sera, fino a quando tutto il villaggio si presenta a casa. Festeggiando passano di casa in casa dove vengono accolti per mangiare e bere. Andranno avanti cosi tutta la notte!
 
10° giorno, Toconce - San Pedro de Atacama
Km 240   asfalto 40 pista 200
 
Alle 4 partiamo per vedere i geyser. Purtroppo la strada che da Toconce va verso la località Tatio
è chiusa per frane a causa delle ultime piogge. Per fortuna due tecnici di Santiago, che stanno da 30 giorni a Toconce per montare un traliccio per la telefonia, ci regalano 20 litri di benzina! Con questa riserva in più possiamo tornare indietro e in 80 km arriveremo ai geyser. Addio vantaggio di strada. Comunque l'esperienza vissuta a Toconce: entrare per poche ore nel vivo della cultura cilena, ha entusiasmato tutti e quattro.
Che freddo...
Notte stellata, assenza di luci. Solo i tre (quella di Pippo è poco efficiente) fari delle XR ad illuminare i pochi metri di pista davanti a noi.
Che freddo! 
Ci fermiamo più volte per cercare di scaldarci le mani congelate. Quasi 2 ore impieghiamo per 80 km. Arriviamo ai geyser che è ancora notte. La prima cosa che facciamo è cercare di scaldarci vicino alle caldane di vapore che esce dal sottosuolo. C'è un iniziale sollievo ma quando ci allontaniamo il vapore si raffredda immediatamente e rimaniamo umidi. Ci allontaniamo e ci avviciniamo... Un balletto che dura per un po’!
La valle dei Geyser del Tatio non è poi così sorprendente. Più che un posto di geyser sembra la solfatara di Pozzuoli! In più è piena di turisti che provengono da San Pedro con i pullman. Non è valso il freddo che abbiamo preso e l'alzataccia! Fino alle 8 il sole non si vede e il freddo continua. Siamo a 4300 m! Aspettiamo la nostra fonte di calore girovagando tra gli sbuffi dei geyser. Sono tanti, grandi e piccoli. Acqua che ribolle, bolle di fango, alcuni sembrano dei piccoli vulcani, altri solo vapore bollente. Finalmente il sole! E noi come lucertole! Pian piano l'attività geotermica diminuisce e i pullman richiamano i turisti. Sono le 9,30 non c'è quasi più nessuno. Pippo e Vante si sono immersi in una pozza di acqua calda, Roberto, affaticato dall'alta quota non si muove, continua a fare la lucertola disteso su un muretto, io a fatica scatto foto ai geyser che nel frattempo si sono riempiti di colore. Adesso lo spettacolo è più affascinante.
Verso San Pedro. Altri 80 km di pista ma questa volta c'è il sole. Paesaggio magnifico! I vulcani e le montagne innevate sono lì, sopra di noi. A pochi chilometri. Vette che superano i 6000 metri, rompono l'orizzonte. Niente vegetazione, solo sassi e sabbie.
Si scende verso il villaggio ormai turistico di San Pedro. Pranziamo e cerchiamo con cura un albergo. Ce ne sono parecchi e sono più cari della media cilena. Infine scegliamo quello che ci ha indicato Stefano Gargiullo.
Al tramonto ci concediamo un giretto nella vicina e famosa Valle della Luna, ad ammirare varie formazioni rocciose. Bella, ma non da urlo! Poi vi troviamo gli stessi pullman della mattina! Non fa per noi.
 
11° giorno,  San Pedro
Km 140 asfalto 100 pista 40
 
Mattina trascorsa tra bucato e piccola manutenzione. Il mio GPS inizia a fare i capricci. Non va l'alimentazione. Abbiamo tutto il giorno e nessuno ha fretta di salire sulle moto. Cerchiamo un'agenzia viaggi che organizzi un tour in Bolivia. Ci serve un appoggio logistico per trasportare il carburante per i prossimi due giorni. Il prossimo benzinaio sicuro lo troviamo solo ad Uyuni a 550 km da qui.  Di agenzie con appese fuori cartine e foto che mostrano le bellezze naturali delle lagune boliviane ce ne sono almeno una ventina! C'è l'imbarazzo della scelta, in più è bassa stagione. Ma la contrattazione è estenuante e non ci va di passare tutta la giornata qui. Ne scegliamo una che ci sembra seria e concordiamo il prezzo. Domani si parte. Resta solo da trovare le taniche per la benzina. Introvabili o costosissime. Ci consigliano i boccioni da 10 litri dell'acqua minerale. La padrona dell'albergo ce ne promette una quindicina da 5 litri per il pomeriggio. Perfetto! 
Dopo pranzo partiamo leggeri in moto per la visita alla Reserva Natural de los Flamencos. Più del fascino dei fenicotteri, che qui abituati all'uomo si lasciano avvicinare, ci colpisce l'ambiente.
Una distesa di sale increspato a perdita d'occhio. Si riesce solo a percorrere i camminamenti predisposti. Fuori da qui solo ruvide e acuminate formazioni di cristalli di sale.
Lecco il sale per Alice. È quello che mi aveva chiesto prima che partissi. Edoardo di portare l'acqua calda dei geyser ed Enrico di lasciare una cosa che mi ha consegnato.
Torniamo ammirando dai nostri 2500 metri il perfetto cono innevato a 3000 metri più in alto, del vulcano Licancabur. 
Ma che...fortuna!! L'unico benzinaio zelante del paese si rifiuta di riempire i boccioni. Troppo
pericoloso!!! Ma guarda un po'! In 15 stipati in un furgoncino si può ma la benzina va solo nei recipienti autorizzati. Ne compriamo uno a caro prezzo e cominciamo a fare la spola tra benzinaio e albergo dove ci attendono i nostri boccioni in fila pronti per essere riempiti! Italiani si nasce!
Però impieghiamo un'ora per fare rifornimento!! Ma la tigna è tigna.
 
 
12° giorno, San Pedro - Laguna Colorada
Km 160 asf 50 pista 110
 
Lunghissima salita fino al confine Boliviano a 4500 m con le moto che ansimano come muli in vetta! Tutto d'un fiato fino al passo dove finisce l'asfalto cileno e comincia la pista boliviana.
 
Alla dogana ci aspetta la guida con la sua Toyota, indispensabile per trasportare la benzina che ci servirà nei prossimi giorni.
Le prime lagune colorate appaiono ai nostri occhi. La giornata è soleggiata e ventosa, condizione ideale per l'ossidazione dei minerali che determina i vari colori dell'acqua. Arriviamo forse alla quota più alta del viaggio, 5020 alla dogana boliviana veicoli. 70 km dal confine.
Giungiamo in una zona ad alta attività geotermica chiamata Sol de Mañana... Giriamo intorno, lo scenario è da Inferno... Crateri profondi di vari colori con polle di fango che ribollono sotto i nostri occhi... Sembra una cicatrice della terra ancora non rimarginata. Il paesaggio è surreale. Con attenzione camminiamo tra un cratere e l'altro e con affanno riprendiamo le moto che sembrano sparire tra i vapori spazzati dal vento.
 
13° giorno, Laguna Colorata - Alota
Km 160 Asfalto 0 pista 160
 
Notte fredda, ci svegliamo piu volte per coprirci. Aspettiamo che il sole alzi la temperatura per partire. Ci affiancano due Toyota, due guide boliviane e 7 turisti. 5 francesi e 2 brasiliani. Oggi per fortuna incontriamo meno turisti. La pista va verso nord, passa per immense vallate a tratti di pietrisco a tratti  sabiose. Visitiamo 5 lagune, e ammiriamo moltissime vette innevate, ogni tanto incontriamo massi rossici scolpiti dal vento. È un paesaggio molto vario, paragonabile in bellezza al superbo deserto dell’Akakus in Libia.
Fino ad ora nessun grave problema meccanico alle XR però buco l’anteriore due volte e Vante una. In più la mia moto fa i capricci con l’impianto elettrico e non si accende. Di camere d’aria ne avavamo due! Per la terza foratura bisogna ripararla  intervenendo con Tip-top ma la colla che abbiamo si è seccata!!! La ripariamo con il nastro isolante, bisognerà gonfiarla ogni 10-15 minuti! Però il prode Pippo la porterà a destinazione. Devo dire che avere l’appoggio delle Toyota è stato utile. Volevamo passare altri due giorni tra queste montagne disabitate ma desistiamo. Non vogliamo stressare ulteriormente le moto. Ci devono regalare altri 18 bellissimi giorni. Unico vero grande rammarico è non aver asceso con le moto l'Uturuncu, un vulcano alto 6020 m. Qui la strada più alta del mondo poteva portarci fino a quota 5700 m ! Peccato...troppa neve. Ma ritorneremo!
 
14° Giorno, Alota - Uyuni
Km 220 asfalto 0 pista 220
 
Lasciamo le Toyota, che partono con gli altri turisti. Alle 9 accendiamo i motori. Il paesaggio oggi è piatto. Le montagne sono alle spalle e il suolo si copre di vegetazione bassa. Si vedono parecchi lama al pascolo. Ho problemi con la moto che singhiozza. Non riesco ad andare a più di 60 km/h. Arriviamo ad Uyuni a mezzogiorno. Prima di entrare in paese visitiamo il cimitero dei treni. Una ventina di locomotive e molti vagoni, silenziosi, su due linee morte. Sono treni a vapore. Una possente massa di ferro immobile. Molte locomotive mostrano squarci sulle caldaie simili ad esplosioni. Le lamiere lisce sono state tagliate con la fiamma ossidrica e riciclate, ma sono una minima parte. Le locomotive sono pressoché integre nella forma essenziale. I vagoni sembrano scheletri. Tutto il legno è scomparso. Sono curioso di sapere la storia di questo posto. In paese c'è un museo. Forse domani lo visito. Al tramonto andiamo verso il salar. È completamente coperto di acqua. Troppo rischioso addentrarsi con le moto. Peccato!
Oggi è l'ultimo giorno di carnevale e il paese è in festa. Musica, balli e alcool! Uyuni non è gran che. Sporca e polverosa. Niente di grazioso da ammirare. I turisti concentrati nella via principale. Molti cani trascurati si aggirano a gruppi tra le strade. Amano rincorrere e abbaiare alle nostre moto! Finiamo la giornata
godendoci la sfilata di fine carnevale. Poco folcloristica ma molto sentita dai locali.
 
15° giorno, Uyuni - Potosì
Km 220 asfalto 120 pista 100
 
Un ubriaco durante la notte ritmicamente picchiava al portone dell'albergo dicendo: "Abran la puerta... Aprite la puerta!". La mattina il risveglio del paese è lento. Si sente che stanotte hanno festeggiato!
Noleggiamo una Toyota e torniamo al salar allagato dalle piogge estive. Non ce la sentiamo di attraversare con le moto un tratto lungo 500 metri coperto da  30 cm d'acqua. 
La vista è surreale. Una distesa di sale bianchissimo ricoperta da un sottile strato d'acqua grande poco meno della Campania. Un gigantesco specchio che riflette tutte le nuvole che si possono vedere.
La strada per Potosì comincia con una pista che si inerpica su per le montagne. Il sole dell'altopiano ci lascia e la pioggia incombe. Attraversiamo vari villaggi minerari. Le montagne sono coperte di cespugli ma lasciano intravedere i diversi minerali di cui sono composte. Nero, ocra, arancione, giallo e poi falde, canyon, valli erbose... i primi alberi.
La valle più bella? Centinaia di mucche e lama al pascolo, su un tappeto verde striato di bianca sabbia! All'orizzonte cerri innevati e rosse colonne di roccia. Arriva l'acqua! Per la prima volta indossiamo le tute. Grandine e poi tanta acqua. Immediatamente si formano rigagnoli che diventano ruscelli! Dietro di me un forte botto. Davanti a Vante che mi segue una luce! Un bianco fulmine è caduto tra noi. Gli ultimi chilometri scorrono veloci su un buon asfalto. Potosì appare da dietro una curva. Tetti in lamiera e il Cerro Rico, la montagna d'argento, che sovrasta tutta la città.
 
16° giorno,  Potosì
Km 0
 
Alle 9 appuntamento con il minatore guida per visitare tutto il processo d'estrazione dell'argento.
Indossiamo stivali, pantaloni, giacca, casco con lampada e partiamo. Prima tappa il mercato dei minatori, dove ogni mattina ripetono lo stesso rito: comprare quel che consumano durante il giorno in miniera. Coca, sigarette, alcool etilico puro, sali, bibita e, se serve, dinamite (in libera vendita). Compriamo come tradizione delle dosi da regalare quando li incontreremo al buio. La dinamite no. Anche se la guida insiste per una dimostrazione. È inquinante per l'ambiente e non vogliamo contribuire alla già precaria condizione ecologica locale. All'entrata della galleria che visiteremo sono stati sacrificati al dio Saturnino, protettore dei minatori, 20 lama. Il sangue è ancora visibile sulle pareti dell'imbocco. Il corridoio principale è relativamente ampio per due persone ma non riesco in tutto il percorso a stare quasi mai dritto. Sicurezza? zero spaccato! Tubi dell'aria ed elettrici appesi alla meglio. Rotaie e acqua sul suolo. Ogni tanto puntelli di legno dove proprio non se ne può fare a meno. Pozzi profondi 20-30 metri non segnalati, scale rudimentali e scivoli per il materiale roccioso d estrarre. Mi viene in mente la visita alle miniere dell'Amiata, dove per la eccessiva sicurezza si visita una finta miniera ricostruita che presenta estintori e cassette di pronto soccorso ogni 50 metri. Due assurdi agli opposti. Due società molto distanti tra loro. Noncurante questa, paurosa e fobica la nostra!
Il grosso e grasso presidente della cooperativa è seduto con altri due minatori fuori all'imbocco. Si stanno preparando alla giornata di lavoro. Le loro guance sono piene di foglie di coca. Dalle buste di plastica estraggono le foglioline e con perizia, con un movimento ormai automatico dei denti e delle labbra, separano la costa della foglia che sputano. Li incontreremo più tardi al lavoro.
Prima tappa: ringraziamenti e offerte al dio Saturnino, una statua di terra ricoperta di offerte. Rimaniamo un'ora nella montagna, entrando sempre più in profondità. La guida ci illustra tutte le fasi di estrazione che avvengono  tutte a mano. Incontriamo un ragazzo di 15 anni che da solo con la sua lampada sta praticando con martello e punta un foro per inserirvi la dinamite. In 8 ore farà 3 fori profondi 50 cm. Poi alle 19 quando esce va a scuola!!! Se la lampada si rompe, a tastoni dovrà raggiungere l'uscita e non perdersi nei cunicoli. Ogni mese muore un minatore. Si lavora in miniera per 10-15 anni poi ci si ammala di silicosi... Sono 12mila le anime che ogni giorno entrano nel Cerro Rico per estrarre argento. Ogni minatore deve produrre 12-15 carrelli di materiale grezzo al giorno e trasportarlo a mano su rudimentali carrelli fino all'esterno. Ogni carrello
pieno pesa 15 quintali. Spingono in due.
Mi sa che d'ora in poi quando ammirerò la bellezza di un oggetto in argento...
Visitiamo un “Ingenio”. Ultima fase dell'estrazione che si svolge a Potosì. Il materiale grezzo viene macinato e l'argento separato chimicamente dagli altri minerali. Ci aggiriamo tra pulegge e ingranaggi che girano vorticosamente, cilindri rotanti senza nessuna sicurezza. Contenitori di plastica che lasciano cadere nell'impasto sostanze pericolose come cianuro da semplici rubinetti. Una goccia sulle labbra e sei morto! Alla fine si ottiene una fanghiglia scura che viene messa ad essiccare. Verrà venduta come semilavorato a paesi tecnologicamente avanzati perché in Bolivia non esiste abbastanza tecnologia per l'ulteriore raffinazione.
Torniamo in albergo a pranzo senza mangiare andiamo a dormire! Siamo distrutti!
Pomeriggio libero. Io visito il museo del conio. Molto ben fatto, interessante e suggestivo, con macchinari e storia dal '400 al 1954. Ma i miei pensieri sono e persistono sui volti dei minatori incrociati nel profondo della montagna.
 
17° giorno,  Potosì - Sucre
Km 165 asfalto 160 pista 5
 
Una puntata sul Cerro Rico per ammirare Potosì dall’alto e poi via veloci verso la vecchia capitale boliviana. Buon asfalto. Paesaggio bello ma non emozionante. Tanti cani lungo la strada e bambini che tornano da scuola. Si scende di quota e le montagne iniziano a coprirsi di folta vegetazione. Non si riconosce più la trama mineraria, se non nei tratti argillosi che la pioggia ha modellato formando profondi calanchi.
Il centro di Sucre ha una dominante bianca. Svettano i tanti campanili barocchi. Meno caotica e più pulita del resto della Bolivia. Sucre rimane il centro del potere giudiziario. Un folto picchetto di dimostranti campesinos blocca l”accesso alla piazza principale. A noi lasciano passare. Molta polizia in assetto antisommossa presidia la piazza. La gente non presta molta attenzione all”evento e cammina non curante tra dimostranti e polizia; quasi questa sia un evento normale. A noi appare
leggermente surreale!
Alloggiamo in un nuovo bel albergo in collina. Godiamo di una veduta panoramica su tutta la città.
 
18° giorno,  Sucre - Mizque
Km 190 asfalto 90 pista 100
 
Fino ad Aguile dove pranziamo e festeggiamo i 150 anni dell’unità d’Italia con una foto e una bandiera. Il paesaggio è monotono.
Montagne indefinite, nulla su cui posare lo sguardo con interesse. L’asfalto lascia il posto a una pista polverosa. Non c’è vento e la temperatura è salita di molto. I lenti camion diretti a Cochabamba alzano chili di calda polvere che rimane sospesa. In alcuni tratti è così densa che non si vede niente ed è difficile superarli.
Ripartiamo da Aguile... il paesaggio diventa più interessante e per i primi 10 km un curato acciottolato ci risparmia dalla polvere. Arriviamo a Mizque abbastanza presto, la nostra meta è il parco paleontologio di Toro Toro. Siamo sudati e pieni di polvere. La vista del bell’albergo Vittoria ci convince a dormire qui. Ci dicono che il parroco è italiano. Rimaniamo a chiacchere con padre Gildo e padre Dario, un anziano, vivace e schietto confratello francescano, fino a cena. Conosciamo anche Giovanna, una laica che aiuta la zia ostetrica. Sono anche loro italiane. La zia è venuta qui nel ‘55 e ha salvato molte mamme e bambini. Prima della sua presenza il tasso di mortalità per parto era altissimo. Parliamo di tanti argomenti e quello che ci colpisce di più è la storia raccontata dall’anziano francescano sugli ultimi giorni di Che Guevara. Vallegrande, il paese dove il Che è morto, non è lontano e lui era qui in quel periodo. Il suo racconto trasparente e lucido non coincide con la storiografia ufficiale. Ci lascia attoniti. Lo seguiamo con interesse. È proprio vero che la storia viene scritta dai vincitori!
 
19° giorno,  Mizque - Toro Toro
Km 200 asf 0 pista 200
 
Mentre lentamente ci dirigiamo verso nord su una pista secondaria, ripenso alle parole di padre Dario: “ quando vedete una casa nuova e fatta di cemento, probabilmente è fatta con i proventi della coca. Non sono contro la coca. Almeno qualcuno riesce a farsi una casa degna di questo nome!”
In questa valle secondaria incontriamo una Bolivia completamente rurale. I villaggi che attraversiamo sono molto poveri, la terra viene coltivata
con metodi antiquati. Piccoli appezzamenti arati con animali da soma, con bassa densità di raccolto. Piccole greggi di capre, due o tre asini o mucche e sempre una pastora. Le case sono marroni fatte di mattoni crudi di terra e paglia. Tetti di paglia o di lamiera ondulata. Intorno maiali, cani, qualche gallina. Ogni tanto case in cemento! Le case isolate sembrano più curate, i villaggi sono sporchi e trasandati. Non c’è senso estetico se non nell’abbigliamento. Facce e corpi consumati dal sole, dal vento e modellati dal lavoro. Si cammina con ciabatte fatte da copertoni riciclati. Piedi e mani dello stesso colore della terra. Le donne sono basse e tozze. Larghe di spalle e fianchi. Vestono con colori sgargianti, cappelli e strati di gonnoni al ginocchio che rendono i fianchi ancora più larghi. Gli uomini sono più longilinei e portano pantaloni scuri e di soliti camicie chiare. Parlano quechua e un poco comprensibile spagnolo. Una guancia è quasi sempre rigonfia di foglie di coca. Tutti sono molto gentili. Si muovono e parlano lentamente. Senza affanno. Allo stesso modo lavorano.
I km scorrono lenti. La strada a tratti fatta di tondi sassi di fiume a tratti di terra. I tratti acciottolati sono molto belli e ben costruiti ma le vibrazioni per le moto sono micidiali. Quasi subito buco la gomma posteriore con un lungo chiodo e per le vibrazioni si rompono i supporti del serbatoio. Mi tocca guidare seduto per sostenere il serbatoio con le gambe. A fine giornata la schiena ne risente!
Toro Toro, riserva naturale nonché parco cretaceo, è in linea d’aria distante 30 km ma una catena montuosa invalicabile ci separa. Dobbiamo seguirla fino alla fine e tornare indietro nell’altra valle.
Il paesaggio è bellissimo! Le montagne a sinistra, altopiani coltivati verdissimi, canyon, fiumi, una piccola ferrovia e un rudimentale gasdotto che fanno la nostra stessa strada. Sembra di essere in un posto di due secoli fa! Nessuna macchina. Un torpedone carico di ragazzi usciti da scuola e poche moto, è tutto ciò che di tecnologico incrociamo.
Al villaggio di Ansaldo invertiamo la rotta e torniamo verso sud. L'altro versante della catena montuosa ce la troviamo sempre a sinistra. Scendiamo lungo un ampio greto. La strada è tutta acciottolata. Ci sono molte frane. Arrivare a Toro Toro è lungo! 200 km in 9 ore. Ma perchè Toro Toro? Perchè qui sono rimaste impresse nella roccia 2000 impronte di dinosauro. È un posto unico.
Gli ultimi 10 km Roberto li percorre con la gomma posteriore bucata. Siamo troppo stanchi per aggiustarla adesso.
 
20° giorno, Toro Toro
Km 0
 
L’albergo che abbiamo scelto è l’unica cosa graziosa del villaggio. La strada per arrivare è mal messa ma dietro il cancello c’è un bel prato con tantissimi fiori a stelo lungo di tutti i colori. Il ristorante-hall è esagonale a pagoda con molte vetrate. Le stanze sono in un’altra struttura tipo cottage. Ha piovuto tutta la notte e la pioggia ha fatto un gran rumore sul tetto in eternit. Piove e le strade del villaggio sono una schifezza! Fango, escrementi di cane e di bambini, immondizia, tutto si scioglie e si mischia! Prima cosa da fare portare le moto dal fabbro. La casa-laboratorio è una cosa incredibile, tutto mischiato anche lì. Pezzi di ferro coperte, panni da lavare, copertoni, giochi rotti, una specie di orto, una latrina che non usano, una stanza, con in un angolo del pentolame e in un altro letti con coperte ammassate alla rinfusa. Abbiamo visto 5-6 persone vivere li dentro. Ci tocca smontare le moto sotto la pioggia, sul fango, scansando immondizia, un corno sanguinante, penne di pollo e altro. A un metro il figlio piccolo ci guarda facendo i suoi bisogni mattutini per terra. Il fabbro non c’è... lasciamo istruzioni alla moglie. Non possiamo aspettare: abbiamo la guida alle 10 per la visita al parco. Iniziamo a camminare... A pochi metri dal villaggio le prime enormi impronte di dinosauro. È un grosso erbivoro. Camminiamo nello stesso luogo dove 65 milioni di anni fa ha camminato quel bestione! Continuiamo lungo un torrente  che ha scavato il suo corso nella pietra. Arriviamo al bordo di un grosso canyon profondo 250 metri, una voragine coperta da piante aggrappate alle pareti. C’è un ponte sospeso che si protrae nel vuoto. Sotto i nostri piedi solo una grata. Brutta copia del ponte di cristallo Skywalk sul Gran Canyon. A parte il cattivo gusto dell'uomo, la natura è splendida. 
Scendo per una scala lunga un chilometro fino al fiume. È emozionante e pauroso. Non ci sono protezioni né mancorrenti per sorreggersi. Solo scalini di pietra
cementati alla parete di roccia. In alcuni punti sospesi a precipizio. Torno su sudato e contento di aver superato le mie vertigini. Riscendiamo ancora nel canyon da un sentiero per le capre. Per vedere più cose la guida lascia il sentiero turistico! In alcuni punti è di nuovo pericoloso, ma non perdiamo questa opportunità irripetibile. Una cascata esce da un buco della parete del canyon. Attraversiamo altri due canyon scendendo e risalendo dall’altra parete. A tratti cade una finissima pioggia a tratti il sole irrompe e illumina tutto. La roccia prende vita in un infinita varietà di colori. Noi approfittiamo per riposarci e assaporare il calore. Arriviamo in un altopiano cretoso che lascia spazio a lastre di pietra grigia. Su di essa centinaia di impronte di predatori carnivori che vanno in tutte le direzioni. È possibile seguire il percorso di molti animali per quanto sono evidenti!
Sono quasi le 5. Prima di rientrare ammiriamo le pitture rupestri lasciate dai nativi solo nel 150 a.C. La cosa ci stupisce!
Torniamo dal fabbro. Un figlio ci dice che è fuori. Le riparazioni alle staffe dei serbatoi non sono state fatte. Ci dice di tornare domani alle 8.
 
21° giorno Toro Toro - Caracollo
Km 340 asfalto 230 pista 90
 
Alle 8,30 siamo dal fabbro. Esce un altro figlio: “Papà sta dormendo...” ci dice! Senza dir nulla rimontiamo le moto e ce ne andiamo. Che mentalità! Che modo di vivere! E non è per povertà. Ho visto persone molto più povere ma molto più ingegnose e pulite. Il decoro e la dignità non si misurano con il denaro. Usciamo dall’isola felice dell’albergo e attraversiamo per l’ultima volta il villaggio. Mi piace ricordarlo incrociando lo sguardo dei suoi abitanti. Sguardi gentili, seguiti da saluti cordiali.
Ripercorriamo la stessa pista fino ad Ansaldo. Ci dirigiamo verso Cochabamba. Finalmente troviamo un taciturno ma operoso fabbro che ci risolve il problema.
La piana di Cochabamba è fertile le case più ricche e curate. C’è meno disordine e sporcizia. È domenica e la gente è “fuoriporta”. Per segnalare un luogo di festa fanno una striscia di erba o arbusti sulla strada. Le feste da quel che possiamo vedere consistono in musica sparata a volume da stordimento e grandi abbuffate.
Non entriamo in città, vogliamo avvicinarci alle Yungas, quindi prendiamo la strada per La Paz. Una fila di camion interminabile è ferma all”uscita di città. Temiamo in un blocco della strada per sciopero. Invece passiamo. Siamo fortunati la strada tortuosa in salita è tutta per noi! Saliamo curva dopo curva, il freddo aumenta e minaccia di piovere... Piove! Ci infiliamo le tute per la seconda volta nel viaggio. Uno scroscione e smette ma le tute sono provvidenziali. Fine della “pacchia” i camion son tutti qui. Per un’ora li superiamo... una fila interminabile. Si incrociano a bassissima velocità ma la carreggiata è stretta e spesso superiamo a destra. La puzza dei gas di scarico è fortissima e il pulviscolo sollevato brucia gli occhi. Mai vista una situazione del genere! Siamo in ritardo e per raggiungere un albergo siamo costretti a guidare di notte per 70 km. Per niente piacevole!
A un crocevia un villaggio al servizio dei camionisti con gommisti, meccanici, bar, ristoranti e qualche albergo. Andiamo a guardare... Indecenti! Fortuna vuole che il ristorante dove mangiamo, l”unico posto pulito che abbiamo incontrato, abbia una stanza un un’ala in costruzione. Materasso per terra. Io solo coperte! Va bene così. La pulizia prima cosa, poi il resto!
 
22° giorno, Caracollo - Licoma
Km 191 asfalto 91 pista 100
 
Dormito benissimo! Però piove.
Prendiamo l”asfalto che ci porta alle Yungas meridionali. Siamo a 3700 m valichiamo un passo a 4700 m. Piove ancora ed entriamo nelle nuvole, fa freddissimo. La discesa è lentissima l”asfalto non c’è più! Una pista in manutenzione con numerevoli frane. Quando le nuvole si aprono a quota più bassa vediamo degli strapiombi infiniti. Continua a piovere, le dita congelate con poca sensibilità e... meglio non guardare di sotto! Finalmente a 2500 m un po’ di tepore. Ci fermiamo a pranzo a Quime. Zuppa e secondo € 0.90! Decidiamo di continuare anche se non ci assicurano altri alberghi per strada.
Sprofondiamo nelle Yungas. Montagne altissime coperte di verde, scoscesi costoni da attraversare. Sembrano enormi radici di mangrovie attaccate alla pianura. Tutto è verde. Solo le case marrone come il
fango spiccano con i loro angoli. Man mano che si scende, i boschi di eucalipto lasciano il posto a piante con foglie sempre più grandi. Una cinquantina di case intorno a una piazza in discesa, Licoma, il villaggio dove troviamo alloggio. Solo brusio di voci e qualche televisione. Fermo nel tempo è...
 
23° giorno,  Licoma - Coroico
Km 250 asf 0 pista 250
 
Piove... dalla finestra... il villaggio si anima, si vedono bambini che con le loro divise pulite, senza impermeabili, vanno lentamente a scuola, noncuranti dell’acqua.
L’alloggio dove abbiamo passato la notte è modesto. È la casa di un’anziana coppia non nativa. Ci sono oggetti dappertutto. Cose che un tempo avevano uno scopo adesso sono lì accantonate da chissà quanto. La signora ha preparato la colazione... scendiamo.
Mentre consumiamo, chiacchieriamo con loro. Si vede dai loro tratti somatici e dai modi che appartengono ad un ceto sociale più elevato. Ma perché sono qui in questa remota e scomoda regione? Avevano una proprietà di 800 ettari. Con la riforma agraria del ‘57 gli è stata espropriata. Da allora ne coltivano 10 a loro assegnati. Producono quello che gli serve per vivere. Caffè, miele, cereali, frutta.. Avevano anche delle piccole attività commerciali con le quali hanno pagato gli studi ai 4 figli. Con orgoglio raccontano le professioni dei figli che adesso sono già nonni!!!
Non hanno una buona opinione dei cocaleros. Per loro la coca ha distrutto l”agricoltura locale. I giovani arruolati come manovalanza per la raccolta non fanno altro che ubriacarsi con la birra...dicono! Un bracciante agricolo prende € 6 al giorno. Se lavori nei campi di coca ne prendi € 10.
La strada segue le pieghe delle montagne. Nelle gole piove sui costoni... Sole! Odore di umido e di brodo vegetale misto a liquirizia. Fa caldo.
La luce si abbassa, abbiamo voglia di una buona stanza e decidiamo di continuare per Coroico. Man mano che ci avviciniamo sempre più campi di coca, sempre più case rifinite, sempre più macchine. La notte scende e la strada si anima di più. Sbucano dal buio moto senza fari, persone a piedi, pullman solo con luci di posizione. Tutto sul precipizio.
 
24° giorno,  Coroico - La Paz
Km 120 asfalto 60 pista 60
 
Mattina relax in un bell’albergo con vista sulla valle. Finalmente internet e posso spedire foto e racconti. Smette di piovere esce il sole  e si parte per la mitica Carretera de la Muerte. Inizio preoccupante, non tanto per la pericolosità della strada ma per i tour organizzati di ciclisti della domenica! Turisti che si buttano in discesa. Noi saliamo in senso opposto. Si guida a sinistra e non tutti i ciclisti se lo ricordano! Le bici non si sentono e alcuni sono impauriti. Suono ad ogni curva. Non sono rilassato. Non ci sono altri veicoli. Il traffico utilizza la nuova strada asfaltata. Per fortuna che siamo partiti tardi e i ciclisti partiti presto da La Paz finiscono dopo una mezzoretta. Il panorama è magnifico, la pista abbastanza stretta 3 metri a strapiombo senza protezioni. Ma non è la prima che percorriamo e siamo rilassati. Il tratto più particolare è sotto le cascate, l'acqua viene giù da alte pareti verticali e invade tutta la stretta carreggiata. Tocca farsi la doccia!
Intercettiamo l’asfalto del nuovo tracciato. Che peccato, è gia finita! Il passo La Cumbre è spettacolare. Siamo a 4700 m in un attimo. Neanche il tempo di provare freddo che si scende verso La Paz 3600 m. In periferia saldiamo il telaietto di Roberto che si è rotto per le vibrazioni e ci tuffiamo nel caos multicolore e pieno di smog. La Paz è un imbuto. Costruita sull’argilla la periferia in cima e il centro in basso. L’albergo in super centro è un oasi di tranquillità.
 
25° giorno,  La Paz
Km 110  asfalto 60 pista 50
 
Fermi a La Paz per un po’ di respiro... Non troppo però: il centro è ben bene inquinato. Una notevole quantità di ossido di carbonio e pulviscolo.
Ci dilettiamo con le attrazioni naturalistiche non lontane da qui. Calanchi variopinti, pinnacoli e canyon. Parliamo e visitiamo un tour-operator che affitta moto. Ha delle XR 400 e dei DR 650. Visto che abbiamo saltato il giro delle missioni pensiamo già al prossimo giretto. Semmai di soli 15 giorni e con macchina appoggio per godercela leggeri nel fango amazzonico!
Chiudiamo la giornata in moto visitando la zona povera, la
città sopra la città. La Paz “ricca” ricopre la parte bassa. La povertà la assedia dall’alto. Una miriade di casupole in mattone forato rosso e lamiera argentata per tetto, aggrappate ai calanchi. Strade che salgono verticali vertiginosamente. Diamo un’occhiata alla recente frana che si è portata a valle un centinaio di case. Da queste parti un geologo rabbrividirebbe! Da quì lo spettacolo è incredibile. Un enorme conca ricoperta di mattoni rossi al centro grattaceli come stuzzicadenti. Tutto intorno un altopiano perfettamente piatto a 4500 m e poco lontano le cime delle montagne innevate con il cappello di nuvole. Che vista!! Se si immagina un terremoto tipo Giappone, è tale la pendenza che le macerie della periferia scivolerebbero a valle seppellendo il centro. Ma questa è solo fantasia. Malgrado le precarie condizioni urbanistiche La Paz non merita questo. La città ha il suo fascino e gli abitanti, nonostante il caos e il sovraffollamento, seguono regole di convivenza decenti. Non sono nervosi e sempre gentili. Abbiamo visto autobotti che distribuivano acqua potabile in una zona con problemi idrici. Le persone erano in fila ad aspettare il proprio turno. Stessa cosa ai taxi collettivi. Abbiamo da imparare!!
 
26° giorno,  La Paz-Copacabana
Km 250 asfalto 220 pista 30
 
Usciamo dalla valle della città salendo sull’altopiano. Attraversiamo l’interminabile sobborgo di El Alto. È una bella giornata, l’asfalto è buono, poco traffico, è un piacere guidare. Visitiamo le rovine di Tiwanako, anzi... Roberto e Vante le visitano, io e Pippo ci godiamo il tepore del sole a 3800 m seduti a un chioschetto. Non è da me!
Tagliamo per una pista. La campagna è molto bella. Campi coltivati, case sparse e ragazzi che tornano da scuola in bicicletta. Poco dopo ci impantaniamo. La pista finisce ad un fiume che non possiamo passare. Torniamo all’asfalto direzione Perù. Il lago Titicaca sembra un mare. Non si vede l’altra sponda. Non siamo abituati a queste misure! Due lunghe penisole che si guardano dividono il lago in due bacini. Lo stretto braccio di lago si attraversa su delle chiatte di legno spinte da un piccolo motore fuoribordo. Decido di lasciare in questo luogo emozionante una cosa che mi ha consegnato Enrico alla partenza. Sotto un sasso che guarda l’immenso lago Titicaca e sullo sfondo le innumerevoli cime innevate della Cordigliera Real, consegno al tempo l’oggetto di mio figlio. Mi piace pensare che forse un giorno passerà di qua a riprenderlo, quindi faccio qualche foto del luogo e prendo il punto GPS.
Pippo, Vante e Roberto hanno gia traghettato. “Caronte” mi dice che dobbiamo aspettare due macchine per completare il carico della chiatta. Dopo una mezzoretta arrivano un autobus e una moto. Ci caricano e si attraversa il lago. 40 km da percorrere sull’altra penisola per arrivare a Copacabana. Le colline sono piene di terrazzamenti abbandonati e molti siti precolombiani sono segnalati. Un falco mi passa sopra così basso che per istinto abbasso la testa. Si rivedono i lama al pascolo che non scendono sotto quota 4000m. Copacabana è graziosa, tranquilla e piena di giovani turisti fricchettoni!
 
27° giorno,  Copacabana
Km 35 asf 0 pista 35
 
Oggi relax! Giretto sulla penisola seguendo una bella pista costiera. Vediamo alcune isole flottanti. Zatteroni fatti di giunco dove si vive e si alleva pesce. Sulla punta noleggiamo una barca per raggiungere la vicina Isla del Sol. Il capitano Orlando ha 17 anni e il mozzo è il fratellino. Niente patente, niente targa, niente salvagenti, niente licenza, niente bollo, niente dispositivi di sicurezza. Forse questo è troppo ma certe volte penso a come ci siamo “incartati” con le nostre, spesso, esagerate regole di tutela!
Saliamo su una suggestiva ripida scalinata Inca e
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