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Abruzziadi 2013

ughetto
  • Diario di bordo di ughetto Inserito il 26-11-2013
  • Destinazione Italia
  • Avventura in: Moto
Abruzziadi 2013
 
Lo so, l’animo dell’endurista è complesso, articolato, si tratta di individui sofisticati e sofistici, difficili da accontentare: un bel sentiero il più lungo possibile, un tassello che faccia presa, ‘na magnata memorabile con baldoria annessa e mi fermo qui per decenza. Io che sono un’anima raffinata ed evoluta (!) non so sottrarmi al richiamo delle situazioni dove suppongo che troverò quello che mi fa felice. Quindi mi sono raccomandato, in senso intransitivo (che non so bene cosa sia) nel senso che mi sono fatto raccomandare per poter partecipare alle Abruzziadi.

Le Abruzziadi si svolgono tutti gli anni, si tratta di una gita che si dispiega nel fine settimana, è riservata ai soci del Moto Club Roma (neanche tutti, solo quelli che sanno assicurare una certa capacità di guida in fuoristrada), e stavolta, a fine ottobre, quando godevamo ancora di una estate che sembrava non dovesse mai finire, ha rappresentato anche un’occasione imperdibile per fare una “ripassata” di tutto quello che c’è di bello da vedere dall’alto e dal basso dei più bei rilievi tra Roma e il Gran Sasso. L’esclusività, il fatto che solo i soci del sodalizio romano più antico che c’è possano partecipare (notare l’elegante uso del congiuntivo) e a numero chiuso, è sempre messa a repentaglio dal passaparola che fa di questo giro uno dei più ambiti in assoluto. Del resto l’esperienza di quanti decidono il percorso, in primis Fabrizio Battaglia, attuale presidente del MC Roma, stavolta coadiuvato da Franco Bracaglia che si è fatto carico delle “deviazioni” mulattieristiche, è una garanzia.

Poi c’era anche il privilegio di stare sulle ruote di “Lallo” Babusci che ha poco meno di 70 anni ma guida la sua CRF-X 450 con lo stile che si confà ad uno dei pochi nomi che vale ricordare tra i regolaristi romani. E oggi rappresenta una speranza di longevità per tutti quelli che hanno ben oltre gli anta e vedono sfumare il numero di colpi ancora da sparare.
 
Cosa fa di una gita fuoristrada una bella gita fuoristrada? Gli elementi sono: una comitiva affiatata e con le idee chiare, un percorso scelto con oculatezza, una o più guide che lo conoscano alla perfezione, alternative comprese per adattarlo all’evolversi della fatica, degli umori, dell’orario. Poi non guasta un clima ideale, un terreno asciutto ma non polveroso, una scelta saggia per mangiare-bere-dormire. La partenza a una spanna da Poggio Mirteto è in piccolo canonico ritardo sulle previsioni, ma del resto siamo più di venti e sono tantissimi per fare dell’enduro, poi la media oraria e i primi guai meccanici mi fanno presagire un arrivo solo a notte inoltrata a Fano Adriano, sotto (ma proprio sotto) al Gran Sasso. Ma Battaglia mi smentisce e alla fine avrà ragione lui. Intanto che siamo fermi per un radiatore che bolle, controllo la mia ruota posteriore che mi conferma come la mosceria sulle prime rocce del Tancia non era dovuta ad altro che una perdita di pressione.

Foratura non sembra, sarà la valvola, e decido che comunque per non far perdere altro tempo al gruppo, nel frattempo scendo a Rieti per mettere una nuova camera d’aria. Mi accompagnano in due perché ormai mi considerano straniero dopo cinque lustri che manco dalla capitale, e il Tancia non lo frequento dagli anni ’80. Il cambio di camera d’aria non è privo di apprensione per le sorti della sostanziosa struttura di una superinforzata che però rischia la pizzicata dalle inesperte mani di un paio di apprendisti che per altro avevano giustamente anche voglia di andare a pranzo. Di buono c’è che l’operazione mi costa quanto in Emilia avrei speso solo di Iva, e che mi hanno comunque accolto la moto in officina nonostante l’immersione nella pozzanghera più profonda di tutto il fine settimana, che ha ridotto me e la moto un insieme merdoso che contrasta molto, troppo, con tutto il resto della comitiva. A fine giro c’è chi dovrà sciacquare solo gli stivali, io dovrò attivare lavatrici e lancia a pressione. Senza altri intoppi il gruppo si ricongiunge sul Terminillo dopo i primi panorami indimenticabili, i colori più accesi dell’autunno, un piacere finalmente ritrovato di guidare su sentieri né banali né troppo impegnativi. Dopo aver svaligiato un bar che finisce le scorte di pane, affettato e formaggio, ci si muove per cambiare montagna.

La discesa verso il confine con l’Abruzzo è una scorta di magazzino di sassi smossi che può durare fino al prossimo millennio, e per ammirare l’immensa porzione di Italia
Centrale che si staglia lì sotto, e molto più in là, bisogna proprio fermarsi. La risalita verso la provincia dell’Aquila fa accedere ad una piana (Piano di Cascina ma le mappe digitali non lo conoscono come tale, fate riferimento a Cagnano Amiterno) che avevo già visto durante una cavalcata organizzata dai Motociclisti Aquilani e che considero uno degli habitat più affascinanti d’Italia. Ci si sente proiettati indietro di 50 anni, in uno scenario forse meno maestoso e selvaggio dei Piani del Rascino, che in linea d’aria sono veramente vicini, ma più reali, più veri. Il segno della presenza umana è ben più presente ma coerente col territorio, discreta, come avveniva quando la meccanica e la chimica ancora non prendeva il sopravvento oltraggioso e spudorato.

Parlo di sensazioni, di emozioni, non sono andato a chiedere casolare per casolare quali concimi usassero, ma osservandone bene uno dove è stata   ricoverata una moto della nostra comitiva (che tanto si è trovata bene che non ha voluto più proseguire…) dico che trovo più sano un intonaco scrostato che un sacco di semi ogm. 
L’abilità dei conductores permette di arrivare a destinazione a Fano Adriano che è buio ma ancora in tempo per fare una doccia e mettersi a tavola.  Un successo insperato viste le premesse: venti enduristi incanutiti ed ognuno con una propria idea su il cosa, il dove e il come è una formula che pone il punto di arrivo all’infinito, dilatando i tempi ad esempi biblici. Non avrei mai creduto fosse possibile arrivare con l’ultimo bagliore del tramonto. Il fatto di non avere compagni di stanza prediletti mi pone alla mercé di una non-scelta e finisco in una stanza da quattro dove avverrà di notte un altro fatto unico e irripetibile: nessuno russa, peta o assume posizioni irriverenti; siamo i quattro enduristi più educati del pianeta.

Forse il più molesto sono io, che ormai già dormo poco a causa della quantità di liquidi ingeriti di norma, ma in più avevo da vedere per dovere morali ed ex-professionali il Gran Premio in TV. Una menzione speciale per i nostri ospiti, abbiamo mangiato e dormito da Sette Effe, con la cortese Alessia che ha dispensato primi e secondi adatti per palato e quantità a chi ha bruciato nelle ultime ore più di quello che si fa giocando a briscola (memorabile una carne alla brace da Campionato del Mondo), e suo marito che ha risolto il problema della TV nonostante gli ultimi abitanti della stanza si fossero portati via come souvenir il decoder. Grazie ancora. Del resto considero la visione della MotoGP all’alba, mentre mi giro in un accogliente lettone, uno dei miei piaceri più goduriosi.
 
Piatto forte del rientro di domenica una mulattiera dall’ottima aderenza, come promesso da Franco Bracaglia, che però è stata forte motivo di dissenso tra favorevoli, contrari e astenuti. Tutti però se la sono digerita senza troppo soffrire anche al di là delle più forti rimostranze e dei malumori. Sarà sicuramente fonte di discussione per l’inverno. Anche perché, a mio modesto avviso, almeno un passaggio successivo, per ritrovare una traccia di sentiero smarrita per pochi metri, è stato più problematico. Sole, temperatura ideale, i rossi e i gialli dei boschi in autunno, una vista esclusiva sul Terminillo da poltronissima in prima fila e via verso la fine della giornata. Vicino a Cotilia, quando ormai è pomeriggio inoltrato, per una indispensabile e ben articolata merenda spendo quello che più su di latitudine si spende per cappuccino e brioche surgelata. La comitiva si divide tra chi punta dritto su Roma e chi si concede un rientro ancora in fuoristrada. Per tutti a casa la parte più bella dell’enduro, il motivo per cui in fondo facciamo tutto questo: la doccia. 
 
Ugo Passerini, pensionato – foto di Pierpaolo Drago, Marco Perrone, Fabrizio Battaglia e Ugo Passerini
 
 
 
 
 
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